Eccolo che arriva come tutti i giorni.
Non sto facendo visite in questo momento e sono seduta a parlare con l’infermiere dell’accettazione. X. non è mio paziente, ma abita vicino al Centro e viene tutti i giorni. Prende le terapie. Si trattiene con gli operatori, con altri pazienti. In questo periodo stà meglio.
E’ un bel ragazzo, molto alto, fisico da sportivo. Si blocca nel camminare e si gira di scatto con aria incazzata. Poi i suoi lineamenti si distendono. Un suo gesto iniziato con uno scatto improvviso, cambia direzione e si porta la mano alla testa per accarezzarsi il cranio accuratamente rasato.
A volte chiede un colloquio col medico di guardia.
Oggi sono io e devo dire che spero tanto che non voglia parlare. L’ho ascoltato tante volte, a lungo, e oggi sono esausta per altre visite. Le voci non lo lasciano un attimo in pace. Vive immerso in questo continuo cicaleccio denigratorio, vive sommerso di fantasmi che lo insultano, lo deridono, lo seguono ovunque, anche al cesso quando va a pisciare.
Mi son spesso chiesta come faccia, come facciano le persone che vivono come vive lui.
A volte viene disperato perché “la gente” non fa che dirgli che è stronzo, che è finocchio, che è ridicolo quando cammina o quando va in bici. Se gli chiedi chi sia questa gente, ovviamente non sa cosa dire. Non vede le sue voci, le sente soltanto.
A volte è spaventatissimo. Si sente al centro di un complotto che coinvolge presente, passato e futuro mischiati in un minestrone delirante difficilissimo da districare. Lui è nazista, è nel campo di concentramento come ebreo, ma non è ebreo, ma forse lo è. Lui sente la puzza dei forni crematori, lui è qui e lì allo stesso tempo, ode il cigolio dei carri bestiame zeppi di deportati che si chiude dietro le loro urla. Lui “sente” le loro urla. E lui è su Marte, su Andromeda, su non ricordo più quale costellazione del firmamento a svolgere non ricordo quale incarico importantissimo… Tutto si mescola in un discorso frammentario, in cui il filo conduttore non so neanch’io come riesco a seguire, il cui senso non so neppure io come faccio a trovare. Eppure tutto ha un senso. Un SUO senso. Assurdo. Delirante. Allucinatorio. Però ce l’ha.
L’avevo ascoltato per due ore. La tensione dell’ascolto mi faceva pulsare violentemente le tempie, lo sforzo per seguirne i movimenti concitati mi facevano bruciare gli occhi. Il suo tono di voce si alzava e si abbassava di botto in modo esasperato, direi teatrale se non fosse che rischierei di dare un’idea sbagliata dei suoi modi. Il suo tono di voce è una lama che trafigge a sorpresa i miei timpani.
Oggi no, ti prego X., oggi no…
Entra al Centro col suo passo reso sgangherato dalla sua necessità di controllare tutto e dappertutto, soprattutto dietro le sue spalle. Prende la terapia. Lo guardo. Gli sorrido. Risponde a sua volta con un sorriso, con infinita dolcezza.
“Buon giorno dottoressa”
Esce dal Centro con quella sua strana andatura.
Oggi no.
Che abbia sentito il mio pensiero?
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