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Riflessioni sull’essere o NON essere cattolici

La morte del papa ha suscitato molte riflessioni, da parte un po’ di tutti, a prescindere dalla propria fede e dalle posizioni assunte nei confronti del cattolicesimo.

Vorrei in questa sede esporre delle riflessioni del tutto MIE, personali, e peraltro molto intime. Trovo infatti che gli argomenti che hanno a che fare con lo spirito (in modo diretto o indiretto, in modo più o meno limpido o distorto) siano molto più intimi di qualunque altro.

Intanto parto dalle considerazioni sull’essere cattolici. Lo sono stata fino all’età di 25 anni. Il giorno del mio 25° compleanno (curioso, ma era proprio il giorno in cui compivo gli anni) mi sono resa conto che semplicemente io non ero cattolica. Convinzione che mi è nata come l’improvvisa consapevolezza di una Gestalt che si conchiude, dopo che mille frammenti vagavano indistinti per anni, causandomi numerosissime crisi che cercavo di risolvere con l’aiuto di sacerdoti. In particolare di un frate francescano molto in gamba, che tutt’ora stimo e ricordo con molto affetto. In seguito ad un lungo colloquio, in cui gli esposi i miei innumerevoli dubbi, lui mi disse una frase: “In fondo non dimenticarti che sei cristiana e in quanto tale devi dare l’esempio”. Non posso contersualizzare quella frase perchè sarebbe troppo lungo, ma quella frase mi diede appunto la chiusura della gestalt: io NON ero cattolica, e probabilmente neanche cristiana (questa cosa l’avrei poi scoperta dopo alcuni anni). 

Dopo molti anni di riflessione, dopo molti eventi della mia vita dalle quali ho imparato per strade esperenziali e non più speculative, dopo che mi sono interessata, sia pure in modo disordinato e superficiale, allo studio di alcune religioni non monoteiste e allo studio dell’ebraismo, ho maturato delle concezioni molto lontane da quelle predicate dalla chiesa cattolica, ma anche da quelle protestanti a dire il vero.

Questa è stata una lunga premessa. Ma ora mi preme fare delle riflessioni, dal mio punto di vista, eretico forse, sicuramente di apostata, sull’essere o non essere cattolici (tralascio l’essere o non essere cristiani per ora).

Essere cattolici significa molte cose. Significa comunque un’adesione ad una religione, nella sua forma legata a questa particolare istituzione e non un’altra. La religione cattolica prevede un bagaglio teologico, dogmatico, dottrinale piuttosto imponente, e credo che in linea di massima poche persone sappiano fino a che punto sia tanto imponente. Ma mi limito a parlare di quegli aspetti più noti, perché il più delle volte è su questi che si sviluppa la contraddizione profonda tra le direttive ecclesiastiche e la vita comune dei cattolici stessi.

La chiesa prevede l’esistenza del peccato originale dai tempi di S. Agostino. Nulla a che vedere con la concezione dell’ebraismo, che invece parla del PECCATO ORIGINARIO, ossia il primo peccato avvenuto per scelta libera dell’essere umano. Mentre nell’ebraismo questo non implica automaticamente una corruzione della discendenza di Adamo, per i cattolici invece il peccato originale ha un significato di corruzione definitiva dell’umanità dai progenitori in poi. L’uomo nasce fondamentalmente cattivo, nasce col marchio del peccato anche quando è neonato e del tutto privo della capacità di scelta (che acquisisce invece lentamente durante l’infanzia).

Sulla base di questo (non so se è diventato dogma di fede, a dire il vero, mi pare di si ma son molti anni ormai che non studio più il cattolicesimo), è scaturita una interpretazione del battesimo in chiave sacramentale. Il battesimo diventa il mezzo sacramentale attraverso cui l’individuo (inizialmente erano adulti, poi l’età della somministrazione del battesimo è scesa progressivamente) poteva essere “purificato” da un peccato commesso da due imbecilli nella notte dei tempi.

Questo modo di considerare l’uomo è alla base anche di tutta la teoria tipicamente cattolica del peccato e del senso di colpa. La riforma protestante tentò a suo tempo di rivedere quest’aspetto, introducendo invece una concezione di responsabilità al posto del senso di colpa, ma in effetti poi ebbe delle deviazioni che la resero pericolosa quanto il cattolicesimo, ma questo è un altro discorso.

La chiesa si è sempre riservata di stabilire quali fossero i peccati, e se tali peccati fossero veniali o mortali (secondo la definizione: peccato veniale: peccato che non comporta la dannazione dell’anima qualora la persona venisse in quel momento a morire. Peccato mortale: peccato che implica la dannazione senza scampo della persona che lo ha commesso, qualora si trovasse a morire.)

In questo senso ha dettagliato in modo sorprendente l’elenco dei peccati nel campo sessuale, lasciando molto vaga e nebulosa la descrizione di peccati in altri campi, quale quello legato a peccati “pecuniari” (usura, truffa, evasione fiscale ecc.) e a peccati contro l’umanità, tranne quelli grossolani, Per esempio nulla dice su chi ha aziende che fabbricano armi, su chi le commercia, su chi le vende, per dirne una.

Comunque sia, i cattolici sono tenuti a seguire le direttive della chiesa, quindi se non vi sono “disposizioni esterne” su alcuni settori, hanno di fatto il campo libero. Quando invece queste disposizioni ci sono, giocoforza devono attenervisi.

Ora io ho potuto constatare che esistono varie tipologie di cattolici in questo versante.

C’è una minoranza che con rigore segue le direttive della chiesa, con tutte le inevitabili sofferenze che questo comporta, in quanto molte delle direttive vanno decisamente controcorrente  rispetto agli usi della società attuale. Per poter portare avanti questo modo di essere allora l’unica strada possibile è quella di perseguire un certo grado di isolamento o quantomeno di distacco, e questo in genere non è possibile se non associandosi a gruppi di cattolici che seguono lo stesso tipo di indirizzo. (l’uomo è un animale sociale, son ben poche le persone votate all’eremitaggio…) Di solito si finisce per diventare integralisti in questo modo. Non dico che lo siano tutti, conosco almeno una persona che pur rientrando in questa categoria, non lo è. Ma ritengo che sia una mosca bianca.

Un altro gruppo di “cattolici” vive una doppia vita: predica bene e razzola male. Pur strombazzando i valori morali dettati dalla chiesa cattolica, essi non vi si attengono, nella convinzione profonda che quelle che compiono loro siano deroghe lecite (mentre molto raramente lo sono). Questo è un gruppo molto nutrito di persone, sono quelle che vanno regolarmente alla messa domenicale, che hanno una famiglia apparentemente irreprensibile, che spesso riescono ad ottenere vantaggi materiali dal loro essere cattolici.

Un terzo gruppo è più “onesto” rispetto al secondo. Si tratta di persone che seguono il cattolicesimo “a modo loro”, lo dichiarano esplicitamente, fanno spallucce quando vengono mostrate loro le contraddizioni, e si limitano a dire che “Su queste cose me la vedo io con Dio”. Sinceramente più che cattolici questi li considererei “utenti” della chiesa. Ci sono quando conviene, non ci sono in tutte le cose in cui non conviene.

Il quarto gruppo è costituito da persone che, profondamente convinte del ruolo della chiesa cattolica, si trovano per motivi legati alla vita, “fuori” da essa. Parlo per esempio di chi ha subìto un divorzio, di chi ha scoperto la propria omosessualità, tanto per citare le due situazioni più dolorose. Sono persone che vivono in modo molto tormentato la grande discrepanza tra quella che considerano la “fede” e la vita stessa. Vivono un dolore profondo, radicale, inimmaginabile. E vengono condizionati da questo nelle loro scelte.

Di fatto però i cattolici in senso stretto sono percentualmente molto pochi, proprio perché la chiesa dà troppo, davvero troppe direttive, non permettendo in praticamente nessun campo di  effettuare una scelta di coscienza.

Mi sono trovata in questi giorni a vivere una profonda rabbia, a dire il vero. Quand’ero cattolica appartenevo al 1° gruppo. E si, ero anche diventata fanatica, sebbene lo fossi per me più che per gli altri. Mentre ero capace di comprendere i punti di vista differenti (non su tutto, a dire il vero…), non ero capace di far deroghe per quello che concerne me stessa.

Nel momento in cui le contraddizioni dottrinali diventavano troppo grandi, quando mi si è formata la famosa gestalt di cui parlavo all’inizio, allora ho deciso che non potevo più appartenere alla chiesa cattolica. Per me è stato uno strappo profondo, radicale e dolorosissimo, perché ho dovuto fare i conti con tutto quello in cui avevo creduto fino a quel momento. Chi mi conosce sa che ho preso decisioni molto lontane dalla morale cattolica. Quello che sa però solo chi mi conosce personalmente, non nel virtuale, e solo da molti anni, è che certe scelte di vita non sono avvenute prima della mia apostasia, ma almeno 4 anni dopo. In 4 anni non andavo più in chiesa e non partecipavo alle liturgie ma ho mantenuto ancora in piedi quei comportamenti che richiedeva la chiesa cattolica.

Detto in termini brutali: ero cattolica e mi sono sposata vergine (dopo un fidanzamento di 6 anni in un’epoca in cui TUTTI scopavano come ricci), non ho mai usato anticoncezionali, frequentavo regolarmente i sacramenti, improntavo la mia vita secondo i rigidi canoni delle direttive ecclesiastiche al punto da essere quasi una monaca.

Sinceramente sentire da parte di tutta una schiera di cattolici, la maggior parte dei quali fa esattamente quello che vuole, fare la morale su tutto e tutti, mi fa davvero incazzare come un nido di cobra affamati.

Perchè a mio parere questa si chiama IPOCRISIA.

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