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L’anima e il senso della vita

Continuo la pubblicazione di articoli miei postati in un altro blog e che sottoscrivo tutt’ora a distanza di tempo. Questo post lo feci in seguito ad un commento che una amica di blog mi fece in precedenza. Riporto il post press’a poco così come lo feci, il 12 Aprile 2005:

Magnolia mi scrive:

“Le mie certezze di cattolica sono crollate miseramente tanto tempo fa. Resta una piccola parte di me che crede che la Fede sia la chiave di tutto (fa molto luterano, eh?). Ma a volte anche quella vacilla.

E’ comunque una consolazione accorgersi che non si è i soli a dubitare e a farsi domande; in genere, per comodità, per pigrizia e forse anche per paura, la gente si lascia scivolare addosso le questioni dell’anima, di Dio et similia con la facilità di una padella antiaderente (similitudine molto casalinga, chiedo venia)… :-)”

E’ un commento che mi ha fatto riflettere molto. Non so se quello che scriverò sarà in linea con il pensiero di Magnolia, ma la sua riflessione ha scatenato la mia.

Viviamo in un’epoca in cui ci sono due tendenze opposte: una grande superficialità, dettata (credo) da ritmi frenetici di vita che di fatto ci impediscono di riflettere, di soffermarci su tematiche che un tempo erano oggetto di speculazione anche fra le persone meno acculturate. Un’altra è la spasmodica ricerca di ciò che è stato perduto, del senso della vita, del “perchè” siamo qui, perchè esistiamo. E’ estremamente difficile orientarsi fra queste due opposte tendenze, e spesso ho l’impressione che nella ricerca di un equilibrio si trovino invece soluzioni frettolose, poco “masticate” e digerite ancora peggio. Tanto per proseguire un linguaggio che ha a che fare con la cucina… Perchè non è davvero possibile trovare l’anima in mezzo al chiasso, agli spot pubblicitari, alla fretta di andare al lavoro – a scuola – in palestra – al corso di inglese – ecc., ficcarsi nel traffico cittadino e imprecare per chi svolta senza mettere la freccia.

Chi ha fatto un percorso simile al mio sa quanto sia drammatico passare da un’istituzione che, se da un lato ti soffoca e ti inibisce il pensiero, dall’altro però ti offre mille sicurezze. Sei dalla parte del giusto, ascolti la Voce di Dio attraverso i testi sacri, attraverso le parole dei ministri del culto. Ti riempi il cuore della magia delle liturgie, le narici del profumo tutto speciale dell’incenso, gli occhi dei colori delle chiese. Le emozioni sono intense e profonde. Ti inginocchi davanti al tabernacolo con la profonda e ferma convinzione che lì esista la presenza in carne, sangue, spirito e verità del figlio di un dio. E la senti davvero quella presenza, viva, palpitante. La assapori nel deglutire il sacramento, la sperimenti nella vibrazione della tua anima.

Eppure… eppure…
Eppure!

Troppe cose cozzano con il fiume di sensazioni, di emozioni, che scambi come provenienti da questo dio, da questo figlio di questo dio… e che invece poi scopri appartenere a te.

Troppe contraddizioni ti schiaffeggiano giorno dopo giorno. Non capisci, non riesci a comprendere un dio che si manifesta attraverso un labirinto infinito di regole-capestro.

 

Avevo un amico omosessuale. Per carità, per certi versi era proprio uno stronzo, però io gli volevo davvero molto bene. Mi sono chiesta molto spesso: perché se io sono capace di voler bene a questo ragazzo, a prescindere da quello che fa a letto, perché se io sono capace di accettarlo così com’è, questo dio dev’essere da meno rispetto a me?

 

Ho cercato la ragione della mia esistenza in molti luoghi. Quello che mi ha convinto di meno è proprio quello cattolico. La mia anima è solo un’emozione, un moto transitorio del mio sistema nervoso autonomo? O esiste davvero? Cos’è l’anima, di cosa è fatta, che fine fa dopo la morte?

 

E che significato dare a questa contaminazione biologica di questo microscopico sassetto buttato in un angolo dell’universo, che molti si ostinano a chiamare Terra? Siamo davvero così importanti, al punto da combinare una marea di cazzate immonde su e giù per il pianeta?

 

Chi è ateo, credo, vede le cose in modo più disincantato. Non lo so, non sono mai stata veramente atea. Qualcuno mi diceva che io sono agnostica razionalmente ma che in cuor mio desidero che esista un dio, e che questo sia buono.

Credo che abbia ragione, in fondo.

Non so in cosa credere. Ma non credo che le guerre nel mondo, i bambini violentati e uccisi, la mafia, le torture, le innumerevoli ingiustizie quotidiane grandi o piccole possano rientrare nella categoria “volontà di dio”. Mi sembra una cazzata bella e buona. Un modo semplicistico per propinarci boiate.

 

Non apparterrò più ad una religione. Non posso. Ne ho avvicinate varie, molte mi son piaciute. Forse quella che mi è piaciuta di più è la religione Bahai. Ma è un’istituzione. Bella, ancora agli esordi, con tutta la purezza di ciò che inizia. E’ una religione perseguitata, e questo la rende pura e forte. ma è un’istituzione.

 

Io non ho la padella antiaderente. Ogni cosa mi rimane schifosamente attaccata. Non riesco a lasciarmi scivolar via le mie considerazioni, per quanto banali, su “chi siamo, cosa facciamo, ‘ndo cazzo andiamo”.

 

Non so chi sono, non so che ci sto a fare qui. Non so dove sto andando. E resto stupefatta dall’innumerevole quantità di persone che, nella convinzione di sapere esattamente cosa sono-fanno e dove vanno, si mettono bende dottrinali sugli occhi e calpestano allegramente tutto e tutti. Senza accorgersi di nulla. Senza sapere quanto male fanno. Senza sapere neppure che fanno male anche a loro stessi.

 

Non so chi sono, non so che ci sto a fare su questa terra. Non so dove vado. Mi rimangono poche cose da fare. Lavoro, cerco di farlo con coscienza (e mio dio quante volte mi saltano in mente gli innumerevoli errori che faccio). Amo. Molto. Con gioia o con dolore, ma sempre con trasporto. Non so molto di più. Sbaglio, m’incazzo quando non devo, lascio correre quello che non dovrei far passare. Passo la mia vita a osservare passo dopo passo dove metto i piedi.

 

Ho bisogno di cercare la mia anima in ogni momento. Sarà forse un moto del mio sistema nervoso autonomo. Forse sarà un’illusione dettata da questo organizzatissimo ammasso di cellule che, in stretta simbiosi, credono di essere una cosa sola e non lo sono.

Non lo so. E non sapere, paradossalmente mi dà vita. Mi spinge a cercare, mi stimola la curiosità di guardare tutto con occhi forse infantili, chissà. Non so e non voglio risposte. Amo le domande. Amo dare risposte parziali, fluide in ogni momento. Non so se esiste un dio, se ne esistono molti, se esiste un permeare di divino in ogni cosa, animata o inanimata. Non so nulla di tutto questo e continuerò a lasciare che i cibi si attacchino alla mia padella per poterli mangiare masticandoli lentamente.

Grazie, Magnolia..

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