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La storia di una monaca

The nun’s story – USA 1958

 

Regia: Fred Zinnemann

Delicato film interpretato da una giovane Audrey Hepburn, inizia la sua ambientazione in Belgio negli anni ’20.

Gabrielle Van Der Mal è la giovane figlia di un noto chirurgo, essa stessa appassionata delle scienze mediche in un periodo storico in cui non era concesso alle donne di accedere a tale professione. La sua passione si sviluppa specialmente nello studio delle malattie tropicali in quanto il suo più grande desiderio è quello di lavorare nella colonia congolese.

Decide quindi di entrare in convento, in un ordine monastico che formava infermiere missionarie. Tale decisione non viene vista positivamente dal padre, il quale però lascia libera la figlia di scegliere.

Inizia quindi un cammino che si rivelerà difficilissimo per Gabrielle, diventata suor Lucie, la quale da un lato aspira alla perfezione nella vita monastica e nella preparazione professionale, dall’altro però mal si adatta al voto di obbedienza tipico della condizione claustrale.

Si trova quindi a vivere in una sorta di doppio binario: il bisogno di rispondere ad un ideale di perfezione viene frustrato dalla difficoltà di seguire le innumerevoli regole, con discutibile priorità.

Alcune scene illustrano dei punti salienti di questa storia:

  • le confessioni collettive delle monache per piccole violazioni alle regole, che comportavano punizioni volte a insegnare l’umiltà (le penitenti baciavano i piedi di tutte le consorelle);

  • un brano in cui a suor Lucia vien chiesto, come atto d’umiltà, di sbagliare agli esami e farsi bocciare, richiesta che la giovane monaca non riuscirà ad assecondare, col risultato di venir assegnata anziché in missione in Congo, in un manicomio come sorvegliante di malati mentali pericolosi;

  • quando finalmente verrà assegnata all’ospedale congolese, il confronto col chirurgo dell’ospedale (ateo e anticlericale) la porterà a riflettere su alcune priorità. Il medico infatti, pur apprezzando l’indefesso lavoro della suora, mal sopportava le regole che imponevano la medesima, ad orari fissi, di ritirarsi per l’ora di silenzio e di preghiera… a volte anche durante gli interventi chirurgici.

Suor Lucia osserva, nel corso degli anni, che non tutte le consorelle e le superiori avevano un’adesione precisa alle regole monastiche, ma da parte sua non riesce ad autoingannarsi, e punta costantemente a risponderne in modo preciso.

Nel frattempo muore l’amato padre senza che lei abbia avuto l’opportunità di salutarlo.

Scoppia la guerra, la 2° guerra mondiale, e gran parte dei missionari in Congo vengono richiamati in patria. Tale è anche il destino di Suor Lucia, che verrà impiegata come infermiera in un ospedale belga. Là ha occasione di assistere anche feriti di guerra, di entrambi gli schieramenti, e tale obbligo accresce la sua insofferenza alle regole dell’ordine religioso. Non riesce, infatti, a provare ugualmente pietà per i feriti belgi come per i tedeschi.

Si accresce il desiderio di far qualcosa di utile per la sua patria e non già per tutti, per tale ragione una postulante le fornisce un contatto presso i partigiani belgi.

A quel punto la sua decisione è matura: chiede insistentemente al vescovo di potersi allontanare dall’ordine e di venir secolarizzata. Non ricevendo risposta positiva, dichiara al vescovo che se non le venisse concesso si sarebbe allontanata comunque.

La scena finale è sconcertante: suor Lucia, destinata a tornare Gabrielle, viene accompagnata in un settore speciale del convento della casa madre. Percorrerà un corridoio, da sola, seguendo le istruzioni che la superiora le fornisce attraverso un altoparlante. Si recherà in un’angusta cella dove sono ripiegati abiti secolari. Si toglierà gli abiti monastici per cambiarsi, e, una volta pronta, le apriranno una porticina che la conduce direttamente in strada, dove si allontana come ultima conclusione del film.

Il film non si può definire né pro né contro l’organizzazione monastica o ecclesiale. Il regista mostra infatti una grande abilità nel descrivere gli avvenimenti con profondo distacco, puntando prevalentemente lo sguardo alla vita interiore e al percorso maturativo della giovane monaca. Però tale rigore ci mostra un mondo fatto di regole che hanno come unico scopo quello di esercitare le monache all’umiltà, alla pazienza e all’obbedienza, annullandone il più possibile le individualità e le differenze. Le monache non possono toccarsi né avere contatti con alcuno, tengono infatti le mani all’interno delle maniche; si sottopongono a regole prive di senso che assumono il significato di glorificare il mistico sposo. Le regole non ammettono altre priorità e questo sarà poi il punto attraverso il quale prenderà strada, lentamente, la decisione di Gabrielle di uscire dall’ordine.

Il film si snoda attraverso toni delicati e intimistici, limitandosi a mostrare piuttosto che interpretare.

Leggendo varie recensioni infatti notavo come buona parte di esse si soffermava sull’insofferenza di suor Gabrielle verso le regole monastiche mentre il mio occhio da sempre è caduto invece sull’incongruenza delle regole e sul comportamento rispetto ad esse di molte suore. Al punto da notare che in un ambiente siffatto sembra che possano resistere le persone che per propria natura sono approssimative e accomodanti, mentre vi soccombono coloro che improntano al rigore la propria vita.

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