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Nuvola di parole

Una visita inaspettata

Ieri l’ho rivisto dopo tanto tempo, forse più di un anno.

Ormai ha l’aspetto di un uomo, forte, i muscoli sottopelle guizzano in un corpo asciutto. Parla pacatamente, a voce bassa. Una parlata fluida e morbida della quale riconosco ormai solo il timbro. Ha 21 anni. L’ho avuto come paziente, “mollatomi” con una scusa da un collega. Un ragazzo molto difficile, violento, seguito fin da bambino dai servizi di neuropsichiatria infantile e da loro ereditato quando ha compiuto i 18 anni.

Situazione molto complessa la sua: non si capiva cosa avesse, se fosse psicotico o se stesse avviandosi verso un disturbo di personalità grave. I carabinieri venivano chiamati spesso dai genitori per via dell’aggressività di questo ragazzo. L’avevo visto durante un intervento d’urgenza, avevo fatto delle terapie un pò drastiche spinta dalla situazione, e questo aveva fatto incavolare profondamente il mio collega. E così è diventato paziente mio. Ho ascoltato molte volte i racconti della situazione familiare di questo ragazzo.

Gli ho sempre dato del tu, e lui dava del tu a me (mi salutava con un buffissimo: “Ciao dottoressa”). Ho verificato molte volte quello che lui diceva sulla sua famiglia e ho scoperto che, in linea di massima, non diceva balle. Indubbiamente non era imparziale, ma comunque non diceva balle, come invece tutti volevano farmi credere. Durante un conflitto più grave degli altri, in cui il giovane, pur essendone vittima, veniva additato come responsabile, ho avuto la possibilità di riposizionare con quella famiglia le responsabilità di ognuno dei componenti. Spedii i genitori a fare una terapia di coppia presso uno psicologo, genitori che, devo dire, perlomeno si dimostrarono molto disponibili a cambiare. Lentamente il comportamento del giovane cominciò a migliorare.

All’inizio, quando l’avevo conosciuto, aveva una rabbia in corpo cieca e furiosa, e davvero il giovane era frequentemente incapace di controllarla. Non ho fatto molto per lui. Ma una cosa si: l’ho ascoltato, ho verificato e gli ho creduto. A lungo son stata l’unica a credergli. Ho sospeso le terapie pesanti e gli ho lasciato solo ansiolitici per aiutarlo a contenere la rabbia. Poi ha cominciato a non venire più: lavorava. Non voleva studiare ma amava lavorare, soprattutto amava i lavori che lo impegnassero fisicamente. L’ho sentito spesso per telefono: mi chiamava e mi diceva: “Dottoressa telefonami perchè ho poco credito nel cellulare”. Per alcuni mesi ho avuto contatti con lui in questo modo.

Ieri è passato al centro. Aveva bisogno di un certificato. L’ho lasciato che era un ragazzino turbolento, aggressivo e rabbioso. Mi son trovata davanti un uomo sereno, sorridente e in pace con se stesso e con gli altri. Mi raccontava del suo lavoro, i cui risultati erano ben visibili in quella muscolatura soda e perfetta. Ci guardavamo spesso sorridendo, e devo dire che in quegli sguardi ci passava il mondo intero.

Ho sciolto la diagnosi psichiatrica. Non ha nulla. E’ sano.

Ad un certo punto mi dice una cosa splendida. Mi dice che ha imparato a vivere la vita giorno per giorno, senza guardarsi più indietro e senza progettare più di tanto il futuro. Per non crogiolarsi nei rancori, per non crearsi ansie. Me l’ha detto esplicitamente, ma più che con la voce me l’ha comunicato con tutto il suo essere, pacato, dal sorriso aperto e sereno.

Tante persone, che vengono definite sane, non arrivano mai, nell’arco della propria vita, alla saggezza che ha raggiunto questo giovane a 21 anni…

Ieri l’ho rivisto dopo tanto tempo, forse più di un anno.

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