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Nuvola di parole

Non conosco parole adeguate. Riflessioni su Amore e Morte

E’ uno di quei giorni in cui avrei voglia di esprimere quello che mi passa per la testa e nel cuore, ma in cui mi viene tanto difficile macinare con le parole qualcosa di assolutamente ineffabile e… difficile da esprimere. Ho scritto nel post precedente del film “Ti presento Joe Black”, che ho rivisto stamane. E ieri notte, fino ad un orario indecente, non ho fatto altro che guardare interviste a Tiziano Terzani e al figlio Folco, a guardare la presentazione del libro scritto da Folco sbobinando lunghe conversazioni col padre prima che morisse.

 

Non parlo volentieri di queste cose perché so che nessuno le ascolta volentieri, ma spesso questi argomenti mi urgono dentro in modo prepotente.

 

Ho avuto fin da bambina una insolita consapevolezza dell’esistenza della morte, e a lungo l’ho interpretato come un segno che dovessi morire giovane. Ora non sono più tanto giovane, sebbene a quasi 44 anni non possa certo definirmi vecchia, ma comunque non sono più una ragazza. Evidentemente non era quello il senso di questa strana consapevolezza. Ho sempre ricercato qualcosa che mi aprisse la mente e il cuore rispetto alla morte, leggevo volentieri i libri di Raymond Moody per esempio, che ha studiato a lungo i fenomeni delle esperienze che lui chiama di pre-morte. Ieri guardavo i filmati che ritraevano Terzani, via via sempre più malato ma sempre vivace di una vivacità ricca di vita, proprio quando questa vita stava scivolandogli via dalle dita come acqua. Mi trovo ad osservare il mondo, a volte, con uno stupore che non avrebbe ragione di essere, sia per il fatto che non sono giovane, sia per via del mio mestiere che mi dovrebbe portare, teoricamente, ad avere una conoscenza dell’animo umano un pò più raffinata della media.
Gli esseri umani vivono una vita il più delle volte priva di senso. Li vedo stupita affaticarsi per avere cose inutili, per avere riconoscimenti del tutto fasulli e prendere per oro quella che non è manco pirite. Osservo ogni giorno, tante volte al giorno, le persone giocare con se stesse, con gli altri, in una sorta di paradossale minuetto senza senso, senza scopo. Vendersi e comprare, comprare per poi vendersi, per non ottenere altro che parole vuote, insoddisfazione, malumori, nevrosi, rabbia…

 

La morte esiste, è l’unica cosa reale nella vita. Esiste ed è il limite per eccellenza. Tutto dev’essere poi ricondotto a questo. Tutto scorre, sfugge al di là di qualunque nostro tentativo di fissarlo e cristallizzarne l’esistenza. Le foto ingialliscono e perdono i colori, gli oggetti si rompono. Il corpo lentamente si trasforma, invecchia, si ammala. Ciò che ieri era alla moda, oggi ci appare ridicolo. La morte è l’unica cosa reale. E’ l’unica cosa che ti consenta di restare ad ammirare tutto quello che scorre davanti ai nostri occhi, ad ammirare riempiendoti della gioia di gustare ogni attimo, perchè potrebbe essere l’ultimo. E’ la gioia di guardare ogni giorno la persona che ami con trepidazione, con emozione e commozione, perchè anche oggi hai avuto il privilegio di incrociare la tua vita con la sua. E’ la gioia di osservare lo svilupparsi di questa stagione, di vedere il miracolo della primavera (giacchè oggi è primavera…) il tepore dell’aria che si scalda sotto il nuovo sole, lo stridìo delle rondini tornate in città.

Guardando uno dei filmati di Tiziano Terzani notavo che lui era consapevole di osservare tutto quanto per l’ultima volta. Si riempiva di quelle piccole esperienze che noi diamo così facilmente per scontate. I paesaggi, la natura. La presenza accanto a lui del figlio, della moglie, dell’altra sua figlia, dei nipoti.

L’amore. L’amore è l’unica cosa che valga davvero la pena di perseguire. Ogni volta che leggo un libro o guardo un film o ascolto qualcuno che esprime questo messaggio, mi rendo conto che di solito questo messaggio viene dai più ritenuto banale. Il libro o il film vengono svalutati perchè sdolcinati, la persona guardata con pietà perchè un’illusa.

E a volte magari lo è…

 

Ma perchè nella vita di tutti i giorni l’amore dev’essere relegato ad un cantuccio, ad un oggetto banale da utilizzare di tanto in tanto, come un cavatappi nel cassetto delle posate? Perchè vederlo in quest’aspetto utilitaristico oppure sdolcinato?

L’amore è la morte. La morte è l’amore. Perchè sono due cose che prendono il proprio senso l’una dall’altra. L’amore è una forza spietata e impersonale che non accetta di venir confinata. Confinarla è come condannare la propria anima ad una morte anticipata, vivere una vita priva di alcun senso, impegnati all’infinito (o meglio… finchè non arriva la morte fisica) ad occupare il tempo, a riempire i vuoti e a far risuonare i silenzi di innumerevoli inutili suoni. Perchè nel vuoto e nel silenzio nasce e risorge la disperazione di chi non ha un’anima viva, è nel silenzio e nel vuoto che può parlarci il nostro cuore e la stessa esistenza.

 

Confiniamo la nostra libertà in uno strano zoo dove abbiamo tutto ma non possediamo noi stessi, e abbiamo terrore della morte. Non tanto di quella vera, fisica, che diventa a questo punto solo un simbolo. Ma abbiamo paura di quello che la morte rappresenta. La perdita, il confine. Perchè alla fine non siamo più che gusci vuoti fatti di niente e la morte arriva di botto a denudare l’inganno, a sbatterci in faccia che noi non possediamo nulla, che non possiamo controllare nulla. Che moriamo e rinasciamo giorno dopo giorno un’innumerevole numero di volte, e che tutte le stronzate che facciamo per cristallizzare quello che costruiamo di fatto non fanno altro che ibernarci, in un sarcofago dorato che ci ostiniamo a chiamare vita

 

E allora ecco potente e irrefrenabile il desiderio di controllare gli altri, di influenzarne il pensiero, di dirottarne quello che crediamo essere l’amore. Ecco il desiderio di essere adulati e di adulare… in un patetico giro di valzer di parole vuote e di sorrisi di circostanza.

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