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Nuvola di parole

In morte di Oriana Fallaci – ovvero: I morti son tutti buoni

Si stanno già spendendo fiumi di parole all’indirizzo della morte della Fallaci, e il mio post casca in un marasma di voci.

 

Intanto ne segnalo due, di tema diverso, delle quali condivido ogni riga.

Il primo è il POST DEL RATTO IN THE RAT RACE breve e essenziale. A questo post vorrei aggiungere l’effetto che mi ha fatto un commento sentito poco fà su Omnibus a “La 7”, nel quale un ospite, giornalista della mediaset (del quale non ricordo il nome), ha voluto sottolineare che la Fallaci non era razzista, ma che ha voluto con i suoi modi forti mettere in guardia l’occidente, che stava subendo un’aggressione da parte di una cultura fondamentalista.

 

Questo commento mi ha profondamente indignata. La Fallaci ERA razzista, profondamente e radicalmente. Lo era nei confronti di culture diverse, che non si rifanno al modello della Grande America, lo era nei confronti di categorie di persone che non avevano uno stile di vita da lei giudicato “normale” (sono note le sue sconcertanti parole contro l’omosessualità). Lo era, lei, fumatrice accanita, nei confronti dei non fumatori. Lo era nei confronti di tutto e di tutti al di fuori di se stessa e di quanto potesse somigliarle in pieno. Le sue parole hanno avuto una pericolosissima risonanza, esasperando un’intolleranza già profonda, mettendo barricate anche negli angoli rimasti aperti al dialogo. Le parole di un personaggio pubblico non sono parole qualunque. Hanno il potere di spostare l’ago della bilancia nell’immaginario collettivo, hanno la funzione di esaltare o minimizzare movimenti di idee e esasperare o smorzare ideologie. Le sue parole non sono state prive di effetto, tanto più che i media occidentali hanno preferito dare risonanza alle sue piuttosto che a quelle di Tiziano Terzani. Anche ora, ho potuto già constatare quanto risalto si stia dando alla morte di quest’individuo che è morto mille volte prima nell’anima, mentre nel luglio del 2004, quando è stato Terzani a concludere la sua vita, tale evento è stato quasi del tutto dimenticato.

L’occidente VUOLE le barricate, c’è poco da fare. Vuole gli odii, vuole le guerre, vuole il razzismo sebbene faccia di tutto per ribattezzarlo con altri termini. Vuole creare quella contrapposizione di culture e ideologie tanto utili a fini economici. E la Fallaci si è prestata per anni, secondo me colpevolmente e consapevolmente, a fornire un supporto ideologico e culturale agli odii, alle barricate, al razzismo. L’unica ragione per cui non ballerò sulla sua tomba è che ora la sua parola sarà cristallizzata e “sacramentata” dalla morte.

 

L’altro post è quello scritto ieri da MATTEO BORDONE IN FREDDY NIETZSCHE
Si tratta di un post dal tenore completamente diverso e devo dire che non posso che ringraziare Matteo di aver esposto un tema tanto importante. Poichè spero che chi legge il mio scritto vada anche a scartabellare in questi link, vedrete che Matteo pone l’accento su un problema che nasce come un fatto linguistico ma che ha delle radici nella mentalità ormai consolidata che vuole escludere anche dal vocabolario tematiche sgradite.

Non ci esprimiamo più in modo diretto, come se evitare parole come “cancro”, “morte” potesse scongiurare il pericolo di vivere queste esperienze. E sebbene l’esperienza del cancro non è certamente destinata a tutti, quella della morte invece è l’unico evento della vita del quale possiamo avere una certezza assoluta.

Vorrei fare un commento che nasce dalla mia esperienza professionale. Ho ed ho avuto come pazienti persone che vivono o hanno vissuto un’esperienza di malattia grave e potenzialmente mortale. Perchè ricorrere ai servizi di uno psichiatra? Perchè dover affrontare un evento della vita che, per quanto doloroso, è comunque naturale, come se fosse una patologia mentale? La risposta è di una semplicità agghiacciante: l’esperienza psicologica e esistenziale di una malattia grave non è considerata affatto “normale” nella nostra società. Il malato non deve esistere, non deve mostrare a nessuno la propria sofferenza, il proprio tormento, le proprie paure. Non ha nessuno con cui sfogarsi, nessuno che ascolti il percorso di maturazione che una malattia grave impone a tappe forzate a chi ne è affetto. Ed ecco che si lascia solo chi si ammala, preda di una depressione che non dovrebbe arrivare a livello di patologia, non dovrebbe diventare un’ulteriore malattia da curare (magari con farmaci).

Mi vengono inviati malati di cancro dai familiari, dai colleghi oncologi o dai medici di base. Tutte persone che non hanno tempo, ma soprattutto voglia, di confrontarsi con la morte, di accettare di accompagnare la persona in un tratto di strada difficile e tortuoso, per quanto questo sia possibile a chi malato non è.

Mi ha sempre colpito il senso di grande sollievo che leggo nei volti di questi pazienti speciali quando accolgo senza battere ciglio anche la parola “morte”.

Cancellarla dalle nostre bocche e dai nostri pensieri ci fa morire prima…

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