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EUTANASIA

Il tema dell’eutanasia è destinato a riemergere periodicamente alla ribalta dell’interesse nazionale a causa di situazioni “forti” proposte dai media e destinate a scatenare polemiche di tipo etico-filosofico, sociologico, politico e religioso.

 

Il caso di Piergiorgio Welby, con la sua richiesta esplicita e senza mezzi termini di porre fine ad una vita diventata intollerabile ha scatenato una sorta di “guerra etica”. Vorrei provare ad affrontare l’argomento mantenendolo il più possibile al di fuori da tale diatriba.

 


Con “eutanasia” siamo soliti racchiudere in un unico termine situazioni diversificate e con impatto sociale, legale e umano abbastanza differente. E’ noto che il termine, mediato dal greco, etimologicamente significhi “buona morte”, è meno noto che originariamente tale termine non indicava altro che una speranza che tutti abbiamo, ossia di poter morire senza sofferenze e con dolcezza quando arriverà il nostro momento. Niente di più e niente di meno.

 

Comportamenti che possono essere ricondotti ad atti eutanasici sono presenti nell’antichità prevalentemente con scopi sociali: venivano infatti messi a morte gli organismi deboli, malati, inutili al vivere civile, nell’àmbito di un riferimento culturale secondo cui il bene della comunità è prioritario rispetto a quello individuale. In questo senso possiamo ragionevolmente dire che nell’antichità l’atto eutanasico finiva per sostituire o affiancarsi alla selezione naturale ed aveva lo scopo di far sopravvivere i più forti. Tali atti potevano avvenire con o senza il consenso dell’individuo.

 

Si deve a Francis Bacon la reintroduzione di tale termine nel linguaggio moderno all’inizio del XVII secolo. Il filosofo però nell’usare tale parola voleva invitare i medici ad alleviare il più possibile le sofferenze dei malati terminali, in modo che potessero raggiungere una “buona morte”, nel rispetto della vocazione insita nella professione medica.

 

Il concetto di eutanasia sociale invece venne tragicamente ripreso a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale dallo psichiatra Alfred Hoche e dal giurista Karl Binding e divenne l’impalcatura teorica sulla quale si basò successivamente il nazismo per teorizzare a sua volta, programmare e mettere in atto l’eutanasia eugenetica all’interno del noto programma più vasto di miglioramento della razza.

 

Attualmente, come ricordavo all’inizio, il termine avvolge situazioni piuttosto differenti fra loro. Da un lato abbiamo azioni “attive”, volte a procurare volontariamente la morte del soggetto sofferente (suicidio assistito ed eutanasia cosiddetta “attiva”), dall’altra invece si posizionano comportamenti atti ad alleviare sofferenze nella persona affetta da malattia terminale, la quale però si avvierà alla fine della sua vita senza l’intervento attivo del medico, del paziente stesso o di un suo familiare, anche qualora tali atti siano indirettamente responsabili dell’accorciamento del tempo di vita. Con eutanasia passiva viene intesa anche l’astensione terapeutica, ossia la cessazione di cure che potrebbero allungare la durata della vita del paziente terminale a discapito però della sua qualità.

 

Concetto affine a quello dell’eutanasia è quello del “testamento biologico”. Si tratta di disposizioni di tipo testamentario che riguardano l’eventualità in cui il soggetto si debba trovare in una situazione irreversibile di incoscienza o di malattia degenerativa del cervello che possa impedirgli una decisione ragionata relativa alla sua salute e alla vita stessa.

 

Non si tratta quindi di situazioni univoche e indubbiamente esistono posizioni etiche che possono accettare o tollerare alcune forme di eutanasia e rifiutarne altre.

 

Vorrei cominciare dall’eutanasia eugenetica. Parto da questa perchè credo che sia l’aspetto che più di tutti susciti preoccupazioni in coloro che poi rifiutano l’eutanasia tout court.

 

Tipica delle popolazioni antiche (emblematico il caso degli spartani che esponevano alla morte i bambini nati deboli o storpi), come accennavo è stata codificata in modo sistematico dal regime nazista nel piano più globale di purificazione della razza. A tale scopo venivano soppresse tutte le persone che presentavano danni fisici o psichici. L’altra faccia dell’eutanasia eugenetica durante il terzo reich era rappresentata dalla creazione di “fabbriche di ariani”: cliniche particolari dove donne con caratteristiche ariane comprovate avevano rapporti sessuali con uomini ugualmente ariani (di solito graduati dell’esercito, delle SS o comunque fedelissimi a Hitler) per procreare i figli perfetti della patria perfetta.
La forma eugenetica perpetrata dal regime nazista è sicuramente un caso limite, estremo, di eutanasia. E’ importante a tal proposito ricordarsi alcune cose:

  1. Non si trattava certamente di una scelta volontaria dell’individuo a cui era destinata
  2. Lo scopo dichiarato era quello di non permettere la propagazione di geni potenzialmente portatori di “tare”, comprese quelle razziali
  3. Va da sé che non esisteva alcuna intenzione umanitaria in tale forma di eutanasia. Non aveva nessuna importanza l’individuo oggetto di tale pratica, non interessava minimamente la sua sofferenza personale, nè la curabilità o meno della patologia di cui era eventualmente affetto.

Mi viene difficile pensare che si possa tornare ad un’eutanasia con queste caratteristiche senza che vi sia un regime simile a quello nazista.

 

Tornando a qualcosa di meno drammatico, riprendiamo il concetto di “eutanasia attiva“. In effetti è quella che può essere considerata “eutanasia” in senso stretto, e molti quando usano questo termine si riferiscono solo a questa forma. Qui è direttamente e attivamente coinvolto il medico, il quale è chiamato ad accelerare o provocare la morte attraverso l’uso di farmaci letali. Tale forma di eutanasia si può attuare, ove sia consentita, solo in poche e specifiche circostanze:

  1. E’ praticabile solo ed esclusivamente su adulti consenzienti
  2. Chi la richiede dev’essere affetto da una malattia che porterebbe comunque a morte, che compromette gravemente la qualità della propria vita e/o è fonte di sofferenze insopportabili
  3. Son state tentate senza successo tutte le cure palliative atte a migliorare la qualità di vita del malato, ad eliminare o almeno alleviare le sofferenze fisiche e/o i disagi più gravi legati alla patologia.

Strutturata in questa maniera, si può notare come in effetti i casi in cui si possa applicare questa forma di eutanasia sono percentualmente molto scarsi.

 

Legato all’eutanasia attiva abbiamo il “suicidio assistito“. In questa pratica il medico ha un ruolo più di supporto. Infatti esso fornisce le informazioni e il materiale affinchè il paziente possa procurarsi da solo la morte, ma a parte questo particolare le condizioni in cui tale forma di suicidio può essere praticata sono le stesse dell’eutanasia propriamente detta. Bisogna dire che in questo caso è necessario che il paziente sia fisicamente in grado di mettere in atto un suicidio: deve avere la possibilità, infatti, di praticarsi un’iniezione o di assumere farmaci per via orale, e non sempre ciò è possibile.

 

Le forme di eutanasia passiva non vengono considerate da tutti un’eutanasia vera e propria. Tutte implicano in un modo o nell’altro la rinuncia ad atti terapeutici o di supporto artificiale alle funzioni vitali.

 

La richiesta di Piergiorgio Welby in effetti rientra in una forma di eutanasia passiva. Il presidente dell’Associazione radicale “Luca Coscioni” infatti può sopravvivere solo sotto ventilazione assistita, in quanto ha perso la funzionalità muscolare anche dei muscoli respiratori.
La sua richiesta non è tanto di essere ucciso da un’iniezione letale, ma di venir staccato dal polmone artificiale, dopo la somministrazione di un farmaco sedativo che gli impedisca di soffrire durante la fase del trapasso. In questo caso infatti l’uso del farmaco è finalizzato alla morte ma non è CAUSA in sé della morte stessa, che avviene naturalmente una volta che l’organismo sia privato dei supporti artificiali.

 

Situazione analoga si ha anche nel caso in cui il paziente sia in uno stato vegetativo e si debba decidere se interrompere il supporto assistito alle funzioni vitali. Ne parlerò un pò più avanti in quanto qui entriamo nell’ottica del “testamento biologico”.

 

Una forma simile di eutanasia passiva è quella che permetterebbe le cure palliative per alleviare le sofferenze fisiche anche qualora esse porterebbero ad accorciare ulteriormente la vita del paziente. Faccio un esempio: un malato terminale di cancro con metastasi ossee potrebbe avvantaggiarsi di dosaggi elevati di oppiacei per lenire le proprie sofferenze, ma con tale trattamento palliativo anzichè sopravvivere per 4 mesi potrebbe morire dopo 2 mesi. Qui il farmaco non è CAUSA della morte, non è neppure finalizzato ad essa ma solo ad alleviare una sofferenza. La riduzione ulteriore della sopravvivenza è un “effetto collaterale” non ricercato ma tollerato in seguito ad una valutazione dei costi e dei benefici di tale tipo di terapia.

 

Ancora più “soft” è la rinuncia alle cure, che attualmente è un diritto sacrosanto dell’individuo anche in Italia fino a quando tale diritto non leda interessi comunitari. E’ noto per esempio che sono obbligatorie alcune vaccinazioni (terapia preventiva di interesse sociale, in quanto con le vaccinazioni si impediscono epidemie di malattie di difficile cura); esiste a tutt’oggi, regolamentata in modo differente, la vecchia “quarantena” per malattie trasmissibili ad alto rischio di contagiosità, esiste il trattamento sanitario obbligatorio per persone affette da crisi acute di scompensi mentali. Al di fuori di queste tre circostanze, ogni individuo ha il pieno diritto di decidere se usufruire dei servizi medici o se lasciare che una malattia faccia il suo corso. Ricordo fra tutti il caso di quella donna che si era rifiutata di farsi amputare l’arto affetto da gangrena gassosa.
Tutti abbiamo inoltre presente la posizione dei Testimoni di Geova, che per ragioni religiose rifiutano le trasfusioni di sangue e i trapianti d’organo, anche a costo di affrontare la morte qualora queste siano le uniche soluzioni per sopravvivere.
In questa forma di eutanasia vi sono aspetti contraddittori: da un lato si àuspica la rinuncia all’accanimento terapeutico, dall’altro però si cerca di forzare il cittadino alle cure talvolta anche con sistemi discutibili. E’ prassi comune per esempio che un testimone di Geova venga comunque trasfuso nel momento in cui perde conoscenza, appellando tale decisione medica allo “stato di necessità”. La signora Maria, che aveva rinunciato a farsi amputare l’arto, era stata sottoposta a perizia psichiatrica per stabilire se tale decisione fosse nata da alterazioni mentali che ne potevano compromettere la capacità di scelta. Per fortuna gli psichiatri coinvolti non si sono prestati a dichiarare uno stato di malattia che non esisteva.

 

Arriviamo quindi ai due aspetti che ho tenuti per ultimi: l’accanimento terapeutico e il testamento biologico.

 

Per accanimento terapeutico si intende tutto l’insieme di atti medici che, ben lungi dal permettere la guarigione del paziente o garantire un aumento significativo della sopravvivenza, sono volti a combattere a oltranza una forma patologica inguaribile, con l’unico risultato di sottoporre il paziente a calvari non giustificati e a peggiorare la qualità della vita. Uguale definizione si ha quando si tiene artificialmente in vita un organismo ridotto a pura vita vegetativa.
E qui introduciamo il concetto di “testamento biologico“.
Si tratta di una dichiarazione fatta dal cittadino senziente (sia esso sano o già malato) che autorizza medici e familiari a sospendere le cure in caso di malattia che comporta fra le altre cose l’incapacità a prendere decisioni autonome. Teoricamente potrebbe anche contenere indicazioni per effettuare una eutanasia attiva, ma tale soluzione non è all’ordine del giorno nella discussione parlamentare che riguarda tale tema.

 

Lascio volutamente a metà il discorso relativo all’eutanasia, sperando di aver dato degli spunti utili che possano permettere di distinguere i vari aspetti che il termine assume.

 

Fornisco anche dei link utili ad approfondire ulteriormente l’argomento:

 

UNA RACCOLTA DI ARTICOLI AL RIGUARDO

 

L’OLOCAUSTO E L’EUTANASIA EUGENETICA

 

LA POSIZIONE UFFICIALE DELL’ORDINE DEI MEDICI

 

In particolare attraverso il primo link potrete accedere a documenti ove viene esplicata la posizione di studiosi islamici, ebraici, valdesi, cattolici e la posizione dell’UAAR

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