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Tropico del Cancro

Dal mio vecchio blog

A volte vorrei fare altro nel mio lavoro. Oberata di tanti impegni, di tante tipologie di pazienti, non riesco a dedicare abbastanza tempo per ciò che mi preme di più, per ciò che vorrei davvero seguire.

Una persona in particolare mi colpisce. Energica, forte, ma per questa ragione “abbandonata”. Se ti mostri forte di solito sei tu che devi star vicino agli altri, devi sostenere. Anche quando avresti solo bisogno di rannicchiarti in un angolo, sparire per un po’, o magari essere abbracciata e coccolata.

Non ho mai avuto problemi a parlare con persone che affrontano o hanno affrontato una malattia tumorale. Non saprei dire il perché, ma mi son sempre messa in una disposizione d’animo “alla pari”. Non compatisco nessuno, non mi sento particolarmente contrita né triste. So che tutto quello che ha a che fare con la vita, con la salute e con la morte può riguardare anche me e tanto mi basta. Accomunata in un destino che non conosco, ascolto semplicemente l’esperienza che mi viene raccontata senza mancare di cogliere l’innegabile sollievo di chi finalmente può parlare senza sentirsi costretta a accudire anche all’imbarazzo e alle paure dell’interlocutore. Le mie paure son solo mie, esistono indipendentemente dallo stimolo che mi è dato da R. e da chi, come lei, mi parla del suo percorso nella battaglia contro un cancro al seno. So bene che quanto è successo a lei può succedere anche a me, non ho l’abitudine di cacciar via questa realtà, né di far finta che essa non esista o non mi riguardi.

E mentre R. parla assorbo quanto mi dice e cerco, per quanto è possibile, di far tesoro della sua esperienza.

Il momento in cui si scopre che c’è “qualcosa” è molto particolare. Indipendentemente dal modo in cui viene comunicato, si crea immediatamente una sorta di velo che separa (forse definitivamente?) chi è “malato” da chi è “sano”. Da quanto colgo, questo dipende da molti fattori diversi.

Un fattore è legato all’atteggiamento di chi sa che tu hai “qualcosa”. Chi è malato spaventa molto chi è sano. Ormai viviamo un po’ tutti in una sorta di delirio di onnipotenza, in un mondo di gente giovane e eterna. La consapevolezza che la vita è effimera si allontana velocemente e interagire con chi è malato di una malattia potenzialmente mortale ti costringe a pensare alla TUA morte, alla TUA fragilità. E allora molto meglio tenere le distanze, allontanare in tutti i modi questa consapevolezza.

Quante volte ho visto familiari di gente malata che accentravano su di sé le attenzioni, perché dal momento che un proprio caro si ammala IO soffro, IO sono preoccupato.

Oppure “sono troppo sensibile” e non voglio vedere, non voglio sentire.

Leggo spesso negli occhi di R. l’immenso fastidio nel percepire l’eccessiva gentilezza di chi interagisce con lei.

Con lei rido molto: è di una simpatia trascinante. So bene di non capirla e non mi sforzo di convincerla del contrario. Mi accorgo che lei di questo me ne è molto grata.

Lei è guarita, se si può parlare di guarigione nel caso di un tumore maligno.

Ma non è così di A.

A. non è una mia paziente. Con A. ho rapporti di tipo professionale. Ogni tanto si assenta dal lavoro. Nonostante tutti sanno del suo male, nessuno si chiede il perché di queste assenze. A. ha dei modi che per molti sono irritanti. So che alcune delle persone con cui lavoro hanno espresso in forma piuttosto esplicita un compiacimento del fatto che lei aveva un cancro.

A. lo sa benissimo e sa anche chi sono queste persone perché questi commenti li ha sentiti con le proprie orecchie.

Ha una forma tumorale ad elevatissima malignità. Da molti anni fa chemioterapie di diverso tipo perché questo cancro è anche poco responsivo. E’ ancora viva ma sa benissimo che la sua vita è agli sgoccioli. A me lo dice senza problemi. Nonostante sia una persona profondamente chiusa, ogni tanto apre uno spiraglio e mi racconta un pezzetto della storia.

Qualche mese fa mi sono accorta che porta una parrucca, molto ben fatta, molto simile ai suoi capelli naturali, ma è una parrucca.

A. viaggia ogni volta che può. Ha una vita di relazione piena, ha amici che conoscono le sue condizioni e prendono la situazione così com’è. Viaggiano con lei, la rispettano nelle sue difficoltà fisiche senza però sentirsi costretti a starle vicino quando non si sente bene.

A. gioisce delle piccole cose di tutti i giorni, ma non rinuncia neppure ai suoi odii, alle sue rabbie. Non perdona e non gliene importa assolutamente nulla di imparare a perdonare.

Credo che siano pochissime le persone che sanno davvero come sta.

So che deve morire e ogni volta che si assenta penso “ci siamo”. Poi ritorna e la saluto come se la vedessi per la prima volta. La bacio sulle guance perché sono felice di vederla e lei, ad onta del fatto che non sopporta le smancerie, accoglie volentieri le mie effusioni ridendo gioiosamente.

A. vive separata da tutti, con robusta consapevolezza sa che quanto sta attraversando è una cosa che riguarda solo lei. Venerdì, parlando in privato, mi diceva che spesso la gente la ammira per come affronta la situazione. Le dà molto fastidio. Le chiedo perché le dia tanto fastidio visto che è vero che il suo modo di affrontare il cancro è decisamente ammirevole.

Mi risponde: “Secondo te ho scelta? La vita non mi ha dato la possibilità di scegliere”. In effetti è così. Penso a chi si crea ulteriori sofferenze per non voler accettare una situazione che non ti è dato rifiutare.

In questi casi non c’è scelta. L’alternativa è solo quella di lasciarsi andare.

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