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La spiritualità non si trova nelle definizioni o nelle religioni. (Primo titolo: “E’ definibile?”)

Anche in questo caso ho voluto riproporre un post che ho scritto tempo fa in un altro mio blog, il 19 Ottobre 2005. La ragione del mio riproporre questo post è esattamente l’opposta di quella che me l’aveva suscitato. Allora ero entrata in una discussione in un sito dal taglio fortemente anticlericale, ero stata definita “atea” in un’accezione positiva. Ieri invece su OKNOtizie in seguito ad un mio commento, l’utente Violane (che peraltro stimo profondamente) mi ha dato una risposta che mi ha spinto a rispolverare questo mio scritto, perché ridurre tutto a “credere o non credere” è un errore che spesso si fa in perfetta buona fede, ma è un errore che porta, come tanti in questo campo, a divisioni e fraintendimenti.
Non esiste un “credere” e un “non credere”. Anche le persone che non credono nell’esistenza di qualcosa che va al di là della vita fisica conosciuta hanno un bagaglio e una ricchezza che viene loro negata, calpestata e violentata. Pensavo per esempio a quante volte è stata offesa quella splendida persona che è Rosalba Sgroia, semplicemente perché lotta con tutte le sue forze affinché i suoi diritti di persona non credente vengano rispettati, senza mai pensare di negare ad alcuno i propri.

Ripropongo quindi questo mio scritto, con qualche piccola variazione come in quello precedente, affinché sia presente solo il mio pensiero e non altri particolari inutili a questo fine:

[…] Ad un certo punto, dal momento che son stata definita “atea” (per puro errore, dato che non sono definibile con quella parola), ho iniziato un po’ a pensare a quello in cui credo o non credo.

Ho una propensione naturale alla spiritualità, oserei dire “genetica”. Ciò che fin da bambina sento al riguardo ha sempre avuto poco a che vedere con ciò che mi veniva propinato con le parole e l’esempio del mio éntourage familiare.

Non avevo il senso del tempo, per me il tempo era un concetto assolutamente sconosciuto, al punto che mi incasinavo potentemente con tutto ciò che era pratico e organizzativo. Il senso del tempo l’avrei acquisito più o meno nel periodo fra la pubertà e l’adolescenza. Continuo ad avere molto presente quel modo di essere di quand’ero bambina, e una parte di me è rimasta atemporale. Quando tempo fa lessi l’autobiografia di Jung, dove descriveva qualcosa di simile, mi si è allargato il cuore perché mi pareva di essere quantomeno strana.

La mancanza del senso del tempo mi porta a vivere in una sorta di binari paralleli: da un lato vivo, mangio, respiro, mi incazzo, lavoro, invecchio (sigh…). Dall’altro osservo tutto questo e mi porto, come srotolato in una lunga pergamena, tutto ciò che ha a che fare con la mia vita, atemporale e aspaziale. Tutto contemporaneamente presente e lontano. In qualche modo quello che con un binario vivo, lo percepisco come già esistente con l’altro binario. La cosa strana è che con una parte di me spesso soffro come una bestia per cose che, recuperando l’altra parte, vedo come ovvie, scontate, già viste.

Questo mi porta a comprendere abbastanza agevolmente ciò che leggo sulle filosofie orientali soprattutto quando parlano dell’illusorietà della vita, anche se personalmente non la considero illusoria. La considero comunque in modo piuttosto diverso da come viene vista comunemente. La vedo come una cosa che è contemporaneamente in divenire e già conchiusa in se stessa.

Penso che un po’ tutto, a dire il vero, sia il risultato della coordinazione delle contraddizioni. Non della loro risoluzione, a dire il vero. Proprio della coordinazione.

Un po’ come il concetto di divinità. Ho un sentore, non proprio un credo, è più una impressione. Ho l’impressione che esista, che sia assolutamente sfuggente e indefinibile, assolutamente al di là di ogni tipo, forma e interpretazione religiosa. Ho l’impressione che sia contemporaneamente personale e impersonale. Contemporaneamente uno e molti (non uno e trino, ma uno e TUTTO). Credo che contenga tutto perché è al di là di tutto. E probabilmente (scusate per la frase niciana) “al di là del bene e del male”, al di là di concetti come “etica” o “morale”. Sia proprio tutta un’altra cosa. Credo che bene e male siano epifenomeni, drammatici per noi che li subiamo in quanto noi stessi siamo epifenomeni di quest’entità, ma tutto sommato insignificanti.

Tendenzialmente sono portata a credere nell’esistenza di una componente spirituale degli esseri materiali, ma di tutti, animati e inanimati.

Nell’aspetto “temporale” dell’esistenza, ho l’impressione che ogni entità frammentata (chiamiamola “anima”, anche se non so se il termine calza bene) ha un ruolo di crescita, una specie di percorso che deve fare, più che altro di tipo esperenziale, nel senso che penso che ogni “anima” debba raccogliere delle esperienze e arricchirsi con esse. Per me questo è stato sempre importante, ed è per questo che sono una persona che vuole di tanto in tanto riprendere il passato, rivisitarlo, per rivederlo “col senno di poi”, perché non vada sprecato. E’ per questo che collego cose apparentemente molto distanti fra loro e le confronto.

Amo l’idea della reincarnazione per la stessa ragione: trovo che le anime debbano raccogliere esperienze di molte vite, in molte forme diverse di esistenza, anche se non so il perché né se esiste un perché. Ripeto, più che altro le mie sono impressioni.

Il mio “sentire” ha risvolti pratici. Credo che un’etica “esterna” sia dannosissima all’essere umano, in quanto impedisce un reale contatto con tutte le pulsioni. Le pulsioni più violente, vergognose o disdicevoli vengono incanalate sotto forma di modalità comportamentali tortuose e pericolosissime. Penso invece che l’essere umano abbia una naturale tendenza a autoregolarsi. E anche in questa capacità di autoregolazione penso che l’anima compia un cammino, per cui non ritengo sbagliata l’esistenza di regole esterne nella gestione delle società, a patto che le regole siano pragmatiche e non etiche.

L’idea della reincarnazione mi consente di relativizzare molte cose che vivrei in modo drammatico. Faccio un lavoro per il quale sono a contatto con un tipo di sofferenza davvero particolare e “strano”, a volte capita che qualcuno dei miei pazienti si suicidi (da quando lavoro questo mi è capitato due volte, senza contare i suicidi di pazienti non miei ma che conoscevo comunque). Vedo i miei colleghi che assumono degli atteggiamenti estremizzati e a volte contraddittori: c’è che cerca di “salvare il mondo” entrando in relazioni confusive e pericolose, c’è chi invece entra in uno stato di cinismo nichilistico nel quale ha la sensazione che tutto quello che si fa “non serva a nulla”. Io mi accorgo di avere un altro sentimento di base: io faccio quello che posso, fin dove posso. Potrà anche essere una goccia nel mare, ma se quell’anima tornerà un giorno al mondo, porterà con sé anche quella piccola goccia e proseguirà il suo cammino forse con meno dolore… E allora non mi preoccupo quando ho risultati scarsi, non mi stanco se devo ripetere centomila volte la stessa cosa.

Considero l’amore una forza eterna e assoluta, impersonale. Credo che sia lui che catturi l’essere umano, non viceversa. Noi possiamo solo essere dei canali più o meno puliti e sgombri, capaci di far scorrere quest’energia in modo più o meno fluido. Ho amato poche persone ma le ho amate molto. Ogni volta vivevo quest’amore in modo più “limpido”, e ora vivo un’esperienza davvero grande, che mi permette di sperimentare momenti completamente al di fuori del tempo. L’amore che ho provato in passato resta fresco e presente, sebbene trasformato in affetto, stima e amicizia, oppure in nostalgica, crepuscolare dolcezza. Ma non va mai perso perché è lui che decide come e quando manifestarsi…

Arrivo ad una cosa che fa sempre molta paura e fa incazzare chi mi vuol bene: la morte. E’ vero che mi capita di parlare della morte, anche se non frequentemente come dice lui. Ma questo per me ha un senso diverso da un modo necrofilico di vedere la vita. La morte è il limite con cui tutti dobbiamo volenti o nolenti confrontarci. E’ la ragione per cui non voglio restare con qualcosa in sospeso con la persona a cui voglio bene. E’ il motivo per cui ogni giorno lo vivo come diverso, nuovo, sorprendente. E’ perché c’è questo limite, e non si sa quando ci scontriamo con esso, che assaporo la vita in modo intenso, che ogni cosa mi diverte, che provo piacere nel guardare un mare in burrasca o nel fare all’amore con l’uomo che amo. E’ il fatto di non sapere quanto tutto ciò che vivo possa durare, che me lo rende bellissimo e intenso, paradossalmente è per quello che lo vivo come eterno, atemporale… Ed è proprio questo limite che mi rende molto divertenti tante cose, prima fra tutti questa smania di potere che ha colpito, peggio che un’influenza dei polli, come una pandemia, a tutti i livelli e in tutte le classi sociali. Perché ci si affanna tanto per stronzate dimenticandosi di vivere, facendosi il sangue cattivo per tante cose che non lo meritano e non ci si accorge che le cose importanti sono quelle che ti fanno stare bene, sono le cose apparentemente piccole ma che ti allargano il cuore. A questo punto la morte non è più una cosa negativa, né positiva d’altronde.

E’ solo un dato di fatto, la consapevolezza che tutto finisce (per chi non crede nell’esistenza di altro) o che tutto trasmuta in qualcosa che non sai, non conosci e nel quale potresti non avere la possibilità di raccontarti tante balle.

Non so se tutto questo è definibile. Troppo fluido, le parole che ho messo qui fissano qualcosa che non è cristallizzabile e che potrebbe modificarsi, dolcemente, man mano che scorre il tempo…

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