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Percorso a Tappe

Dal vecchio blog

Prima tappa. Novembre 2006

Non sono mai stata una persona molto propensa a preoccuparmi del mio stato di salute. Però comincio ad avere la mia età e qualche controllo di prevenzione lo devo fare. Dopo varie indecisioni mi prenoto per la mammografia. Il collega è un uomo tranquillo, pacioccone. Nonostante sia palesemente impegnato tratta i pazienti con molta calma, con un lieve, discreto sorriso sulle labbra. Evita di guardarmi direttamente se non quando strettamente necessario.

Ho un seno “difficile”. La mammografia non è sufficiente. Devo fare un’ecografia per poter integrare le valutazioni con due metodiche complementari.

Mi trova un fibroma. Neanche tanto piccolo, a dire il vero. Ma se non cresce non è comunque da togliere. Dovrò tornare dopo circa 5 mesi per un controllo, per verificare se questo fibroma è cresciuto di volume.

 

Seconda tappa: giovedì 17 aprile 2007

Ovviamente faccio passare più tempo. Come mio solito devo essere praticamente presa per i capelli per fare le visite mediche. Mi prenoto e vado molto tranquillamente dallo stesso medico.

Il fibroma è là, identico a quando me l’ha visto la prima volta. Continua l’esplorazione nell’altra ghiandola. Guarda con attenzione. E io guardo attraverso il monitor. Ogni tanto passa e ripassa su qualcosa che genera un cono d’ombra. Si sposta e poi ci ritorna. La sua attenzione è tradita da un leggero irrigidimento nel sorriso, che pure mantiene.

Neanche a me piace il cono d’ombra ecografico. E’ troppo tempo che non ho più dimestichezza con questo tipo di immagini, ma ho dei ricordi abbastanza chiari sul fatto che non sia un buon segno.

F. mi dice che ha finito. Mi dà la carta per ripulirmi dal gel e prende un gran respiro.

“C’è qualcosa che va valutato diversamente”.

Improvvisamente divento freddissima. Ascolto le sue parole, che cercano di dosare sapientemente i toni in modo che non possano spaventarmi troppo ma che mi diano quel giusto tanto d’allarme da non farmi trascurare la “cosa”. Mi accorgo che i miei molteplici strati stanno ormai funzionando contemporaneamente e ognuno per conto suo.

Apprezzo i toni e le parole di F., gentili ma ferme. D’altro canto per me in quel momento sono troppe.

“Cosa devo fare?” è la domanda che gli rivolgo a rischio di interromperlo in modo un po’ cafonesco.

Continua a spiegarmi cose che so benissimo. Non mi son voluta presentare a lui come medico e questo comporta che lui dia per scontato che io ignori tante cose.

“Cosa devo fare? Mi spiego: dove devo andare, da chi, quando, come?”

Sono sempre stata una persona molto pratica. Mi accorgo che in quel momento ho voglia di tagliar corto. Voglio sapere subito cosa devo fare.

F. mi dà un nome, un indirizzo. E’ un chirurgo dell’ospedale Oncologico.

Il mio cervello funziona ormai in modo strano, anomalo. Molto spesso sentendo storie di malattie tumorali da parte dei miei pazienti mi è serpeggiato un pensiero sotterraneo, sottile come la tela di un ragno ma molto chiaro: “Potrebbe toccare a me”. In quell’occasione questo pensiero, sottile ma tutt’altro che impalpabile, è stato: “Forse stavolta ci siamo”.

Telefono a varie persone, a vari conoscenti, colleghi. Tutti mi confermano come nome la persona che mi ha indicato F. Una collega ginecologa che è anche mia amica mi dà il suo numero di casa. Non faccio mai queste cose, ma stavolta non riesco a resistere alla tentazione. Lo chiamo. Non c’è. Una voce femminile (forse la moglie) mi chiede il numero di casa. C. mi richiama a casa e mi dà un appuntamento in tempi brevi.


Terza tappa: martedì 22 aprile 2007

C. è un uomo sulla cinquantina, dalla voce gradevole, dolce ma ferma. Mi ripete l’ecografia. Vede la “cosa” e vede il cono d’ombra. Ne vede un’altra simile poco distante dalla prima. Sono due “cose” molto piccole, mi dice. In ogni caso, qualunque sia la loro natura, le ho beccate in tempo.

Devo fare una risonanza magnetica. Mi dà un altro nome. Una collega di cui si fida.

Vado subito nell’ospedale dove lavora questa collega. E’ in ferie. Mi danno la data del suo rientro e un numero di telefono dove posso rintracciarla.

I giorni trascorrono in modo normale. Non penso. Lavoro come al solito. Dormo poco. Il sonno tarda ad arrivare, ma è un’insonnia senza pensieri, senza ansia, senza un sintomo che l’accompagni. Non dormo, sono più stanca del solito. Ascolto di più i miei pazienti, soprattutto le persone che hanno storie di malattia tumorale. Alcuni di loro in questo periodo mi raccontano cose che non mi avevano mai raccontato, su come hanno vissuto alcune fasi della malattia, su come trascorrevano il “tempo interno” fra una visita e l’altra. Io sono decisamente privilegiata. Come medico usufruisco di un privilegio che risale ad Ippocrate ed è sancito nel nostro codice deontologico. Vengo ricevuta prima, vengo comunque trattata diversamente.

Mio marito è palesemente preoccupato. Mi guarda con infinita tenerezza e mi accarezza i capelli come non ha mai fatto, neppure quando stavamo insieme. Sono poche le persone a cui ho raccontato ciò che mi sta succedendo. Uno è lui, poi M. e infine A., che combatte da anni con un cancro che probabilmente la porterà a morire. Non voglio dire nulla ai miei familiari. Specie a mia madre. So bene che vorrebbe tutta l’attenzione su di sé e la “preoccupazione di avere la figlia così”. Non voglio rischiare di prenderla a sberle.

A. è la persona in cui confronto è per me più importante. Le dico che ammiro il suo modo di affrontare la malattia. Lei mi dice: “Ho forse altra scelta?”. Mi parla di cose che non ha mai detto a nessuno fino ad allora. Poi però scompare di nuovo, forse catturata da un altro ciclo di chemioterapia.

L’ambiente di lavoro è per me più irritante del solito. Ho sempre visto il teatrino che si svolge con profondo disgusto, ma ora questa sensazione diventa quasi insopportabile.

 

Intermezzo poetico: venerdì 1 giugno 2007

E’ il compleanno di mia figlia. E’ sempre più bella e solare. Non ha mai avuto grossi festeggiamenti e neanche li richiede. Vuole solo una torta con su scritto “auguri”. Ha la sua torta, un pranzo organizzato per lei, farà una piccola pizzata con due amici. Adoro la mia gattina. La voglio veder crescere e farsi donna, voglio anche litigare con lei, chissenefrega. Ma voglio vederla diventare forte e grande come una quercia.

 

Quarta tappa: giovedì 7 giugno 2007

Son stata serena fino ad allora. Vado a fare la risonanza. C’è un po’ di gente ma neanche tanto. Vengo chiamata per l’orario prestabilito. Mi danno le disposizioni: devo levarmi le lenti a contatto. Momento un po’ buffo: non ho il contenitore. Mi danno due bicchieri in carta e un po’ di soluzione fisiologica. Mi preparo. Il mio corpo è coperto solo da un camice verde usa-e-getta e dall’intimo. Mi spiegano come debbo posizionarmi. A pancia in giù apro il camice di carta e posiziono le mie “ghiandole” in apposite aperture del lettino. Devo stare fermissima. Si vabbé, è una parola! Il cuore mi batte all’impazzata e spero solo che questo battito non comprometta la mia immobilità. Il lettino scorre verso quella specie di stargate che magnetizzerà il mio corpo. Ho un ago infilato nel braccio per il mezzo di contrasto. Un curioso tubicino a spirale mi collega all’infusore. E’ strano quanti particolari stupidi riesco ad osservare.

Il magnetizzatore fa un rumore tremendo, per attutirlo mi hanno dato dei tappi, ma il TUN-TUN-TUN è molto forte. Stranamente però quel battito ritmico ha il poter di calmarmi. I ritmi mi calmano sempre. Lo sento come piacevole, ci cucio sopra una musica tribale, penso ad una danza e a poco a poco mi tranquillizzo.

Non so quanto dura, ma l’esame finisce e la mia percezione è che non sia durato in fondo tantissimo. Mi danno il referto e un cd-rom. Che figata! Vedrò la risonanza dal PC.

 

Quinta tappa: stesso giorno, circa due ore dopo

Telefono allo studio di C. per prendere un appuntamento con lui. C’è la segreteria telefonica. Comincio a lasciare un messaggio ma C. prende subito la comunicazione. “Vieni subito, come finisco le visite vedo te”

Percorro rapidamente lo spazio tra i due ospedali. Non faccio molta anticamera: arrivo proprio quando C. sta visitando l’ultima persona. Torna a visitarmi. Un piccolo commento mi entra in testa come il parassita della filariasi: “Eccolo qui”. Mi viene subito in mente che nessuno lo aveva mai palpato prima.

La risonanza non dice niente di esaustivo.

“Facciamo la biopsia e li togliamo. Vediamo cosa sono a livello istologico e tagliamo la testa al toro.”

 

Sesta tappa: venerdì 15 giugno 2007

Ho passato una settimana strana. A volte dimentico completamente cosa ho, a volte strani pensieri striscianti restano a cavallo tra coscienza e inconscio. Un fatto al lavoro mi fa reagire insolitamente male. Un collega gioca in modo assai scorretto con i turni. Mi scappa un “vaffanculo” in pubblico, cosa che non è mai successa.

Ieri mi presento con un’ora di anticipo. Per me è peggio stare a casa. Ho mio marito accanto e francamente non so se è un bene o un male. A volte i suoi atteggiamenti fobici sono molto irritanti. Oddio, non è il solo. Non trovo nessuno, davvero nessuno che quando parlo di qualcosa di mio resti focalizzato completamente su di me, senza sconfinare in cose proprie. Mi chiedo se sono così anch’io con gli altri. Dovrò prestaci attenzione.

C. arriva puntualissimo, con una divisa lilla chiara. Nell’attesa mi son divertita a constatare di quanti colori vestisse il personale dell’Oncologico: verde chiaro, verde scuro, azzurro, bordeaux. E ora lilla. Una bella tinta di lilla. Faccio un commento con C. che mi sorride. Mi spiega che ogni colore significa un “grado”. La sua è la divisa del chirurgo in sala operatoria.

Mi fa ancora l’ecografia. Trova le due “cose” e le segna con un pennarello dermografico. Segna il taglio che dovrà fare. E’ un taglio a T perché deve cercare due “cose” in punti vicini ma non adiacenti.

Mi accompagna in sala e mi affida ad un’infermiera. Lei ha un’espressione dolcissima, gli occhi di un bel verde mare e un sorriso rassicurante. Mi spiega come devo prepararmi: cuffietta per i capelli, paracalzari, torso nudo e camice verde, stavolta però in stoffa. E’ lo stesso tipo di camice che usavo molti anni fa quando facevo il tirocinio in chirurgia. Strano doverlo mettere per stare dalla parte del paziente.

Arriva C. e mi conducono in sala operatoria. Son tutti molto premurosi. Capisco che lo sarebbero comunque, a prescindere dal fatto che son medico. Preparano il “campo” con teli particolari. Mi mettono un telo verde in modo da tenermi seminascosto il campo operatorio.

Ma la grande lampada che illumina il campo operatorio ha il fondo a specchio e riesco a vedere lo stesso.

C. mi spiega cosa sentirò. Puntura, bruciore. Poi rapidamente la sensibilità dolorifica si attenua e scompare. Un po’ come dal dentista.

Mi chiedono spesso se mi fa male, cosa sento. Dolore ne sento pochissimo, più che altro è legato a come viene stirata la restante porzione di ghiandola. C. usa un bisturi elettrico, cauterizzante. L’ho visto usare spesso anch’io. E’ formidabile: taglia e cauterizza in un colpo solo. Aprono la ferita chirurgica con divaricatori, mentre il chirurgo prende, tira, brucia e taglia, spinge, fruga.

Sento odore di bruciato. Dico: “Oggi non mangerò carne arrosto”. Gli infermieri ridono.

Si tampona il sangue, pochissimo in verità. Poi vedo questa specie di patata globulare, gialla e irregolare. Capisco che è il nucleo ghiandolare dov’è piazzata la “cosa”, la prima delle due.

C. dice quasi fra i denti: “Sembra una displasia”. Mi sento decisamente molto meglio.

Il lavoro prosegue per tirare fuori anche l’altra “cosa”. Vengono messe in un contenitore e spedite per l’analisi istologica.

Ora mi fanno l’emostasi. Con velocità e precisione C. chiude i vasi sanguigni. Ora mi mettono i punti. Filo riassorbibile, punti prevalentemente interni. Chiedo qualche dritta su cosa fare con la ferita chirurgica. L’infermiera mi fa la medicazione. Ringrazio tutti, se lo meritano davvero. L’infermiere mi dà un guanto pieno di ghiaccio: dovrò tenerlo sulla parte per alcune ore.

Vado nello spogliatoio e mi rivesto. Devo chiamare mio marito: è andato via. Credo che non reggesse alla tensione. Arriva dopo un po’ e torno a casa.
Sono sfinita, ma sto molto meglio. Mi risuonano continuamente nella mente le parole “Sono molto fiducioso”. Tra dieci giorni circa avrò il referto istologico, la mia settima tappa.

Chissà, forse ancora non mi tocca…

 

Settima tappa. Oggi, 26 Giugno 2007.

 

Ieri era lunedì. Non voglio essere precipitosa. So bene che difficilmente il lunedì mattina mi daranno una risposta. Svolgo le mie attività quotidiane, vado al lavoro nel pomeriggio. Non voglio chiamare, aspetterò ancora un giorno.
Stamane devo andare a farmi levare il piccolo punto che tiene uniti i lembi del taglio. Vado a fine mattinata da una collega del pronto soccorso. Chiamerò C. pressapoco allora. Comincio il mio lavoro la mattina presto: ho le mie visite, arrivano dei pazienti fuori appuntamento. Ad un certo punto mi accorgo di una telefonata persa e di un sms di avviso. Ho un messaggio in segreteria. E’ mio marito che mi avvisa che C. ha chiamato a casa. Lo richiamo immediatamente. Mio marito ha la voce assonnata e lievemente rauca. Mi ripete quanto già mi ha detto in segreteria e aggiunge: “Comunque il dott. C ha detto che è tutto negativo: non c’è niente”…

Ho una stranissima sensazione. Ancora, davvero, non mi tocca…. Per ora mi resta quel taglio diventato tanto simile ad una Y. Mi accorgo di essere molto fortunata.

…In tutti i sensi. Ho scoperto molte persone che mi vogliono davvero bene…

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