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Intorno al “percorso a tappe”

Ora che posso dire “è passata” voglio innanzitutto ringraziare tutte le persone che in molti modi diversi mi son state vicine. Son state tante, sia nella vita di tutti i giorni che in rete. In effetti quando avevo deciso di scrivere sul blog le mie considerazioni avevo già una certa sicurezza che il risultato sarebbe stato per me favorevole. Se non fosse stato così probabilmente non avrei avuto abbastanza lucidità per mettere per iscritto le mie considerazioni.

 

Devo moltissimo a quelle persone che hanno passato la stessa mia esperienza con esito ben diverso dal mio. Ci sono due donne, in particolare, a cui mi riferisco. Una è una mia paziente, ormai guarita, ma che ha fatto un percorso lungo e difficile proseguito in un intervento chirurgico demolitivo e in trattamenti chemioterapici. L’altra è una collega psicologa. Quest’ultima vive da molti anni alla giornata perché la sua lotta contro il tumore non è mai cessata e da un momento all’altro perderà la sua battaglia.

 

E’ da loro che ho colto questo aspetto del “percorso a tappe”. Dai loro racconti, da come vengono vissute le giornate in attesa della tappa successiva, con i modi per ognuno diversi di riempire lo spazio fra una tappa e l’altra. E’ da loro che ho udito della grande solitudine in cui ci si trova, l’impossibilità di comunicare quanto succede, la sensazione netta di essere isolati dai “sani” da un muro di vetro.

 

Il contatto con la morte ha completamente stravolto le loro vite, ha rivoluzionato le scale di priorità, ne ha sfrondato il carattere e le reazioni e ha reso i rapporti interpersonali più diretti e meno ipocriti.

 

Ciò che mi ha colpito in queste persone è stata una sorta di reazione di grande freddezza. Non c’era tempo per autocompiacimenti e autocommiserazioni, bisognava reagire e basta. Nel caso della mia paziente il dolore, la rabbia, la paura sono venuti dopo, quando il male era stato “ufficialmente” estirpato. Nel caso della mia collega invece posso notare tutt’ora una reazione di costante e dignitosa freddezza, un distacco apparentemente olimpico. Le mie reazioni iniziali son state molto simili. Non posso dire di aver avuto paura, sul momento non c’era questo ma il mio cervello lavorava a mille per cercare ogni soluzione possibile, per cercare di prepararmi anche al peggio e di organizzarmi mentalmente per affrontarlo. E così ho costantemente tenuto davanti ai miei occhi queste due persone più di tutte, le loro reazioni, la loro dignità, il loro andare avanti a strappare ogni briciola di vita dalla vita stessa.

 

Non avrei potuto scrivere prima perché ero troppo occupata. Ma il giorno della biopsia ho “sentito” che sarebbe stato un buon giorno. Ero molto indecisa se postare o meno e fino all’ultimo son rimasta a guardare la pagina di splinder prima di dare l’invio alla pubblicazione.

 

Credo di aver fatto bene. Man mano che mi allontano dall’idea di essere ammalata di cancro tante cose si sfumano. Non voglio dimenticarle. Non voglio che quest’esperienza possa andar perduta.

 

Vi abbraccio tutti di cuore.

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