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Harry Potter e la modernizzazione dei miti ancestrali

E’ da tempo che mi propongo di scrivere qualcosa relativo alla saga di Harry Potter. Siamo quasi arrivati alla dirittura d’arrivo, non manca molto a che il 7° e (sembra) ultimo libro venga pubblicato nell’edizione inglese. In autunno, o al massimo allo scoccare del solstizio d’inverno, anch’io, da perfetta ignorante di quella strana e diffusissima lingua, ne leggerò la traduzione.

La prima volta che conobbi Harry Potter fu per aver letto un trafiletto in una delle ultime pagine di una rivista femminile sfogliata da un parrucchiere. Parlava di un “discreto successo” ottenuto da un “libro per bambini in cui si descriveva la storia di un maghetto orfano”, successo ottenuto grazie al passa-parola e non alla pubblicità. Mi acquistai i primi libri quando ancora l’autrice non aveva rivelato di essere femmina, quando la casa del Corvonero si chiamava ancora Pecoranera, quando non esisteva il logo del mago che metteva la H a forma di saetta.

I libri sono sette, come i sette cieli della cosmogonia antica e il giovane mago è di essi il pilastro alla stessa stregua in cui il centro dell’Universo descritto dalle mitologie più antiche regge gli stessi sette o nove cieli. Esiste un passaggio importante, una trasmissione di tipo sciamanico tra l’anziano mago che nell’edizione italiana è chiamato erroneamente Silente e il giovane protagonista, iniziazione che passa inevitabilmente attraverso prove tremende e attraverso la morte stessa, presente non già nei primi volumi ma quando il cammino di trasformazione del mago è ormai suo malgrado avanzato.

Harry Potter non sceglie di essere mago così come un giovane sciamano non sceglie di essere tale. Viene condotto attraverso il difficilissimo tunnel del mondo degli spiiti e lo sciamano può solo scegliere se intraprendere una strada “personale”, legata a successo e potere oppure una strada più “impersonale”, legata a farsi canale di un potere di cui non è né l’origine né il padrone. Chi legge le mie righe si troverà sconcerto: infatti è la strada impersonale quella manifestata nel potere che, con una semplificazione arbitraria, può essere definita “buona”. Leggendo i libri si notano infatti alcune caratteristiche che possono darmi ragione: Voldemort ha cercato in tutti i modi di riscattare una rabbia antica attraverso il potere e il controllo degli altri. Ha una storia che condiziona il suo modo di essere e dalla quale è ossessionato. Ben si nota nel 6° libro ove emerge la sua ossessione di vincere, lui personalmente in quanto individuo, la morte, arrivando anche a operare strappi multipli della sua anima pur di ottenere l’immortalità. Non c’è nulla di più personale di questo, nulla di più egocentrico, antropocentrico.

Albus Dumbledore, nell’edizione italiana tradotto per un errore in Albus Silente, è un mago assolutamente impersonale. Non perchè manchi di caratteristiche sue proprie: l’autrice indugia con divertimento nel caratterizzare le piccole idiosincrasie (quale la sua passione per gli strani dolci del mondo magico). Ciò che ha di impersonale è il suo essere al di là di se stesso e l’incarnazione della magia come forza di cui è strumento. Una sua frase ripetuta in vari punti salienti della storia è: “C’è qualcosa di peggiore della morte”.

Il suo farsi portatore di un potere impersonale lo si nota maggiormente quando, per sua stessa ammissione, commette errori nel suo tentativo di proteggere il giovane mago dal dolore e dalla sofferenza. E’ lì che si intuisce un mai sopito conflitto fra il suo essere uomo e il suo essere “sciamano”, fra le esigenze di assecondare in modo individuale i propri sentimenti d’affetto e la prepotente necessità di incanalarli a costituire nutrimento e ossa agli aspetti più universali di questo potere.

Silente muore nel 6° libro. Una morte strana, i cui contorni probabilmente si delineeranno solo nell’ultima opera della Rowlig. E purtroppo non posso che ammettere che quello era il suo destino fin dall’inizio, unico modo di lasciar andare un potere di cui era depositario e non padrone.

I mondi paralleli:

mondo della magia e mondo “babbano”, non magico, convivono nel quotidiano con parziale o nulla conoscenza l’uno dell’altro. Gli esseri umani non magici non sono perlopiù a conoscenza dell’esistenza di un mondo parallelo nonostante esso possa avere su di essi pesanti influenze. Non posso evitare di fare un parallelismo con quello che considero il libro più complesso e più importante nel suo rendere attraverso il linguaggio metaforico e mitologico le realtà parallele: La Storia Infinita di Michael Ende. Nella prima parte, viaggio attraverso un inconscio collettivo, l’incapacità di viaggiare fra i due mondi diventa la causa dell’avanzare del Nulla e del passaggio della ricchezza del mondo Fantasiàno nel mondo reale sotto forma di patologia.

Nella descrizione dei due mondi la Rowlig modernizza ogni allusione arcaica e per questa ragione da un lato la occulta dall’altro le infonde linfa vitale, probabilmente al pari di ciò che fecero in varie epoche storiche poeti e scrittori, oracoli e cantori. Per chi è avvezzo alle opere di Castaneda non sarà sfuggito l’inquietante collegamento tra una storia – apparentemente una riuscita favola moderna – e le descrizioni di mondi sciamanici spesso erroneamente interpretate come legate alle droghe naturali. Nulla che vi somigli sul piano formale: non una descrizione parallela, non il linguaggio, non gli argomenti, tantomeno la cultura di sottofondo (decisamente celtica la prima, legata alle tradizioni tolteche la seconda).

E’ piuttosto un impalpabile inquietudine di fondo che si avverte più di stomaco che di mente, una sfuggente sensazione che qualcosa di importante di un mondo forse interiore, dell’inconscio collettivo o cosmico, ci sta sfuggendo dalle mani. Ed è questa sensazione, a mio parere, che rende ragione in fondo del successo di questa saga: chi la legge avverte sottilmente questo messaggio e cerca di riacchiappare questo mondo sfuggente e (quasi) sfuggito in ogni modo, anche attraverso la visione del suo ultimo e (sinceramente) poco riuscito film.

Harry Potter e gli anatemi papali:

Le ultime considerazioni mi portano al particolare rapporto che da due millenni si è instaurato col “mondo altro” e la religione, specialmente quella cattolica.

Non entro in merito a questioni di fede, del credere o meno in un’entità superiore, né voglio addentrarmi su discussioni di natura teologica. Voglio piuttosto fare delle considerazioni rispetto al controllo esercitato dalla chiesa – intesa come organo di potere – sull’accesso a questo mondo “altro”. I libri della Rowlig non sono gli unici né gli ultimi ad essere colpiti da tali anatemi. La lista, che ho reperito tempo fa grazie ad un amico di internet, è molto lunga e presenta opere insospettabili. Trattando dei rapporti di QUESTA opera con la mitologia ancestrale più arcaica (e forse più vicina ai nostri archetipi primordiali), mi soffermo quindo solo su questi.

Il “mondo altro” è diventato l’aldilà, il mondo che ci attende dopo la morte e in quanto tale da conquistare seguendo regole e precetti che, di fatto, allontanano dall’esplorazione autentica del sé. Ogni volta che nella storia si è presentata una porta alternativa, essa è stata sbarrata, piantonata, la strada che vi conduce è stata confusa e depistata. Tutto quanto può portare ad una conoscenza viene impedito e confuso. Il caso più eclattante è quello legato al mondo della sessualità: viene proibita la ricerca in campo sessuale, ricerca che può portare a accessi di tipo estatico a volte anche solo per caso e senza particolari pratiche yoga. Ma viene tollerata se non addirittura favorita la pseudo-sessualità oggettuale, quella che porta agli esseri umani ad usarsi l’un l’altro sotto forma del richiamo genitale per gli usi consumistici della società. La situazione della saga ha un qualcosa di analogo: perchè inveire contro quello che dovrebbe apparentemente essere solo una storia di maghi? Di fiabe, antiche e moderne, ne esistono tante eppure è QUESTA fiaba ad essere presa di mira. E proprio qui nasce la mia considerazione relativa alla funzione di “porta” di questo mito moderno. In quanto porta attraverso la quale entrare in un mondo proibito, essa è “figlia del demonio”. Non perchè intrinsecamente cattiva o portatrice di falsi valori: mi sembra piuttosto strano che possa essere considerato un falso valore quello della lealtà, dell’amicizia, della lotta fino all’eroismo contro un potere malvagio. E’ figlia del demonio per il semplice fatto di esistere, perchè può portare a riflettere, a entrare in se stessi senza alcuna intermediazione religiosa, senza bisogno di ritualizzarne l’ingresso al punto che esso possa diventare vano. E’ la sua funzione alternativa che la rende “male”, l’effetto di concorrenzialità totalmente lontana da una visione religiosa della vita.

Harry Potter e il fenomeno della moda.

La saga ha un grande limite nel suo essere così popolare: rischia di diventare facilmente una banalità modaiola. Molte persone non vi si accostano per questa ragione, e probabilmente io stessa, se non avessi conosciuto l’opera della Rowlig prima che la sua fama fosse tanto diffusa, mi sarei rifiutata di acquistarne i volumi. Siamo arrivati al 6° libro e siamo alla vigilia del 7°. Una considerazione per tutti: quando mai è capitato che una serie così numerosa e spalmata in un arco temporale tanto lunga abbia retto alla prova del pubblico? Harry Potter è ANCHE un fenomeno di moda, ma in questo caso la moda affonda le sue radici nel nostro plesso solare e nel nostro DNA.

Concludo qui un discorso già fin troppo prolisso, ma tutt’altro che concluso e che ho trattato, me ne accorgo, solo per assaggi e spunti. Ammiro chiunque sia riuscito ad arrivare alla fine…

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