Un lunedì di luglio, al lavoro

Solitamente la mattina non ho bisogno di accendere l’aria condizionata. Abbasso i finestrini, accendo il lettore MP3 e mi lascio scivolare sull’asfalto senza troppa fretta, nonostante il palese ritardo. Ma l’aria è pesante, alle 7.30 è già greve e densa. Attraverso il sud della grande Pianura e durante il percorso con la coda dell’occhio scorgo le campagne. Fino a poco tempo fa erano dorate, percorse dalle onde dei grani, dei foraggi.

E poi a poco a poco tosate come le pecore, punteggiate dalle grosse e compatte balle di fieno, cilindriche o a base rettangolare. Oggi l’odore acre e pungente accompagna la visione di una campagna bruciata, nera, brulla, desolata. Il caldo diventa soffocante, gli occhi mi bruciano, feriti dai residui di fumo e dalla vista di quello squallore. La musica nelle mie orecchie è uno stridente contrasto con quanto vedo, sento, percepisco con ogni senso.

 

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Al lavoro c’è l’aria condizionata. Nonostante ciò l’aria greve sembra filtrare dagli stipiti delle porte. Una paziente disdice. Con M. decidiamo di fare una visita domiciliare rimandata da tempo. Il signor F. giace a letto da tanto, ormai, affetto da una malattia molto simile alla Sclerosi Laterale Amiotrofica, ma non è quella e nessuno sa cosa sia. Il percorso fino al suo paese è una sofferenza. L’auto di servizio non ha l’aria condizionata. I finestrini, aperti completamente, fanno entrare nell’abitacolo un vento caldissimo, asciutto. Un vento che sembra mummificarmi la pelle, asciugare ogni traccia di liquido dai miei occhi e dalle labbra, che cominciano a spaccarsi.

A casa di F. la moglie ci accoglie con affettuosa sorpresa. F. non parla più. E’ in uno stato di dormiveglia. Ha perso completamente la muscolatura, che si è ridotta a cordoni fibrosi attaccati a ossa e pelle. Le mani sono ormai piegate in una posa innaturale. Ai lati del collo i muscoli pellicciai son tesissimi, nello sforzo di sostituire il diaframma per la respirazione. Non posso fare a meno di pensare a Nuvoli.

Parliamo con la moglie che ci racconta con rassegnata energia il calvario che entrambi stanno attraversando. F. si sveglia. Con la bocca perennemente socchiusa cerca di voltarsi dalla mia parte e mi guarda. Gli accarezzo il viso ormai scarno, scavato. Gli accarezzo la fronte e le mani. Non posso fare molto. Gli prescrivo i farmaci della terapia che anni fa impostai perché, nelle fasi iniziali di questa sconosciuta malattia, aveva sviluppato sintomi psicotici. Ora non saprei neppure dire se ha ancora questi sintomi. Però almeno con questi farmaci riesce a dormire di tanto in tanto.

Mentre M., l’infermiera, continua a parlare con la moglie, io continuo ad accarezzare quelle mani ossute dalla pelle di cartapecora, sottile e fragile. F. chiude ancora gli occhi ma non dorme. Quando smetto di accarezzargli la mano li riapre e mi guarda.

La moglie e M. parlano, anche se senza volerlo, come se F. non potesse comprendere. Si fa tardi e io devo tornare. Lo guardo e lo saluto accarezzandogli di nuovo il volto. Vorrei che questo potesse essere l’ultimo saluto ma ho molta paura che non sia così…

 

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Il viaggio di ritorno al CSM è un incubo. Folate di aria bollente attraversano i nostri corpi. Ci sono incendi poco lontano e la temperatura è insopportabile. Cerco di parlare, di parlare in continuazione. Arriviamo al CSM prostrate. Sto per svenire. Ho la pressione a 90/60.

Devo tornare a casa. Telefono a mio marito. Trascorro tutto il viaggio al telefono con lui, camminando pianissimo e facendomi leggere le definizioni di un cruciverba. Quel pomeriggio ho dormito per più di tre ore. Ho tutta la giornata sulle spalle che mi tiene schiacciata contro il letto

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