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Il Tibet tra politica e religione – Terza e ultima parte


La diaspora tibetana e le lente rivoluzioni del Dalai Lama

Il Tibet ha vissuto per molti secoli in uno stato di isolamento pressoché totale. Finita l’epoca dei continui scambi culturali, con India, Cina e Mongolia in particolare, ha progressivamente irrigidito la propria struttura sociale e ne ha protetto l’identità culturale operando uno strettissimo filtro ai propri confini. Pochissimi gli occidentali ammessi. Fra essi ricordo Heinrich Harrer, l’alpinista austriaco già citato divenuto amico personale del Dalai Lama; e, soprattutto e prima fra tutti, la straordinaria Alexandra David-Néel, esploratrice e studiosa parigina dalla vita indubbiamente ricchissima e fuori dal comune, che peregrinò per tutto l’estremo oriente, tradusse moltissimi testi del buddismo tibetano e contribuì grandemente alla diffusione della cultura di questo popolo in un linguaggio accessibile agli occidentali.

Ma fino all’invasione cinese queste costituivano delle eccezioni. In seguito Tenzin Gyatso ebbe a dire che il Tibet si era costruito nei secoli un karma negativo attraverso la propria chiusura e il rifiuto di scambi culturali con i paesi limitrofi, considerando la Cina come l’involontaria esecutrice di tale karma.

La diaspora tibetana si è sviluppata a partire dalle nazioni limitrofe, in particolare India e Nepal. Nazioni a prevalenza indù, sono caratterizzate fondamentalmente da una grande apertura spirituale e religiosa e hanno consentito ai tibetani di fondare la sede del governo tibetano in esilio. Da lì i tibetani giunsero praticamente ai quattro angoli della terra, trovando accoglienza in particolare nei paesi occidentali, avidi di una spiritualità lontana da quella, considerata ormai consunta, legata alle proprie forme tradizionali di fede.

In questa situazione i tibetani si trovarono costretti ad un confronto, a volte shockante, fra stili di vita profondamente lontani.

Il monachesimo tibetano, con la grande pletora di riti, con l’immensa ricchezza di pratiche fra le più disparate, con gli innumerevoli livelli di conoscenza esperenziale raggiunti attraverso forme di meditazione molto complesse e raffinate, si è trovato di fronte a stili di vita frenetici, alla mancanza di tempo, alla necessità di un sostentamento diretto. In questa situazione è diventato fondamentale proprio il carattere peculiare del Dalai Lama, Tenzin Gyatso.

Come ho già ricordato, si tratta di persona curiosa, incline alla conoscenza e al confronto, portata già dall’infanzia ad allargare i propri orizzonti al di là degli studi tradizionali. In prima persona Sua Santità cominciò a partecipare attivamente alla cultura del mondo occidentale, intervenendo frequentemente a seminari e convegni soprattutto in campo psicologico e di studio delle neuroscienze,. Partecipa tutt’ora attivamente ad ogni tipo di incontri interreligiosi e viene invitato volentieri da scienziati di diversa estrazione: psichiatri, neurofisiologi, fisici nucleari, economisti, sociologi e via discorrendo. La sua apertura mentale ha influenzato profondamente il buddismo tibetano della diaspora. Intanto i tibetani, ben lungi dal chiudersi in se stessi, hanno volentieri accolto chiunque volesse contattare la propria cultura e non hanno fatto distinzioni di provenienza geografica nel fornire insegnamenti a chi fosse in grado di seguire una strada comunque difficile e lunga.

Dal canto suo Tenzin Gyatso ha cominciato a fare un’opera di semplificazione dell’apparato ritualistico, sfrondandolo laddove fosse eccessivo e non necessario all’avanzamento delle pratiche. Questo anche allo scopo di renderlo più accessibile ad un mondo le cui caratteristiche sono piuttosto lontane dal Tibet così com’era fino a metà dello scorso secolo.

La sottile lotta tra governo cinese e Sua Santità il XIV Dalai Lama

Parlare di “lotta” nel caso di Sua Santità rischia di essere fuorviante. Bisogna intenderla in senso lato, costituendo, almeno da parte sua, più qualcosa di simile ad una difficile partita a scacchi che una battaglia con caratteristiche di tipo aggressivo.

L’opera di trasformazione e di parziale semplificazione della ritualità tibetana non ha solo uno scopo di integrazione nel mondo occidentale. Ogni tanto saltano alla ribalta affermazioni del Dalai Lama che riguardano proprio la sua successione. In sintesi:

  • Egli potrebbe reincarnarsi in un non-tibetano
  • Potrebbe reincarnarsi in una donna
  • Si deve discutere della eventualità di scegliere il suo successore fra i viventi e non attendere la sua prossima reincarnazione.

Che significato dare a queste affermazioni? Arrivo ora all’articolo che ha fornito l’input a questo mio scritto: l’articolo scritto dal blogger Virtualblog. L’articolo si presenta ironico, ma sottende quella lotta di cui ho parlato all’inizio del paragrafo. I cinesi tentano di scardinare il sistema politico tibetano in ogni modo. Giacché i metodi tradizionali hanno in fondo sortito effetti meno incisivi del previsto, stanno provando ad intaccare il sistema politico-religioso nel suo nucleo centrale: quello legato, appunto, alla dottrina delle reincarnazioni. Ovviamente non possono impedire alle anime di reincarnarsi né vogliono farlo. Ormai allontanatisi definitivamente da qualunque forma di spiritualità considerano risibile questa visione della vita. Lo scopo è semmai un altro: impedire la trasmissione della cultura attraverso il lignaggio lamaico. Dopo qualche anno dalla morte di un lama quelli che furono i suoi discepoli leggono dei messaggi costituiti da sogni e visualizzazioni durante le meditazioni e sulla base di essi vanno alla ricerca della reincarnazione del lama stesso. Identificati i bambini candidati, li sottopongono a delle prove che generalmente consistono in un riconoscimento di oggetti appartenuti al lama defunto messi insieme ad oggetti uguali ma non di proprietà del lama. Una volta riconosciuta la reincarnazione del lama, accolgono il bambino nel monastero per iniziarlo ad una vita di studi e meditazione. I lama sono una struttura portante dell’impalcatura politico-religiosa del Tibet, non deve perciò stupire che i cinesi si vogliano intromettere nel processo di riconoscimento del reincarnato, così da pilotarlo e, possibilmente, controllare l’istruzione del bambino designato.

Sua Santità Tenzin Gyatso sta cercando di operare per piccoli passi in modo da togliere terreno all’opera demolitrice del governo cinese. Alla sua morte infatti, secondo la tradizione, si dovrà attendere almeno 4 anni prima di poter iniziare la ricerca della sua prossima reincarnazione, dopo di che saranno necessari circa vent’anni perché il futuro Dalai Lama abbia completato la sua preparazione. Un buco di potere immenso e attualmente inaccettabile, che potrebbe portare alla definitiva perdita della battaglia tra Tibet e Cina.

I cambiamenti che Sua Santità sta mettendo in essere potrebbero, fra le altre cose, vanificar le azioni del governo cinese volte a controllare e piegare definitivamente il popolo tibetano.

Per concludere

Mi preme sottolineare che questa carrellata che ho esposto è quanto mai incompleta e parziale. Il Dalai Lama (unica persona che a mio parere meriti l’appellativo di “Sua Santità”) è un uomo dalla duttilità fuori del comune, che ha fatto proprio in modo integrale il concetto buddista della impermanenza (che ricorda il “πάντα ει” panta rei attribuito ad Eraclito). Nel suo accettare pienamente, consapevolmente e totalmente l’impermanenza sta agendo in modo armonico e coordinato sugli aspetti religiosi, ritualistici, politici e sociali del Tibet e, soprattutto, dei tibetani. Ma anche di tutti noi.

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