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Nuvola di parole

Le parole sul vivere e sul morire

C’è un brano del film “Patch Adams” dove Robin Williams vestito da angelo si avvicina al paziente ammalato di cancro pancreatico, reso intrattabile dalla sofferenza, e comincia a snocciolargli un rosario di modi di dire relativi alla morte.

“Morire”, “Spirare” “Trapassare”, “Perire”, “Tirare le cuoia”, “Trattenere il respiro per un tempo incredibilmente lungo”, “Passare a miglior vita”, “Pascolare le verdi praterie”, “Raggiungere il mondo dei più”, “Chiudere gli occhi per sempre”.

E’ il parlare della morte, parlarne non tanto come concetto astratto, come materia di disquisizioni filosofiche o religiose, biologiche o sociali. Parlare seriamente della morte con chi sta morendo o con chi affronta una malattia le cui terapie danno esiti incerti.

La morte è un argomento tabù. Ma non per il rispetto che merita e le è dovuto, è un tabù perché è ciò che non deve esistere, che dev’essere scotomizzato dalle nostre menti, dalla nostra vita, dai nostri pensieri quotidiani. Non è più un’esperienza inevitabile, alla quale siamo chiamati tutti in un modo o nell’altro, ma un argomento di conversazione astratta, condita di filosofeggiare e teologizzare estremo, disancorato dalla realtà dei morenti, sganciato dalla sofferenza del quotidiano vivere.

La consapevolezza del nostro essere mortali è tutt’altro che scontata e sono molte le persone che vivono nell’illusione di essere eterni e tante che vivono per cercare di dimenticare questo limite esistenziale. E questo accade indipendentemente dall’appartenenza o meno ad un credo religioso o filosofico. Quindi meglio relegare le parole sul vivere e il morire il più lontano possibile, nello spazio siderale e in un tempo improbabile, in un futuro sganciato dal tempo stesso come un palloncino dal polso di un bambino distratto.

Parlo a lungo con qualcuno che sta per morire. Non pensate ad un letto d’ospedale, una faccia scavata e un ambiente carico di dolore. Parlo di un ambiente della mia vita quotidiana e di una persona che fa di tutto per non mostrare i segni della sua malattia. Ogni giorno che trascorre è una proroga di una scadenza. Potrei non ritrovarla domani, lo so, lo so da molto tempo ormai e mi aspetto da un momento all’altro un sms, una telefonata, un messaggio qualunque che me ne annunci la fine.

Non ho difficoltà a pensare la morte, ad accettare che la mia vita abbia una conclusione sebbene mi faccia paura il COME arriverò a tale conclusione. Mi rendo conto che nella maggior parte dei casi non è così. La conseguenza di questo è che nessuno vuole davvero ascoltare chi affronta l’ultimo percorso. Vi sono molte situazioni per le quali l’accettazione della realtà che si vive è lontanissima, le reazioni rabbiose si riversano come veleno untuoso intorno a sé, emerge una cattiveria insospettata dall’intimo dell’ammalato. Ma non voglio parlare di queste reazioni, che stranamente per la maggior parte di noi sono più facili da comprendere.

Quando, anni fa, ho fatto il tirocinio in ostetricia, mi piaceva profondamente vedere le nascite. Non si tratta di un percorso “romantico”. La donna soffre, a volte anche parecchio. I bambini nascono bagnati di liquido amniotico e sangue, a volte sporchi di feci. Il cordone ombelicale e la placenta hanno un aspetto francamente ributtante, molto simili alle viscere fuoriuscite dopo uno sventramento. Mi servì molto assistere a questi eventi. La vita è cruda e nient’affatto romantica, ciò che c’è di veramente bello è lontano da sentimentalismi e si carica della robustezza del vissuto, pieno e intenso, a volte anche duro. Quanto c’è di sentimentale allontana dalla vita, distaccandone la pienezza attraverso innumerevoli filtri. Ecco quindi che ci si commuove davanti a soap-opere o a notizie riguardanti luoghi lontani mentre viviamo distrattamente e con la testa fra le nuvole l’esistenza di tutti i giorni. Chi ha una malattia mortale ha l’involontario compito di riportarci alla realtà, alla consapevolezza che la nostra esistenza, iniziata nei liquidi biologici in modo crudo, ha da finire non si sa come e non si sa quando, ma certamente ha da finire.

La persona con cui parlo è molto lucida. A volte ride divertita, racconta di come cattura giorno dopo giorno tutto quello che può. A volte lo sguardo è lontano, persa in una paura che non è quella della morte ma di costringere i propri cari ad un accudimento infinito della sua persona. Racconta i suoi percorsi di cura, divenuti ormai palliativi, con la stessa normalità con cui si possono affrontare per esempio i problemi di lavoro o il quotidiano controllo sulle spese per la casa. L’ascolto senza filtri, senza paura. Racconta un’esperienza che potrebbe diventare mia, che ho TEMUTO, sia pure per un breve lasso di tempo, che stessi iniziando a percorrere io stessa. Raccolgo il suo bisogno di parlare, un bisogno frustrato quotidianamente da coloro che pur le vogliono immensamente bene. Ma tanto affetto non riesce a superare la propria difesa personale, il proprio bisogno di proteggere l’illusione che “a me non capiterà mai”.

E così chi si ammala viene rimosso e allontanato dal vivere comune non dalla malattia ma dalla testimonianza che ne dà, viene spesso fatto oggetto di accuse di colpevolezza rispetto alla propria sofferenza. E più soffre, e più è colpevole. Più soffre e più vede allontanare a sé i propri cari.

Penso spesso alla vita. Non a quella astratta, ma alla mia. E penso altrettanto alla morte, anche in questo caso non a quella astratta. Ma al fatto che questa mia vita avrà una fine in un modo o nell’altro. Nulla di cupo, triste né autolesivo. Ci penso fin da bambina, come un limite allora lontano ma che nel tempo diventa sempre più vicino e concreto.

Questa anomalia mi ha permesso di ascoltare chi è malato senza farmi troppi problemi, senza lasciarmi ferire o devastare dall’esperienza, concreta e quotidiana, di chi ha già scritta in un referto medico la propria data di scadenza…

 

 

 

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Cinque Post Presi a Caso:

Ci sono 11 commenti

  • Carmelo ha detto:

    La morte sembra sempre lontana, finché non ci arriva talmente vicina che non possiamo più evitarla.
    Ma fa parte della nostra realtà, quindi non la si può ignorare.
    E’ fortunato chi, come me, vive lontano dagli ospedali e quindi la vede ben poco.

    P.S.: la prima frase mi è riuscita talmente bene che me la rivendo… 😉

  • Comicomix ha detto:

    Ho vissuto 3 parti. Te nascite. La prorompente bellezza della vita (quella non patinata, autentica) con sangue, liquido, ecc…
    Ho visto morire ciò che un essere umano ha di più caro al mondo. DEvastante, niente altro da dire…
    Ho riflettuto molto sul senso (non senso) della vita.
    Molto ho appreso, molto resta da apprendere.
    Consiglio sempre un libro, secondo me illuminante, di Coelho “Veronika decide di morire”. Un po’ diverso dai suoi libri.
    La consapevolezza della morte può darci la consapevolezza della vita”
    UN sorriso umano
    Mister X di Comicomix

  • uyulala62 ha detto:

    Mister X, a volte apprendiamo anche cose che non vorremmo…

    Per la maggior parte delle persone il tempo scivola via indifferente, scorrendo senza penetrare, come l’acqua in un impermeabile.

    Vedo che per te non è così…

  • clementinaolga ha detto:

    approdata al tuo blog per caso , mentre mi affaccio in questo strano mondo.
    curiosavo per imparare.
    che strano caso, leggo le tue notizie biografiche, sorrido quando scopro il tuo lavoro. ti scrivo dal pc di una stanza medici di una clinica psichiatrica. finisco tra un paio di mesi.
    bel post, tosto.
    mi ha fatto voglia di togliere un po’ di “cose facete” dai miei scritti, e osare metterci i contenuti che spesso lascio alle mie riflessioni solitarie.vedremo se riuscirò a farlo!
    intanto, grazie degli spunti!

  • rosalba s ha detto:

    Carissima,
    i tuoi post sono sempre profondi e scritti benissimo 🙂
    La morte, argomento che per molti è tabù, è l’altra faccia della vita.
    Non si può nascondere.
    Un abbraccio
    Rosalba

  • uyulala62 ha detto:

    Grazie Rosy. Penso che non si possa mai gustare fino in fondo la vita se non si ha ben presente qual è il suo limite.

  • alefzero ha detto:

    davvero un bel post. benvenuta in questa veste un po’ piu’ personale.

  • Uyulala ha detto:

    Grazie Alefzero. Ora sono incasinatissima col PC, temevo di non riuscire a moderare il tuo commento, ma per fortuna almeno questo è passato…

  • cabiria55 ha detto:

    Della morte mi angoscia solo la sofferenza che c’è prima.Ho assistito alla morte di mio padre ,giorno dopo giorno,io e lui,sento ancora la sua mano stretta alla mia,come se questo bastasse a trattenerlo qui.Mi ha ferita la scelta dei medici e di mia madre ,di non renderlo partecipe fin dall’inizio ,di ciò che gli stava succedendo.Ecco ,se c’è una cosa che ho detestato della sua morte è stata proprio l’ipocrisia che c’è stata intorno.Non l’ho mai visto come un bisogno di “proteggerlo”dalle emozioni estreme,io l’ho vissuto come la più grande mancanza di rispetto nei suoi confronti.
    Qualcuno mi accusa di essere cinica (Buttare in faccia la verità a un malato incurabile!!!)…Io invece penso che io ho un profondo rispetto per il malato e la sua morte.

  • Uyulala ha detto:

    @ Cabiria:
    Mi dispiace che i miei problemi col PC mi abbiano distolta. Ho letto il tuo commento e mi trovo molto in sintonia con te. Ho l’impressione che nascondere troppo ad una persona con una malattia molto grave sia un’arma a doppio taglio. Le persone percepiscono le falsità e le menzogne e finiscono per vivere in uno stato di incertezza che è peggiore rispetto alla consapevolezza della gravità della situazione. Le persone ammalate finiscono per non fidarsi più di nessuno, perché non riescono, alla fine, a discernere tra chi è sincero e chi non lo è. Sebbene sia dell’avviso di lasciare sempre un barlume di speranza anche laddove è palese che non ve ne sia, al di là di questo tutto il resto è solo deleterio.

  • dottorTroy ha detto:

    Non ho mai pensato alla mia morte, quella biologica intendo. D’altronde fin quando ci sarò io, lei non ci sarà. Quando verrà lei, io sarò appena andato via.
    Ciò che mi terrorizza è la morte delle persone care. La fine di un mondo, di una stagione che non tornerà più.

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