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Donne – 2 – Essere Persona – Essere Sessuati

I commenti ricevuti mi stimolano le riflessioni in direzioni non proprio coincidenti con quelle di partenza, e questo è per me molto stimolante. Ne prendo uno (non trascuro gli altri, spero anzi di affrontare le sfide una alla volta)

“E la donna diventa maschio fra i maschi, più dura di maschio stesso”
.. ricordo con angoscia quando vivendo in piccolo paese per il lavoro di mio padre e cresciuta da una madre MOLTO, forse troppo, indipendente, mi scontrai a soli 5 anni con le mie compagne e i compagni alla materna perché io NON sapevo fare l’uncinetto e i ferri ma usavo le costruzioni con mi fratello: fu la prima volta (di una serie infinita) in cui mi sentii dare del “maschiaccio” e mi si disse che “non è bene per una femmina quello che fai!!”.
Mi trovai a scegliere che “tipo” di FEMMINA volevo diventare e scelsi di essere una PERSONA, di essere me stessa, senza dover essere femmina o maschio: è stata una scelta che mi ha fatto diventare dura, molto dura per tutto il tempo della scuola, una scelta per cui ho sofferto di solitudine e di ghettizzazione per non rientrare nello stereotipo della femmina e non essere accetta né dalle compagne né dai compagni…
spero che mia figlia non si trovi a fare una tale scelta: non saprei cosa consigliarle o, meglio, so che le direi di cercare di essere sempre se stessa pur soffrendo nel mio cuore per la consapevolezza che quello potrebbe farla soffrire…
[…]
Lisa

Questo commento di Lisa mi consente di parlare di un aspetto che il più delle volte è poco conosciuto: Cosa siamo? Cosa “dobbiamo” essere?, cosa “possiamo” essere?

Più o meno ognuna di noi si è posta quest’interrogativo almeno una volta nella vita. Alcune di noi son costrette a vivere praticamente tutta la vita nel tentativo di dare una risposta concreta a queste domande. E’ molto facile dire “sii te stessa”, diventa molto difficile però mettere in pratica questo imperativo.

Cosa siamo? Nessuna di noi è solo “donna”, nel senso di femmina, eppure in questa polarizzazione maschile-femminile l’essere “femmina” diventa la prima etichetta di presentazione al mondo. Credo che questo sia un problema che ci accomuni, maschi e femmine, sebbene spesso non ci rendiamo conto (né noi, né loro) di essere in fondo sulla stessa barca. A entrambi impongono dei ruoli fin dalla nascita, ruoli nei quali ci identifichiamo e che imponiamo inconsapevolmente a nostra volta, perpetuando all’infinito questo cristallizzarsi delle maschere nel nostro vivere la vita come una recita infinita.

Io, bambina che giocava con i maschi, bambina che voleva imparare a fischiare e a giocare con le biglie, rifiutata da maschi e da femmine per via di interessi insoliti, amante dei sogni e dei libri, non smetto per questo e non ho mai cessato di essere, comunque, femmina e femminile.

Perché è tanto difficile essere prima di tutto “persona”? E perché, soprattutto, non possiamo condividere con il sesso maschile la sofferenza e la fatica di allentare le maglie di ruoli in cui ci costringono giorno dopo giorno?

Quando avevo 12 anni, durante un campeggio, avevo fatto amicizia con un mio coetaneo. Un ragazzino “leader”, duro, sgarbato, ma che cambiava completamente quando restava a tu per tu con me. Ci parlavamo, e parlavamo davvero di tutto con una profondità tutt’altro che rara a quell’età ma che poi nell’arco degli anni tendiamo a dimenticare di aver avuto. Quando eravamo in presenza di altri nostri coetanei lui diventava particolarmente aggressivo proprio con me. Capivo che questo era legato alla paura di perdere il prestigio da leader, che presupponeva (già a quell’età) di essere “maschio”, superiore, più forte degli altri, più spigliato. Lui accettava e voleva quel ruolo. Io non sapevo invece entrare nel mio, fatto di discorsi leggeri come farfalle ma dalle conseguenze pesanti come macigni, fatto di pettegolezzi e piccole – grandi cattiverie.

I ruoli: il femminile leggero e civettuolo, il maschile forte e dominatore, freddo e senza concedere nulla a sentimenti.

Ci volevamo bene, eppure entrambi, in modo molto diverso, eravamo profondamente limitati da ciò che “dovevamo” essere. Lui per essere il leader doveva mostrare un’indifferenza nei miei confronti che non coincideva con quello che, palesemente, provava. Io, incapace di recitare il ruolo della ragazzina-oca, finivo per subìre l’isolamento del gruppo di coetanei. Non so cosa ne sia stato di lui, ma ho visto che spesso maschi e femmine bloccano in età precoce la comunicazione reciproca per poter essere accettati dal gruppo sociale. Eppure lui non smetteva di essere “maschio” quando parlava con me. Non era effeminato, non mostrava alcun segno di mentalità femminile. Era dotato di una dolcezza del tutto diversa da quella nostra, una sensibilità che non coincideva con quella femminile, ma che, nel rischio che potesse essere confusa con essa, bloccava sistematicamente tranne quando eravamo soli.

Come adulti abbiamo una responsabilità immensa. Come genitori, ma non solo; di fatto in tutti i campi in cui possiamo avere a che fare con i giovani. Ci rifiutiamo di incoraggiare i bambini e gli adolescenti a parlarsi, ad esprimere VERBALMENTE le proprie esigenze, le proprie caratteristiche, il proprio modo di essere. Noi non sappiamo cosa sono i maschi, i maschi non sanno cosa siamo noi. E nell’ignoranza reciproca buttiamo addosso all’altro sesso i pregiudizi che impariamo di volta in volta, ne subiamo il peso, ci conformiamo ad essi in toto o in parte giungendo alla fine a non capire più quanto ci appartiene davvero e quanto invece ci si è incollato addosso in seguito a questo continuo, incessante processo. Il nostro essere maschi o femmine diventa a questo punto un aspetto, il più visibile, della costrizione ai ruoli che ci impone il mondo così com’è strutturato.

Quali sono i nostri ruoli che comprendono anche un’idea stereotipa di “maschio” o di “femmina”? E in che modo ognuno di noi sente di essere costretto entro un ruolo? Abbiamo paura, ora, da adulti, di uscire da questo ruolo stereotipato, o abbiamo dei vantaggi ad interpretare una parte che non è la nostra? E’ evitabile e fino a che punto l’impatto visivo (quindi più superficiale) che diamo agli altri?

Ma soprattutto: in che modo il nostro essere “persona” è in contrasto con l’immagine del femminile (o del maschile) o al contrario come riusciamo ad armonizzare il nostro io più profondo col nostro essere sessuati?

Lascio volutamente aperte le domande, alle quali ognuno di noi darà le proprie risposte.

 

 

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Ci sono 8 commenti

  • Lisa72 ha detto:

    wow… l’ho letto tutto d’un fiato!!! 🙂
    provare a risponderti sarebbe infinitamente lungo: le mille riflessioni che ciascuno di noi ha fatto o cercato di fare si intrecciano e divagano con/dal tuo post però, sin dalla prima parte che hai scritto ieri, mi è venuto in mente un libro che al liceo, affrontando questo tema, l’insegnante ( uomo! ) che tentava di affrontare con noi l’educazione civica, ci obbligò a leggere aprendone successivamente una lunga discussione in classe. Il testo, per alcuni versi, era già un po’ datato allora e oggi forse è addirittura arcaico però mi ritrovo a leggerlo, tutto o in parte, man mano che i miei figli crescono per ripassare quelle parti che mi avevano colpito e per questo lo consiglio spesso alle amiche in dolce attesa: “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti. Il concetto di fondo del libro è proprio quello del tuo post: ESSERE PERSONA…. una cosa così difficile che forse si lotta tutta la vita per cercare di diventarlo e forse non si arriva mai ad esserlo….
    Lisa

  • Uyulala ha detto:

    😀 Accidenti come sei stata veloce!

  • Lisa72 ha detto:

    🙂 telepatia 😉 mi sa che ho acceso il pc mentre postavi! 🙂

  • Comicomix ha detto:

    Leggendo, mi è venuto in mente il “gioco delle parti”. E’ buffo che per affermare la propria identità, non si debba essere persone, ma maschere, perché è più facile e più comodo. E’ vero per tutti, ed è vero più di ogni altra cosa nel “gioco” dell’identità maschile-femminile. Sarebbe forse più facile se, semplicemente, si cercasse di essere delle persone. E si educassero i figli ad esserlo al di là di quello che c’è in mezzo alle gambe. Il sesso, infatti, non dovrebbe aver bisogno di essere “mostrato” (intendo, nelle caratteristiche comportamentali) perchè è parte insicindibile ed integrante di noi. Come dici bene, gli uomini sanno essere dolci, ma se ne vergognano perchè questo può mettere in dubbio la loro identità sessuale. Così come la durezza femminile è diversa da quella maschile. E’, direi, inevitabile.

    Io però ho una certa fiducia che, tra le tante cose negative, questa difficile fase di passaggio della società occidentale, possa davvero essere un modo per scardinare questa “prigione identitaria” nel quale più o meno tutti siamo caduti (o abbiamo rischiato di cadere), e che si finisca, con un po’ di sforzo, per accettare di essere persone senza bisogno di indossare la maschera…
    Chissà…
    Un sorriso continua, è bellissimo…
    Mister X di Comcomix

  • sergio corriero ha detto:

    Bell’articolo.
    Essere persona, essere se stessi, è in fondo la cosa più difficile. Molto lontano da quello che ci hanno insegnato.
    Tutti vogliono avere, ma pochi sono interessati all’essere….
    E i risultati si vedono nella “follia” comune ed ormai accettata degli sballi ad oltranza, della crudeltà diffusa…e in altri tanti piccoli sintomi di una società malata.

    Probabilmente la salute sta proprio in un viaggio di riscoperta della propria “persona”, delle proprie necessità profonde e ormai nascoste anche a noi stessi. Un lavoro di speleologia interiore che ci può dare molte soddisfazioni, ma che richiede coraggio e impegno….

    Mi piacerebbe che tu collaborassi al sito olistica, con qualche tuo pensiero. Fammi sapere. Grazie

  • sli ha detto:

    il nocciolo?essere,non apparire.oppure il compromesso della maschera,per poter giocare socialmente e non pagarla troppo cara.
    questo è per me il tempo del compromesso,prima di tutto con me stessa che con “l’altro”.
    il discorso è infinito..tutto rovesciabile..a volte,la maschera per poter essere.qualcosa da portare dolceamaramente,e non appesantiti come un adolescente idealista e combattivo,ribelle addirittura.
    dapprincipio era il principio di essere io,quindi se è io, alternativi agli altri.
    poi l’amore,l’amore per chiunque sia,accorgendosi che la cosa si fa sempre più difficile per l’impulso di unirsi a qualcuno,e la forbice si apre,sempre più,a causa dei sentimenti per “esseri altri”.
    la lotta,quindi.lo sputare nel piatto,i giochi allo specchio,o diversi disperati tentativi di abdicazione,quasi a voler dire “abracadabra”.
    l’inevitabile,disperata solitudine perchè non funzia.
    fino a rendersi conto che se tu,essere diverso compromesso dall’amore,cerchi nonostante la fatica l’autenticità tua e quella altrui in uno spazio tempo comune,il qui e ora che non ti riduca alla schizofrenia mistica,significa cominciare ad aprire la porta a un “noi” per cui,come per magia,nel dolore concepisci il superamento di una incatenante soggettività.
    ti apri quindi alla speranza di cambiare le cose macro in un micro più corposo,per cui,potenzialmente,sei già in coppia con qualcuno,l’io è allargato e pensa a un duplice io in cui la guerra di prima,se guerra è,si può fare in due.
    così cresci e scopri che non ti stai più abbandonando sconsolatamente tanto per permetterti di amare.
    vuoi un partner,non puoi fare a meno dell’amore?
    l’io alternativo diventa famiglia alternativa.
    è come continuare a combattere per sè stessi,se ci pensi.
    tutto ciò non mi pare nè psicanalitico nè romantico,tutte e due e nessuna delle due.
    è semplicemente la vocazione di portare la propria faccia in piazza con due coglioni così,soli o no.
    faccia che nel suo mutare non si perdona un’ipocrisia e non le perdona agli altri.
    io sarei nata femmina.non so dove mi possa portare la ricerca di una microcellula familiare costruita sui miei principi,non so se, con imbarazzo, mi vedrò alle prese con sexy lingerie per tenermi l’uomo che amo.
    so che vedo una via dove prima non la vedevo.
    se fossi un grande personaggio riuscirei ad estrarre dei principi universalmente validi nel mio discorso,ma non lo sono.e perchè non lo sono,e perchè la materia su cui si lavora è umana.anche l’aprirsi ai compromessi stupidini per amor di pace non significa rinunciare alla libertà di poterli,di volta in volta,accettare o no come un cavallo pazzo che eri,ma che ora si lasci domare.
    anyway non è facile.io personalmente ho bisogno di un partner con una grande apertura mentale e tanta pazienza.
    non riuscirei altrimenti a perdonare al resto dell’universo richieste insensate e fuorvianti.
    se essere è un capriccio, e non poter star soli è un limite karmico a cui non ci si può sottrarre non sapendo fronteggiare decisioni estreme, diventa possibile accettare anche i capricci o le “rotture di maroni” di un partner,di un maschio per forza di eterosessualità, purchè la coppia sorrida al perfettibile e ci giochi su anzichè cadere nella trappola della perfezione robotica a cui spingono troppe finte,deboli personalità per necessità sociali.

  • Uyulala ha detto:

    @ sli:
    non mi è stato molto semplice seguire il tuo discorso. Vorrei farti alcune osservazioni più che altro di carattere generale:
    Nel momento in cui ami, chiunque sia l’oggetto del tuo amore, ed hai anche la fortuna (detta anche “culo”, volendo…) di essere ricambiata, il discorso relativo alle maschere tende un po’ a ridimensionarsi. Soprattutto nelle fasi iniziali infatti hai l’enorme potenzialità di armonizzare con il tuo partner il tuo essere donna col suo essere uomo in modo limpido. Questa potenzialità di solito ce la fottiamo in tempi brevi perché animati da mille paure, dal bisogno di controllare l’altro, di “possedere” l’amore. Sono dell’avviso che nei rapporti a due le maschere ce le costruiamo noi; la società, ora come ora, a mio avviso ci mette il becco in misura molto molto limitata.

  • cimeinnevate ha detto:

    ma come ha fatto lisa72 a leggere al liceo un libro pubblicato nel 2002?

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