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Nuvola di parole

I commenti al “NO”

Il mio lavoro si chiama psichiatria. Nome che rievoca immagini da tortura, scherni verso i “matti”; rievoca la strana parola “strizzacervelli”, la cui origine non mi è mai stata chiara giacchè a prendere fra le mani un cervello altrui e farne una spremuta mi farebbe anche abbastanza schifo.

Il mio lavoro ha solitamente un confine che è dato da una scrivania. Tale oggetto d’arredamento ha molte funzioni: mi consente di appoggiare vari incartamenti e di poterci scrivere sopra, mi permette di accavallare le gambe senza essere vista. Il più delle volte stabilisce una frattura: da un lato c’è una persona sana e dall’altro “il matto”, oppure “l’isterico”, o “il poveraccio”. O quello che volete voi, tutte le definizioni vanno bene. La scrivania di per se non è né un bene né un male, come tutte le cose dipende dall’uso che ne fai.

Io ci poggio sopra le cartelle e ci scrivo su. E basta. Perché non sono mai completamente sicura di essere seduta dalla parte del sano. Come il titolo del blog, danzo a piedi nudi una danza che si fa in due, a volte seguo e a volte conduco, a seconda dei momenti. Non sono diversa da come sono con tutti, solo devo per forza essere più attenta. Non mi reputo diversa da “loro”. Solo, questo si, molto più fortunata.

Per me i pazienti son tutti uguali. Non faccio preferenze, non tratto meglio alcuni e peggio altri. Non tratto diversamente i pazienti che seguo io rispetto a quelli che visito in urgenza. E questo però si rivela un problema. La stragrande maggioranza dei pazienti che vengono in urgenza quando ci sono io finisce per chiedermi, per chiedere o per sperare che sia io a seguirli. Il più delle volte non perché i colleghi non siano bravi, ma perché credo di essere probabilmente unica nel mio modo di condurre la “danza”.

Di questo alcuni colleghi ne hanno abbondantemente approfittato, forti del fatto che ho una certa difficoltà a dire di no al paziente, ne approfittavano per “mollarmi” casi difficili (che poi spesso erano tali solo perché non ascoltati). Sono arrivata in molti periodi della vita a spezzarmi dallo stress, non solo per un carico di lavoro superiore, ma anche perché finivo per fare la parte di quella che “vuole dimostrare di essere la migliore”, e che quindi veniva boicottata in mille modi con tante piccole cattiverie che, alla fine, si riversavano sul paziente. A partire da quella per cui non venivo avvisata da alcuni infermieri (non da tutti, ovviamente) che era arrivato un paziente che aveva appuntamento con me, facendolo inutilmente aspettare in sala d’attesa. Sono anni che cerco di tamponare in modo diplomatico queste situazioni e sono arrivata alla saturazione.

La mia emotività mi impedisce, quando mi incazzo, di essere abbastanza lucida per reagire in modo coerente e logico, per cui spesso non riesco ad assumere una posizione chiara su queste cose.

L’altro giorno ero troppo stanca per essere incazzata. Ho passato la notte in bianco perché mio marito vomitava per una forma simil-influenzale. Sono arrivata al lavoro solo perché ormai alla guida innesto il pilota automatico.

Mi son trovata di fronte a persone che evidentemente avevano architettato un piano per mollarmi una situazione difficile in modo tale che sembrasse che la volessi io, onde ripetere un gioco già giocato infinite volte per cui, come al solito, ero io che volevo dimostrare di essere la più brava e non gli altri che mi buttavano l’ennesima croce addosso.

E a quel punto, ho detto NO.

Per inciso: in questo vecchio post ho descritto l’epilogo di una storia di rapporto professionale con una di queste persone, “mollatami” così come ho descritto, etichettata come “gravissima”, e che invece…

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