Le magliette di Lameduck

Lameduck, volevo scriverti un commento in questo tuo post, ma alla fine m’è venuto troppo lungo e ne faccio un post a mia volta.

Ci ho pensato parecchio prima di rispondere al tuo post. Io e te siamo quasi coetanee ed abbiamo vissuto “di persona” (se così si può dire) alcuni fatti molto particolari. Uno fra questi è stato l’evento della protesta degli universitari in piazza Tienanmen a Pechino, con tutto quello che ne è derivato. Non so tu, ma io avevo la TV accesa 24 ore su 24 finchè hanno trasmesso qualcosa. Poi basta, notizie sempre più sporadiche e lontane, qualche doloroso ricordo di tanto in tanto.

Pochi sanno, per esempio, che quello che è successo in quell’occasione è quasi la fotocopia di ciò che successe in seguito alla Primavera di Praga. E molto probabilmente è ciò che succederà in Birmania (o Myanmar, ma che schifo di nome è quest’ultimo!). Dopo le proteste (pacifiche anche quelle) dei cecoslovacchi all’ingresso nella loro capitale dei carri armati dell’URSS, i sovietici raccolsero una montagna di fotografie e le analizzarono una ad una. Scovarono con burocratica pazienza i manifestanti, uno ad uno, e li arrestarono. Molti di loro scomparvero.

In Cina le cose avvennero successivamente, quando la tecnologia era un po’ più avanzata. I cinesi raccolsero oltre che le foto anche i filmati di quell’evento. Con confuciana pazienza setacciarono fotogramma per fotogramma e rintracciarono i manifestanti. Di essi son pochi quelli di cui si è conosciuto il destino. Di entrambe le rivoluzioni pacifiche si è spento ogni eco, se non quello svuotato che compare come nuvoletta nelle bocche di chi non sa, davvero, cosa dice.

Oggi non è diverso. Rosso o non rosso, magliette o mutande, non farà alcuna differenza. Stavolta utilizzeranno i filmati su YouTube e faranno la stessa cosa. Quello che oggi facciamo, chi esce mettendo la maglietta rossa (o il maglione, visto che rinfresca), chi, come me, sta a casa, facendo il tam-tam fra i blog non servirà a nulla. Non impedirà a cinesi, indiani e americani (e magari anche giapponesi, chissà) di usare la Birmania (o Myanmar) come campo di calcio per un torneo a 3 o a 4, per lasciarlo con le zolle divelte, l’erba schiacciata, invaso da lattine e altra “rumenta” come dite a Genova.

Perché allora continuare? Perché prestarsi a quella che sembra una colossale ipocrisia? E perché pensare che noi qui, seduti davanti ai nostri monitor, in un paese sedicente libero, possiamo avere un qualche minimo potere?

Il fatto è che non c’è un perché. Si fa, si fa inizialmente perché si pensa che sia giusto, poi scappa il fenomeno modaiolo e si viene investiti dall’entusiasmo di appartenere a qualcosa o a qualcuno, a qualche ideale che per una volta non siano i soliti che ormai ci hanno disgustato. Un ideale fluttuante e volatile come l’alcool puro versato su una lastra di vetro, ma forse proprio per questo più vero.

Pazienza se non servirà a nulla, se le organizzazioni che stanno a capo di queste atrocità useranno YouTube per cercare persona per persona e perseguitare ogni partecipante, uno ad uno, e perseguitarne i familiari, figli, genitori, mariti o mogli, tutti. Abbiamo un potere pressoché nullo su questo.

Eppure tra il non fare, il tacere, e il parlare e lo scrivere, finché posso, codardamente, non so perché ma continuo a scegliere di fare questa piccolissima e insignificante, inutile cosa.

Donatella

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