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L’ipocrisia fin nel profondo della mente. Ovvero la perfidia della buona fede. Seconda parte: gli svenimenti del giovane Jung

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Una volta data una sommaria spiegazione su alcuni meccanismi di difesa, arrivo quindi a spiegare l’altro elemento che ha aiutato la mia riflessione: un momento specifico della storia personale di Jung.

Crope circle

Crope circle

Carl Gustav Jung (vedi qui la biografia riportata da Wikipedia) scrisse una interessante autobiografia che è godibilissima anche da coloro che non hanno grossi interessi psicologici. In quest’opera egli ricorda un evento della propria vita scolastica: aveva infatti un’avversione profonda verso alcune materie (matematica, disegno e ginnastica) ed era entrato in conflitto per altri motivi con i suoi insegnanti. Nel periodo in cui tali materie ed i conflitti con i professori gli stavano dando maggiormente dei problemi scolastici, gli capitò un fatto: venne spinto violentemente, cadde e batté la testa sul marciapiede. In seguito a ciò sviluppò una tendenza a svenimenti che di fatto gli impedirono per un anno di avere un rendimento scolastico accettabile. I genitori consultarono molti specialisti per cercare una cura per il giovane, ma nessuno riusciva a formulare una diagnosi precisa rispetto ai sintomi che presentava.

Jung riferisce che ad un certo punto udì un discorso che fece il padre. L’uomo confidò ad un amico di essere profondamente preoccupato che Gustav potesse avere una forma di epilessia che gli impedisse di potersela cavare nella vita. Tale discorso gli fece ricordare un pensiero velocissimo che ebbe nel cadere a terra, subito dopo aver subìto la spinta. Il suo pensiero fu: “Adesso non andrai più a scuola”. Tra formularlo e scordarsi di averlo fatto ci passò un tempo brevissimo. Ma tale pensiero ha fornito la base per i suoi disturbi, del tutto inconsci, che gli avevano evitato per un anno le fatiche degli impegni scolastici. In seguito a tale presa di consapevolezza Jung capì anche che certi processi non nascono mai inconsci, ma esiste sempre un momento in cui si formula una vera e propria decisione consapevole. Superò quindi i suoi svenimenti e si dedicò con impegno a recuperare il tempo perso ponendo di fatto le basi che gli avrebbero consentito in seguito di proseguire i suoi studi e di diventare quello che conosciamo.

In un’altra parte del libro il grande psicanalista raccontò di come quell’evento fornì la base per aiutare le persone affette da disturbi mentali, in particolare una paziente ricoverata nel manicomio dove lui lavorava come psichiatra. La donna era “impazzita” in seguito alla morte per infezioni intestinali dei suoi due figli. Durante il lavoro con questa signora, Jung scoprì che essa, che in gioventù era stata innamorata di un ragazzo di estrazione sociale notevolmente superiore alla sua, si era poi sposata con un altro uomo più “alla sua portata” ed aveva avuto i due figli. In seguito scoprì che il giovane di cui era (sempre) stata innamorata ricambiava quest’amore e avrebbe affrontato tutti i problemi che comportava il fatto di sposare una ragazza povera. Questo aveva generato un tale dolore nella donna che, in uno stato semiconfusionale, cominciò ad inquinare il cibo dei suoi figli con escrementi fino a provocarne la morte.

Forte dell’esperienza fatta tra i 12 e i 13 anni, Jung aiutò questa donna, con molta delicatezza e senza giudicarla in alcun modo, a recuperare la responsabilità dell’azione commessa, ad affrontarne il dolore, il dramma del comprendere fin nei minimi particolari gli effetti di quelle azioni compiute all’epoca in uno stato quasi di confusione. Fu infatti questo grande dolore, il riappropriarsi della responsabilità delle proprie azioni e, prima di queste, dei propri conflitti interiori, dei propri pensieri, emozioni, sentimenti, che permise alla donna di guarire completamente dalla psicosi.

Nell’autobiografia lo stesso meccanismo è descritto operante in due contesti diversi, con gravità differenti e con conseguenze sulla salute mentale molto lontane fra loro. Ma in comune troviamo sottolineata la necessità di recuperare la RESPONSABILITÀ di quanto abbiamo operato sotto forma di atti inconsapevoli, scovando l’atto cosciente che ne sta alla base. Responsabilità che, io credo, è comunque sempre piena nonostante le motivazioni delle nostre azioni ai nostri stessi occhi ci appaiano “buone”. Responsabilità che è sempre importante anche quando le azioni avvengono come atti automatici, “distratti” e casuali.

[N.B.: l'immagine del cerchio nel grano è tratta da QUI, se ci fossero problemi di copyright segnalatemelo e provvederò (sia pure a malincuore, visto che mi piace da matti) a rimuoverla]

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Cinque Post Presi a Caso:

Ci sono 7 commenti

  • Comicomix scrive:

    Responsabilità è una parola impegnativa.
    E’ faticoso, ma straordinariamente creativo essere responsabili di qualcosa, di qualcuno e sopratutto di se stessi.

    Leggerti è gioia per i miei neuroni.
    Un sorriso responsabile
    Mister X di Comicomix

  • Lisa72 scrive:

    Come ti ho già scritto sono totalmente ignorante in materia ma ho trovato i tuoi post molto affascinanti…. ce ne saranno altri??? dai, dì di sì… ;-)
    Mi piace la parte in cui affermi che comunque la responsabilità è sempre piena e importante: ci saranno dei casi limite ma ritengo che che il nostro essere esseri umani ci renda responsabili delle nostro agire….
    Un abbraccio, Lisa

  • dawor*** scrive:

    Un Sorriso :) dawoR***

  • Uyulala scrive:

    @ Comicomix:
    a volte mi chiedo che problema ci sia a prendersi le proprie responsabilità. Le PROPRIE, ovviamente. Né più né meno.Invece sembra che il gioco preferito da tutti sia quello di un cortometraggio di Walt Disney (proprio suo…), impostato come un documentario (“Lo sporcaccione”). Ad un certo punto in una scacchiera di casette con giardino all’americana si vedevano tanti “paperini” che buttavano l’immondizia nel giardino del proprio vicino…

    @ Lisa:
    il tema della responsabilità meriterebbe dei post a parte, ma mi sa che ho già troppa carne al fuoco

    @ dawor***:
    Benvenuto!

  • molto interessante la tua analisi. Purtroppo temo che in italia lo sport nazionale non sia il calcio, ma lo scarico di responsabilità…

  • Sergio Corriero scrive:

    Questo è proprio un bell’articolo (a mio parere)!
    Grazie!

  • Uyulala scrive:

    @ Riccardo:
    molto vero. Sebbene per molti aspetti l’etica protestante non mi piaccia, però per quanto riguarda il fatto che mette l’accento sulla RESPONSABILITÀ e non sulla COLPA, credo che abbia contribuito a non creare più di tanto l’effetto “scaricabarile” più tipico di un certo deterioramento della cultura cattolica che ci troviamo in Italia.

    @ Sergio:
    arriverò anche a rispondere ai tuoi commenti di altri articoli, a proposito di Karma e Motivazioni. Purtroppo avevo bisogno di un respiro molto lungo per poterlo fare senza rischiare risposte imprecise, lapidarie e inutilmente antipatiche…

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