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Nuvola di parole

Quarta parte: l’inconscio, burattinaio delle nostre azioni

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Mantengo la promessa fatta ieri e mi appresto a rispondere in modo parziale e più che altro discorsivo alla domanda lasciata in sospeso ieri. Come mio solito parlerò facendo esempi e considerazioni.

Come ci manovrano le nostre motivazioni reali? Di fatto le nostre azioni sono spinte prevalentemente da fattori inconsci. Più roba buttiamo nel calderone e più l’inconscio avrà potere su di noi, determinando una scissione all’interno di noi stessi. Arricchiti dalle nostre razionalizzazioni cominciamo a operare non già secondo una vera logica, ma secondo una sorta di strano miscuglio di moti profondi e false ragioni, spendendo una gran quantità di energia e filtrando in modo sempre più massiccio il flusso diretto di informazioni fra noi e l’ambiente esterno.

Per evitare che succeda questo, diventa importante accettare di fare quel lavoro di cui ho parlato in alcune parti di questa “chiacchierata elettronica”. Verificare infatti, prima di attribuire delle ottime scuse ai miei comportamenti o alle mie emozioni, la vera ragione che mi muove.

A questo punto vorrei parlare di quanto può succedermi (e di fatto succede) nella mia vita professionale. Parlo di questa perché è più “neutrale”, ma con qualche distinguo non c’è tanta differenza con quello che mi capita al di fuori della professione. Inoltre descriverò situazioni tutto sommato di importanza abbastanza ridotta.

Ho molti pazienti e non è umanamente possibile che mi siano tutti simpatici. Per tale ragione durante i colloqui con qualcuno di questi devo esercitare un’attenzione più stretta a quello che filtra da me, atti, espressioni, parole. A volte mi capita di dire qualcosa che non è proprio opportuna e che potrebbe rischiare di avere degli effetti poco piacevoli sul paziente. Quando succede, potrei con molta facilità sorvolare e far finta davanti a me stessa che quella frase non ha una particolare valenza. Potrei anche scordarmi rapidamente di averla detta. Se riesco a non farmi sedurre dalla tentazione di far questo, la prima cosa che mi capita è che mi vergogno.

LA VERGOGNA è un indice molto importante che stiamo iniziando a percorrere il terreno impervio del nostro inconscio. Potrei trovare delle scuse per coprire questa vergogna. Se riesco a non farmi tentare anche da questa soluzione, il secondo passo è farmi una domanda: “Perché?” Perché ho parlato in quel modo? Cosa ho REALMENTE voluto esprimere? Solitamente ciò che mi è scappato è la manifestazione di un sentimento negativo, di un pregiudizio, di un fastidio profondo. Più comunemente: il mio interlocutore mi sta davvero sulle palle. Ok, mi sta sulle palle. E ora che faccio? Devo scoprire perché mi sta sulle palle. Ci sono tante ragioni possibili, ne cito alcune:

1. Somiglia a qualcuno che detesto, che mi ha fatto del male, che ha avuto un ruolo negativo nella mia infanzia, che mi sta creando problemi nella mia vita attuale.

2. La persona mi mette in contatto con qualcosa di me che non voglio vedere, un aspetto negativo (o che io vivo come tale) che preferisco non affrontare. In pratica “mi fa da specchio”.

3. Si tratta di una persona acuta e intelligente e il confronto con lui/lei mi spaventa perché può mettermi in discussione.

4. La persona ha effettivamente caratteristiche di carattere obiettivamente irritanti e starebbe sulle palle a chiunque.

La quarta di queste ragioni potrebbe essere vera. Ma diventa importante che prima di arrivare a stabilire che sia quella vera abbia invece escluso le altre, ma le abbia escluse davvero, con onestà intellettuale e, oserei dire, “spirituale”. Il fatto che sia vera poi, apre altre strade (qui è tutto un gioco di bivi…) che nel mio caso, nel mio ruolo di psichiatra davanti ad un paziente, sono ulteriormente da valutare, mentre può non essere necessario se non ci si trova in ambito professionale. Ciò che capita comunemente infatti è che la persona abbia un caratteraccio perché tracotante, perché tende a svalutare e denigrare i suoi interlocutori, perché si mostra maleducato e prepotente. Al di là del fatto che i COMPORTAMENTI debbano sempre essere arginati, nel mio caso devo fare il minatore e cercare di comprendere da dove nascono simili comportamenti onde evitare di mettermi in un gioco di forza che esaspera me e non serve al paziente. Come è capitato davvero, a volte tali atteggiamenti nascondono una grande fragilità che mette il paziente a rischio suicidarlo.

Se invece ciò avviene nella vita di tutti i giorni, con persone non legate a me da ragioni professionali, posso semplicemente scegliere di non frequentare la persona in questione senza dovermi per questo sentire in colpa e senza dovermi mettere in una posizione vittimistica nei suoi confronti.

Quando invece la mia analisi mi porta a concludere che si tratta di uno degli altri tre punti (o analoghi, insomma) diventa MIO DOVERE affrontare, risolvere o quantomeno farmi una ragione dei MIEI PROBLEMI PERSONALI. E questo, a mio parere, è da fare sempre, sia in ambito professionale che nei rapporti interpersonali. Ripeto, poi cosa ci faccio di queste consapevolezze diventa un ulteriore discorso.

Arrivo al punto. Cosa succede invece quando questo lavoro non viene fatto, neanche per accenni, neanche un pochino? Ho descritto, sicuramente in modo impreciso, alcuni processi mentali “inconsci”. Ma come già accennavo, questi processi vengono attivati DOPO aver operato una scelta consapevole. Una volta imboccato il sentiero che ci porta a proteggere un ideale di onnipotenza del nostro IO, i processi mentali si aggrovigliano.

 

Groviglio di pensieri sospesi - Maurizio Berton

 

(Groviglio di pensieri sospesi – tratto dal sito di Maurizio Berton al quale vanno i miei più vivi complimenti per la produzione artistica, di rara bellezza.- Se in qualche modo si ritengono violati i diritti di copyright, non avete che da scrivermelo e provvederò a rimuovere la foto, sia pure con sommo dispiacere)

 

Mi sono accorta di non aver parlato di un altro meccanismo di difesa: la FORMAZIONE REATTIVA. Si tratta di quel fenomeno in cui si “rovescia” la polarità reale di sentimenti, emozioni, pensieri. Per intenderci: mentre la proiezione ci fa dire: “Io non ti odio, sei tu che odi me”, la formazione reattiva ci fa credere: “Io non ti odio, ti amo”, tanto per fare esempi forti. Tenetelo a mente perché servirà.

Quando non vogliamo metterci in discussione, gli effetti possono essere due, di solito con percentuali variabili si verificano entrambe:

Un effetto è quello di penalizzare gli altri. I meccanismi difensivi prevalenti in questi casi sono proiezione e razionalizzazione. Di questo ho anche già parlato. Di un aspetto non ho ancora detto nulla. Vedere qualcuno sotto un’ottica negativa, soprattutto quando gli attribuiamo caratteristiche nostre, porta ad una valutazione pregiudiziale globale della persona, attribuendo una coloritura negativa anche ad aspetti neutri o positivi. Per esempio: vediamo un collega di lavoro (a torto o a ragione) come una persona interessata e falsa. Per questa ragione tendiamo a sottovalutare o leggere sotto quell’ottica TUTTO di quella persona anche quando ci fossero degli aspetti positivi nel modo in cui conduce la propria attività, rischiando quindi di COMPORTARCI con delle modalità che boicottino questa persona a prescindere che lavori bene o male.

L’altro effetto è quello di penalizzare noi stessi. E’ un po’ l’altra faccia della medaglia e mi ricollego alla FORMAZIONE REATTIVA che ho esposto poco sopra. Io non posso accettare di provare un sentimento negativo verso quella persona e allora faccio di tutto per farmela piacere a forza, piuttosto che prendermi la briga di interrogarmi sul “perché” succeda. Quindi, nel tentativo di dimostrare a me stesso e agli altri che i miei sentimenti sono diversi faccio capriole, salti mortali e triplo carpiato che mi costano un inferno in terra. E oltretutto non cavo un ragno dal buco perché tanto le cattiverie scappano lo stesso…

La combinazione dei due fenomeni genera situazioni interessanti. Butto lì un esempio:

Io ti amo alla follìa e faccio tutto per te (non è vero, non ti sopporto, ti invidio da matti, vorrei vederti in braghe di tela a chiedere l’elemosina all’incrocio dietro casa mia… ma non è carino pensare queste cose). Ti offro eterna e incondizionata amicizia, ti riempio di attenzioni che naturalmente tu non gradisci perché sono eccessive, inopportune, appiccicose, invadenti ecc. ecc. Ecco che allora ti scappa, ovviamente, la pazienza e mi mandi (più o meno gentilmente) a cagare. A quel punto diventi TU cattivo, perfido, invidioso, ma, soprattutto (udite udite) IRRICONOSCENTE. Ed io acquisto sul campo la patente del martire. Ottima ricetta soprattutto fra parenti, si cucina egregiamente anche fuori casa, soprattutto sul lavoro.

Vi lascio ancora una volta con le mie riflessioni per raggiunto limite di cottura cerebrale…

 

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Ci sono 6 commenti

  • Comicomix ha detto:

    Mi è venuta voglia di approfondire ancora più a fondo l’ipocrisia….
    Ci fai questo regalo?

    Un sorriso senza difese
    Mister X di Comicomix

  • Uyulala ha detto:

    @ Mister X:
    Mi sta venendo un discorso complesso, a dire il vero. Faccio di tutto per ripigliare il filo del discorso, ma dubito di poterlo fare domani: ho il turno di 12 ore.
    (i puri di cuore non hanno bisogno di difese…)

  • Lisa72 ha detto:

    Lo sai che più ti leggo e più mi sembra che i tuoi ragionamenti siano perfetti per comprendere parole e azioni anche della nostra classa politica… ;-P
    E ovviamente quoto “il sorriso più veloce del web” e chiedo una pubblicazione a puntate possibilmente mooooltoooo lunga! 🙂
    Buona serata, Lisa

  • Idabagus ha detto:

    Complimenti !
    Sono queste le cose che dovrebbero insegnare a scuola!
    Anche se capisco che l’argomento non sia ancora terminato ho solo una domanda:
    “Che cosa ci si guadagna ad essere consapevoli”?
    Non credo equilibrio perché la consapevolezza non ti esime comunque dalla responsabilità e neppure una vita migliore perché, per tua stessa ammissione, se sei consapevole, rischi di diventare uno “specchio” per cui ti attirerai le ire del mondo intero…..
    Alla fine “conviene” di più essere consapevoli o raccontarsi un mare di balle?
    Questa domanda non è in termini assoluti ma relativi ad una vita più o meno integrata nel sistema che comunque è quello che è non per nostra scelta (questa è una motivazione usata da molti per mascherare le loro porcate assieme a quella che “intanto se non lo faccio io lo fa un altro e io perdo solo il treno”)
    Complimenti ancora!
    Bel Post

  • Uyulala ha detto:

    Grazie ancora a tutti dei complimenti.

    @ Idabagus:
    è difficile rispondere in termini di “convenienza”. Per brevissimi accenni posso dirti che (sempre a mio parere, bada bene) se tu sei consapevole hai un margine di scelta più ampio, nei limiti delle nostre possibilità umane. Se rinunci a coltivare l’idea di te stesso come “buono” fra l’altro, ti puoi anche permettere di scegliere un comportamento scorretto anziché lasciare che esso ti nasca dai meandri della tua mente. Almeno lo organizzi in modo più sensato. Non è un paradosso, sai, né un’esagerazione. Il “male” organizzato a tavolino e depurato degli aspetti istintuali più nascosti e torbidi è meno dannoso perchè più consapevole e mirato ad uno scopo.
    Se poi si riesce anche a scegliere di NON farlo, tanto meglio…

    Sulla questione dell’integrazione al sistema, tocchiamo un punto dolente. La società, perlomeno quella italiana, sta malamente andando aff… proprio perché (anche, non solo ovviamente) fatta di tantissimi singoli individui che non-scelgono e lasciano che i propri comportamenti seguano l’onda, attribuendo etica a qualcosa che non ce l’ha. Certamente un aumento di consapevolezza del singolo può mettere il soggetto in una condizione quantomeno di solitudine, se non addirittura di emarginazione. Il punto è che a quanto pare non esiste nessuno che abbia davvero un paio di palle funzionanti per accettare questo rischio.
    E continuiamo così a farci del male (come disse tempo fa il buon Nanni Moretti)

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Nell'armonia degli opposti il sacro è profano e tutto ciò che consideriamo profano profuma dell'incenso del sacro. Non esiste nulla di cui non si possa parlare…

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