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“Tecniche” di comunicazione, l’ipocrisia codificata.

Premetto che non sono contraria a studiare le “tecniche” della comunicazione. A suo tempo l’ho fatto e ho cercato di applicarle in campo psicoterapico (ma anche non). In questi giorni però son capitati eventi sgradevoli sul lavoro che mi hanno costretta a sistematizzare delle riflessioni che peraltro faccio ormai da molti anni, forse troppi.

Chi ha più elegantemente descritto e definito gli “assiomi” della comunicazione è stato Paul Watzlawick, deceduto proprio quest’anno. Riporto QUI un link utile per capire quello che è stato un fulcro portante degli studi in proposito. Sulla base di studi già esistenti e mettendo come fondamenta questi assiomi, negli anni sono fiorite ricerche che hanno portato alla categorizzazione e all’organizzazione di sistemi comunicativi molto raffinati.

Watzlawick, e molti altri con lui, studiavano questi sistemi a scopo psicoterapico, per migliorare le capacità comunicative nelle relazioni familiari e in quelle psicoterapeuta-paziente/cliente. Ma gli studi sulla comunicazione hanno il loro naturale (?) terreno nel settore pubblicitario, nel marketing e nelle vendite, in politica. In tali sedi si sono maggiormente raffinati e hanno acquisito delle caratteristiche che poco hanno a che vedere con gli scopi originari.

Anni fa feci un corso di psicoterapia umanistico-esistenziale, corso che aveva nelle tecniche di comunicazione una base estesa e che si fondava prevalentemente sull’Analisi Transazionale. Ne ho concluso i 4 anni, ma alla fine non ho sostenuto la tesi finale. La ragione di questo mio rifiuto è legata proprio ad una profonda delusione nel momento in cui ho capito che l’uso delle tecniche di comunicazione anche da parte dei professionisti della salute mentale avveniva spesso non con lo scopo di favorire realmente la comunicazione fra gli individui, ma allo scopo (scusate la volgarità) di metterla letteralmente nel culo, arrivando ad ottenere una ragione nell’ambito di un conflitto anche quando non esisteva. Che è l’uso che se ne fa in campo pubblicitario, quando si cerca di vendere un prodotto, in campo politico e sindacale.

Allora mi ero proposta intenzionalmente e consapevolmente di non usare in tal senso le tecniche imparate e comunque cercai di usarle nel campo clinico per gli scopi per cui erano state create. A poco a poco feci una scoperta che mi sconcertò: I PAZIENTI NON GRADIVANO TALI TECNICHE. Quando le usavo il dialogo perdeva in scioltezza e si trasformava da parte di entrambi in un grottesco tentativo di evitare errori formali, cosa che andava pesantemente a discapito dell’attenzione ai contenuti.

Questo mi costrinse ad un’ulteriore passo. Se si vuole comunicare infatti a mio parere la prima e fondamentale regola è forse banale e semplicistica, tautologica, ma ormai sperimentata. Se si vuole davvero comunicare, bisogna volerlo fare davvero, in modo “puro” e libero da desideri consapevoli o inconsapevoli di prevaricazione. Una volta che abbiamo effettuato un’opera di pulizia su questi aspetti egocentrici, la comunicazione sorge spontanea e cristallina. E può anche capitare che, a volte, qualche tecnica venga fuori perché di per sé esse non sono né buone né cattive. Sono solo strumenti e come tali possono essere usati bene o male.

Il discorso però nella società attuale, in tutti i campi, è un altro. La società si è trasformata, contrariamente alle speranze di Erich Fromm, in una società dell’avere anziché dell’essere. Io aggiungerei che è diventata prevalentemente una società dell’apparire. A questo hanno contribuito, e molto, anche le tecniche di comunicazione che hanno portato l’epicentro delle relazioni umane dai contenuti alla forma. Ha poca importanza ormai se quanto ci si dice è completamente vuoto, fasullo, innaturale. L’importante è che sia formulato in modo ineccepibile. In nome dell’appiattimento formale alle regole esplicite o implicite si possono perpetrare impunemente violenze psicologiche, sopraffazioni, mobbing; si trasformano le ragioni in torti e viceversa, si cambiano i nomi alle cose finendo per trasformarne la percezione e, a volte, la loro reale natura a scopo del tutto utilitaristico personale.

Tutto questo mi veniva in mente quando “la persona”, appena reduce da un corso di comunicazione (di tre giorni, peraltro), mi vomitava addosso le sue urla politicamente corrette appendendosi ad un termine per giustificare una inesistente offesa, urlandomi in faccia che “conosceva il non verbale” e perciò non poteva parlare se alzavo gli occhi al cielo nel disperato tentativo di impedire a me stessa di pronunciare l’unica frase sensata di quel momento: “mavaffanculovà”

Non intendo criticare la tecnica in sé. Non intendo sminuire il valore della forma. E’ chiaro che è molto meglio dire le cose con garbo e buona grazia piuttosto che in modo offensivo e sgarbato. Son sempre stata un’amante delle buone maniere: tutt’ora a distanza di anni continuo a dire “per favore” e “grazie” anche alle persone con cui sono in più stretta confidenza.

Ma l’uso dei modi formalmente accettabili non sta tanto in un apparato di regole, quanto piuttosto nella trasformazione del nostro animo, che possa lentamente diventare incline alla gentilezza, a quella forma di gentilezza tanto cara ai buddisti e che è fatta soprattutto di reale compassione (intesa in senso buddista e non cristiano), quella compassione che scaturisce solo ed esclusivamente da un continuo lavoro su se stessi che porti alla consapevolezza di essere uno fra i tanti, né più né meno importante.

Invece le tecniche di comunicazione possono dare un’arma pericolosissima a chi non aspetta altro che un mezzo efficace per operare le razionalizzazioni (ne ho parlato soprattutto in QUESTO POST, ma un po’ anche in tutti gli altri della serie) e per far prevalere la forma più infida e vigliacca di prevaricazione: quella che avviene quando l’aggressività è incanalata in una sistematica demolizione attraverso strumenti logici, formalmente ineccepibili, linguisticamente eleganti, ma FALSI nei loro contenuti, faziosi, miranti nella migliore delle ipotesi a scaricare le proprie frustrazioni più bieche, altrimenti volti ad ottenere vantaggi illegittimi (o addirittura illegali) facendoli passare per legali e legittimi.

Io ho fatto un errore che mi accorgo son destinata a pagare sempre di più, man mano che passa il tempo: mi son rifiutata di omologarmi al linguaggio codificato delle tecniche comunicative. Uso infatti tranquillamente le “domande perché” nonostante esse siano proibite, quando esprimo i miei sentimenti lo faccio alla “come viene viene” anziché usare le formulazioni caldamente suggerite quali “io mi sento profondamente – irritata – dispiaciuta – rattristata – e così via – quando tu – fai – dici – ti esprimi – <segue descrizione>”. Perchè non posso esprimermi se devo pensare in ogni istante a come farlo. E in genere l’altro mi capisce benissimo, l’altro “normale”, quello che di tecniche di comunicazione non ne capisce una mazza ma vuole, semplicemente, sapere cosa penso, sento, vivo e vuole che io faccia altrettanto. In questo ho fatto un errore, perché nel mio volermi rifiutare di usare queste tecniche a poco a poco ho disimparato a farlo e mi son trovata con un’arma in meno. Nonostante la mia professione, infatti, non sono capace di difendermi in modo sufficientemente efficace da questi disonesti.

Fanculo!

 

 

Kipapa2 SuGiu2

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Cinque Post Presi a Caso:

Ci sono 15 commenti

  • Lisa72 ha detto:

    Pensare che tu, nonostante i tuoi studi, non sia in grado di difenderti mi fa terribilmente preoccupare delle mie possibilità e di tutti quelli come me che le tecniche non le abbiamo neanche mai viste e sentite nominare… 🙁
    Però un “Fanculo!” lo so usare molte bene 😉 non sarà comunicativamente corretto ma spesso ottengo il risultato per cui l’ho usato 🙂
    Un caro abbraccio, Lisa

  • Comicomix ha detto:

    Credo molto nella spontaneità…ho una certa repulsione alle tecniche di qualcosa.
    Comunicare è un arte, che si può anche perfezionare.
    Ma è il cuore che deve parlare.
    Sennò presto o tradi (più presto che tardi) chi ti sta di fronte capisce che sei costruito.
    E a quel punto, sei finito.
    UN sorriso largo largo lungo lungo grande grande ( è abbastanza comunicativo?)
    Mister X di Comicomix
    P.s.: L’Umbria ti aspetta (magari, con la bella stagione, ora fa un freddo…)

  • Uyulala ha detto:

    @ Lisa:
    (oltre a quello che ti ho già scritto su OKNOtizie): non mi importa troppo di riuscire a difendermi, se questo significa alla fine trasformarmi in un automa. Cerco di proteggermi, un pochino, quel tanto che mi serve a non scoppiare.

    @ Mister X:

    come hai ragione, amico mio! Se non ci metti il cuore puoi anche essere perfetto – ineccepibile – logico – inappuntabile ecc. ma non puoi essere comunicativo.
    I tuoi sorrisi, tanto per restare in tema, partono dal cuore e arrivano al cuore.
    (Prima o poi verrò a trovarti…)

  • stef ha detto:

    in base al tuo post sono quasi spacciato….
    stef
    ps di donde sei?

  • Uyulala ha detto:

    @ Stefano:
    perché spacciato? Il fatto che studi tecniche di comunicazione non significa automaticamente che le debba usare male. Come dicevo nel post, non sono né buone né cattive; come un coltello può servire a tagliare il pane e spalmarci sopra la Nutella ma può anche servire ad ammazzare qualcuno, così queste tecniche possono essere usate a fin di bene o a fini strumentali.
    Sono sarda 🙂

  • Carmelo ha detto:

    Premessa: lavoro nella pubblicità e in particolare nella pubblicità politica (non ti dico altro…).
    A me la PNL, le tecniche di psicodinamica e comunicazione empatica mi hanno solo fatto rodere di più il fegato perché, da quando le ho studiate, mi accorgo che il 99,9% delle persone con cui lavoro o che vedo in televisione cerca proprio di prendermi per il culo.
    Prima, nella mia beata ignoranza, stavo benissimo!
    Dopo un po’, davvero ci si stressa a doversi controllare le proprie reazioni e le proprie posture…

  • Uyulala ha detto:

    @ Carmelo:
    intanto devo dire che non ti invidio, visto che immagino che nel tuo lavoro questi usi delle tecniche della comunicazione siano la norma. Il problema grosso è che questo avviene anche nel nostro campo (e ciò è assai più grave). Intanto da parte delle dirigenze aziendali, che sono inequivocabilmente politiche (con buona pace di coloro che cercano a tutti i costi di dimostrare il contrario), ma anche da parte degli operatori.
    Ho visto colleghi che riuscivano a rigirar frittate per dare la colpa a pazienti o familiari di propri insuccessi terapeutici (anche quando essi erano inevitabili, fra l’altro). Ho visto persone che, modificando sapientemente il nome delle attività, son riuscite ad ottenere finanziamenti che non avrebbero mai potuto ottenere, a scapito ovviamente di attività di ben altro spessore e che comportavano ben altri livelli di impegno.
    Mi sembra di recitare l’abusatissimo “Ho visto cose che voi umani…” ma tant’è…

    Per quanto riguarda atteggiamenti e posture, modi di parlare e di trasmettere quanto devo comunicare, la cosa paradossale è che mi è molto ma molto più facile la relazione con i pazienti che con molti degli operatori. Con i pazienti non esercito particolari controlli a quel livello (ne esercito tanti altri, ovviamente) ed essi sanno con ragionevole precisione “dove sto”. E questo proprio perché non uso seghe mentali…

  • riccardo gavioso ha detto:

    concordo sul fatto che le tecniche di comunicazione sono studiate e insegnate, quale sia il campo, quasi sempre per trarne vantaggio a scapito di qualcuno.
    Ma vado oltre, ho l’impressione che se qualcuno di quelli che contano, uscisse da queste logiche e riuscisse a comunicare con una spontaneità che poi è spesso quella dell’interlocutore, ne avrebbe dei vantaggi inaspettati.
    Per riassumere credo che un “ti voglio bene” o un “vaffan…” dopo anni d’acrobazie verbali, siano infinitamente più efficaci dei giochi di prestigio di cui tutti hanno imparato a memoria i trucchetti.

    un caro saluto

  • Uyulala ha detto:

    @ Riccardo:
    nei rapporti interpersonali quando si levano via tutte le impalcature si genera qualcosa di imprevedibile e di incontrollabile. Ci si “vede” davvero, nel bene e nel male. Ormai pochi sono coloro che accettano di essere visti, ma questa è l’unica possibilità di avere contatti veri, autentici. Ed è vero: i vantaggi sono tanti e inaspettati. Quello che ci si scambia è pregnante, quanto si impara e si insegna è solido, non si rimane più gli stessi di prima.

    Un abbraccio

  • Oscar Ferrari ha detto:

    Grazie per il link che hai segnalato. Io credo che la comunicazione sia essenzialmente un talento, ma anche vederla codificata in regole è interessante. Basta credere solo alla metà di quanto scritto

  • Giuseppe ha detto:

    Triste la tua conclusione però anche se non sono un esperto delle “tecniche” della comunicazione la capisco.

    “[…] La società si è trasformata, contrariamente alle speranze di Erich Fromm, in una società dell’avere anziché dell’essere. Io aggiungerei che è diventata prevalentemente una società dell’apparire. […]”

    Apprezzo molto la spontaneità, ma è vero che in generale siamo così attenti alla forma da rischiare di essere “falsi”.

    Bel post, molto interessante.

    Ciao carissima, buona domenica

  • […] l’articolo segnalato in “OKNotizie” da Uyulala62, dal titolo, per me, molto attraente, di: “Tecniche di comunicazione, l’ipocrisia codificata”. L’ho letto due volte. Forse tre. Fantastico. Per le tante questioni che richiama, una risposta […]

  • sole ha detto:

    A volte mi è capitato di confrontarmi con persone che utilizzano la comunicazione come un vero è proprio strumento per arrivare ai propri fini.
    In quei casi mi sono sempre sentita “nuda” davanti a tanta furbizia.
    Il problema è che quando te ne rendi conto che ti stanno fregando è troppo tardi, devi solo raccogliere i cocci e ricominciare.
    Ma al contrario, se uno è semrpe diffidente di chi si trova difronte ad un certo punto resterà solo.
    Cosi non si vive..ma si sopravvive per difesa

  • Uyulala ha detto:

    @ Sole:
    (a proposito, sei mica “Soledeglidei”?) Le situazioni cambiano molto da contesto a contesto. Io mi sono accorta che davanti a qualcuno che usa così le tecniche di comunicazione son diventata durissima. Quando capita con i venditori rischio anche la maleducazione, non mi vergogno a dirlo…

  • sole ha detto:

    no non sono soledeglidei.
    Sono una che per caso si è ritrovata sul tuo sito e ne è rimasta colpita.
    Fino a quando vogliono venderti qualcosa puoi anche essere maleducata… ma il pericolo piu grande è quando certi venditori te li trovi nella vita personale e in quella professionale..

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