Il significato della parola “vita”
Posted by Uyulala on 06 Feb 2008 | Tagged as: Approfondimenti, Pensiero Laico, Relativismo etico, Riflessioni, SPIRTULES
Da tempo rifletto su quanto sta succedendo rispetto alle polemiche che ruotano attorno alla parola “vita”. Ci sarebbe da fare un discorso complesso sull’uso stesso che facciamo delle parole, spesso svuotate dei propri significati, violentate e a volte decisamente uccise in slogan, ma mi voglio limitare semplicemente a quanto succede a questa breve combinazione di 4 lettere.
Vita è un’astrazione, la nominalizzazione di un processo (che quindi si esprime in modo ottimale con un verbo, nel caso specifico vivere). Come viene spiegato spesso in neurolinguistica, non possiamo mettere “Vita” dentro una carriola.
Questo vuol dire che di per sé Vita non esiste, è falso pensare che sia una cosa. Una cosa è un maglione, la racchetta da tennis, il fornello a gas, un TIR, tutte cose che possono essere messe in una carriola (basta trovarne una abbastanza grande). Invece Vita non è una cosa ma un processo, il processo biologico del vivere, con tutte le sfumature che comporta.
Il vivere non è un processo umano, è un processo biologico che accomuna tutti gli organismi costituiti da combinazioni complesse di macromolecole a scheletro carbonioso. Siamo quindi tutti uno strano scherzo della natura, tutti quelli che vengono definiti “organismi viventi” hanno delle somiglianze altissime. Le differenze le percepiamo nel nostro io soggettivo ma in realtà esse sono di tipo puramente organizzativo e non strutturale.
Il vivere è quindi un processo che accomuna tutti, dai batteri all’uomo, dalle piante ai funghi (che NON sono piante, tanto per togliere ogni possibilità di equivoco). E’ un processo che non ha un inizio riconoscibile sebbene la fine sia più facilmente identificabile.
L’inizio del processo si perde infatti nella notte dei tempi, di esso possiamo solo formulare ipotesi, come quella del “brodo primordiale” dove aggregati di macromolecole avrebbero cominciato ad aggregarsi probabilmente grazie all’aiuto di scariche elettriche e di altre particolari condizioni ambientali favorenti. Da quel momento in poi, da quando gli elementi chimici cominciarono a trovare una forma organizzativa via via sempre più complessa, il processo sulla Terra fino ad ora non si è ancora arrestato, sebbene l’essere umano ce la stia davvero mettendo tutta.
In questo processo ci sono delle tappe riconoscibili, costituite dalla nascita e dalla morte che riguardano il singolo individuo. Anche questi due termini indicano però delle azioni, dei processi e non delle “cose”. Non esiste Nascita e non esiste Morte, ma esiste Nascere e Morire. Perché do tanta importanza al fatto che questi termini, usati comunemente come indicatori nominali, siano invece indicatori di processo? Perché l’uso improprio delle parole ci porta inevitabilmente a modificare la percezione della realtà e a strutturare le nostre scelte sulla base di una percezione distorta. Non si parla di giochi, si parla del nostro modo di essere al mondo, di agire sul mondo, di plasmarci nel mondo e di plasmare il mondo.
Il processo di vivere accomuna tutti gli “oggetti a struttura carboniosa”, come dicevo. Il senso dell’individualità di questo processo è tipicamente umano ed è in fondo abbastanza recente. Ma quest’individualismo nell’essere umano ha comportato progressivamente un lavoro di assolutizzazione del vivere umano rispetto a qualunque altro vivere, cosa alla quale ha contribuito la nominalizzazione di questi processi.
Quindi ora non si parla del vivere e del morire, ma della Vita e della Morte, non si affrontano problemi complessi legati ad uno snodarsi di azioni in un arco temporale più o meno dilatato, ma si parla in assoluto di “cose” che percepiamo alla fine come entità astratte, da salvaguardare o da combattere.
Il problema relativo al vivere e al morire a questo punto diventa un’enunciazione sterile ma tagliente di regole, dogmi, indicazioni, divieti, ordini. Se il processo di vivere non è tale ma è reificato si pone, da bravi occidentali, l’interrogativo “di chi sia” questa cosa. Chi “possiede” la vita? Parlare invece di un processo non comporta chiedere di chi sia l’azione, ma piuttosto chi la compia. Non più quindi il possesso di una cosa ma l’attore di una azione. Come possiamo vedere quindi, solo con l’uso delle parole arriviamo a distorsioni profonde:
1. se la vita fosse un oggetto potrebbe essere posseduta, mentre l’azione di vivere è un atto che un organismo biologico compie giorno dopo giorno.
2. ma anche se la vita fosse una “cosa”, comunque dovrebbe per forza essere posseduta da qualcuno o da qualcosa?
3. se non parliamo di vita ma dell’azione del vivere, chi è l’attore che la compie?
Allo stesso modo il discorso procede in parallelo con la Morte o col morire. In questo parlare non entrano più in gioco fattori fideistici, che possono essere tra i più vari, legati a tradizioni o filosofie diverse, ma finiscono per essere implicati i modi in cui la mente umana struttura la realtà attraverso la mappatura linguistica.
Un discorso così articolato per dire che giocando con le parole si fanno danni immensi, si scambiano le mappe della realtà con la realtà stessa, si fanno leggi, si mettono obblighi che non hanno ragioni di essere e si impediscono azioni del tutto naturali.
IO vivo, l’atto di vivere di quest’organismo biologico che identifico con il pronome personale IO è un atto che svolgo in prima persona sebbene in modo prevalentemente involontario, non può “appartenere” a niente e a nessuno perché non è una cosa, quando morirò, sarà un’azione (nel mio caso involontaria) che svolgerò io, spero il più rapidamente possibile. Non essendo oggetti non appartengono a nessuno. Ma in quanto azioni, comunque, l’attore sono sempre solo e comunque io.
Cambiare il paradigma linguistico, come ho esposto, diventa a questo punto un atto tutt’altro che formale. Chiedersi “a chi appartiene la vita?” presuppone infatti un grossolano errore di fondo che ha delle conseguenze sociali, individuali, legali, etiche, religiose, filosofiche che ereditano e intensificano questo errore. Nel momento in cui diamo per scontati i presupposti di QUALUNQUE discussione, soprattutto quando essa riguarda temi sensibili e controversi, permettiamo, favoriamo o induciamo scelte che hanno delle ripercussioni a volte anche gravissime.
Sebbene possa essere utile semplificare linguisticamente la mappa concettuale e linguistica, non dobbiamo dimenticare MAI che le semplificazioni che ci rendono più snello comunicare nelle interazioni quotidiane possono ritorcersi contro di noi quando dobbiamo affrontare problematiche controverse, complesse, che hanno radici multifattoriali e soluzioni articolate.
Per concludere vi lascio ad un brano di Palombella Rossa.
Le Parole Sono Importanti!
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La vita è un’avventura da vivere. Ma sbaglia chi la svilisce a mero fatto biologico. Vivere non è solo il cuore che batte, è qualcosa di più profondo, misterioso, e complicato.
Complimenti per il primo post
^_^
Grazie Mister X. Sei sempre il primo
[…] ho scritto in un post recente, se la vita è una cosa ci si può chiedere chi ne sia il proprietario, ma se è un processo, se è […]
Hai perfettamente ragione, sulle parole la Chiesa ha costruito a tavolino un impero. Ha condizionato e continua a condizionare gli esseri umani, con gli scritti da Paolo di Tarso ai dottori della Chiesa, ben lontani dalle parole di Cristo. Un meraviglioso e misterioso processo biologico è stato fagocitato e fatto proprio da una struttura, in termini evoluzionistici, recente e assolutistica. Grazie per la tua precisazione. Buona domenica.Roberto
@ Roberto
Grazie, buona domenica anche a te
Purtroppo il tema relativo all’uso improprio delle parole non viene mai abbastanza discusso, eppure la nostra realtà viene distorta e trasformata a causa di questi processi di trasformazione delle parole….
Il vero significato della vita e come questa è vista dalla religine cattolica lo trovate in un libro di PIER ANGELO IACOBELLI intitolato BIOETICA DELLA NASCITA E DELLA MORTE, dedicato in larga parte a specialisti ma consigliato a tutti gli appassionati della materia.
E’ della casa editrice Città Nuova, sito aifr.it, e catalogo.
Pino
una delle ragioni del mio allontanamento dalla religione cattolica è l’estrema presunzione che si insegna e che si impara. Non esiste la parola “vero” in questo campo