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Trattamento Sanitario Obbligatorio: di cosa si tratta e di cosa NON si tratta

Scrivo quest’articolo durante la turnazione per le reperibilità del distretto dove lavoro, reperibilità che sono attivate nel nostro caso per la valutazione e l’eventuale messa in atto di un trattamento sanitario obbligatorio qualora ci venga richiesta la certificazione di convalida di una proposta fatta da un collega.

Nel mio lavoro ci sono molti provvedimenti oggetto di aspra critica e sicuramente il ricorso al T.S.O. è uno di questi. Intanto voglio fornire qui di seguito i puntelli legislativi che potete trovare a QUESTO INDIRIZZO ove è riportato il testo integrale di quella parte della legge 180 che lo tratta, e invece in QUEST’ALTRO INDIRIZZO potete trovare una breve spiegazione della legge stessa.

I trattamenti sanitari obbligatori nascono in seno alla legge 833 in cui veniva istituito il Servizio Sanitario Nazionale e ingloba la cosiddetta legge 180, fortemente voluta dai movimenti per la psichiatria democratica che approdava attraverso questa legislazione a mettere in atto in modo stabile tutta una serie di situazioni sperimentali già in uso presso alcune realtà italiane.

Prima di questo provvedimento infatti la legislazione italiana (e quella di molti altri paesi, per la precisione) era fortemente punitiva nei confronti della patologia mentale, considerata “pericolosa” tout court indipendentemente dal tipo di patologia e dalle manifestazioni di essa. Un tempo le persone che manifestavano disabilità psichica potevano venir ricoverate presso gli ospedali psichiatrici (O.P.) su semplice richiesta di un cittadino, il loro internamento lasciava traccia nella fedina penale e l’individuo poteva subire un internamento la cui lunghezza era a totale discrezionalità dei medici dell’ospedale.

manicomioIn molti O.P. erano già in atto delle attività che miravano alla riabilitazione dei pazienti per un possibile loro reinserimento nel tessuto sociale, mentre erano tanti al contrario che funzionavano come lager, luoghi dove le condizioni di vita erano disumane e gli internati erano completamente in balia del personale. Questa premessa mi serve per inquadrare il provvedimento del T.S.O. in una cornice dal quale ora lo si vuole forzosamente togliere.

Premessa fondamentale per i provvedimenti di riforma dei servizi di psichiatria è stata l’introduzione sul mercato dei farmaci antipsicotici, che consentivano di recuperare in toto o in parte alcuni aspetti più problematici delle patologie psichiatriche di tipo psicotico, e tale premessa è da tener presente perché l’attuale tendenza a demonizzare l’uso dei farmaci sta rischiando fortemente di spingere la legislazione a tornare alle strutture manicomiali, ma spero di aver modo di tornare su quest’argomento in altra occasione.

L’introduzione delle cure farmacologiche ha consentito di limitare in intensità e durata le crisi psicotiche, permettendo altresì ai pazienti di evitare i comportamenti agiti sotto l’influsso dei sintomi più gravi di queste malattie. Questo però non ha tolto completamente la possibilità che pazienti già sottoposti a cure subissero tali crisi, né impedisce che insorgano i disturbi per la prima volta (purtroppo).

Le crisi psicotiche possono essere devastanti. Lo sono prevalentemente per chi le vive, molto spesso lo diventano per tutto l’ambiente che circonda la persona che si ammala. Queste crisi portano ad uno scollamento parziale o totale dalla realtà: la persona vive in un mondo diverso, sconosciuto, il più delle volte terrifico, dal quale si deve difendere. In questo stato perde più o meno completamente le capacità di critica della realtà, dalla quale si è distaccato, e perde o non acquista fra le altre cose il senso della natura patologica di quanto gli succede.

Si tratta quindi di una situazione del tutto particolare in cui la necessità di cure esiste, è impellente, ma non vene avvertita dal paziente stesso.

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è un provvedimento del sindaco del comune ove avviene, non dei sanitari. Il sindaco agisce in seguito alla presa visione di due certificati redatti da due medici diversi che abbiano visitato il paziente. In seguito al ricovero coatto del paziente, i medici del reparto chiamato S.P.D.C. (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) devono notificare al giudice tutelare il provvedimento e quest’ultimo ha il compito di controllare che l’ordinanza sia stata eseguita secondo le regole e nella tutela del paziente. Il T.S.O. ha la durata di 7 giorni, in seguito ai quali può essere sciolto o rinnovato a seconda dello stato clinico del paziente e delle sue capacità di critica.

I Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura nelle intenzioni del legislatore sono dei reparti di terapia intensiva, collocati all’interno degli ospedali generali in quanto l’obiettivo della legge anti-manicomiale è stato quello di ridare al paziente affetto da malattia psichiatrica la dignità di malato e non di persona da isolare e tenere lontana dal contesto. Attualmente si sta cercando (tra l’altro da parte della sinistra…) di ricollocarli al di fuori di esso, palesemente in contrasto con la legge, con grossi rischi per la salute fisica del paziente in quanto i trattamenti intensivi all’interno dei reparti e lo stato di salute del soggetto ricoverato possono necessitare dell’intervento di altre figure sanitarie (cardiologi, rianimatori…).

Questo tentativo non può che portare gradualmente alla mentalità di ri- manicomializzazione delle persone affette da disturbi psichiatrici, unitamente ad altri fatti che non intendo però trattare in questa sede.

Il T.S.O. psichiatrico NON E’ un internamento. E’ uno dei pochissimi casi in cui vi sia una deroga all’articolo 32 della Costituzione. L’altro caso è rappresentato dal trattamento sanitario obbligatorio dovuto a cause di igiene pubblica: individui che si ammalino di una malattia che espone la collettività al rischio di un’epidemia vengono ricoverati (che lo vogliano o no) e curati fino a che esista il rischio che possano diffondere la malattia: un tempo veniva chiamato “quarantena”. Il T.S.O. psichiatrico serve a rendere possibili delle cure quando la situazione psichica dell’individuo è tanto alterata da portarlo a rifiutarle.

Il T.S.O. NON è una punizione. L’individuo viene ricoverato perché sta male e viene ricoverato per essere curato e restituito al suo ambiente familiare e al tessuto sociale nel tempo più breve possibile.

Il T.S.O. NON viene PIÙ effettuato perché il paziente è “pericoloso per sé e per gli altri”. Questa norma è stata abolita nel 1978, non esiste, non c’è. Con buona pace di tantissimi (colleghi non psichiatri, forze dell’ordine, qualche volta parenti) che spesso ci vogliono forzare la mano ad attuare un provvedimento così particolare quando i criteri VERI non sussistono.

Il T.S.O. può diventare un momento molto sgradevole, ma non necessariamente lo è. Non sempre si risolve in un atto di forza perché è piuttosto frequente che i pazienti, esasperati dallo stato di malattia, siano più confusi che oppositivi e il provvedimento viene messo in atto perché il paziente manca di quelle capacità decisionali sufficienti per fare una scelta, che a quel punto intraprendono le istituzioni per lui, sollevandolo da una responsabilità che può essere percepita come eccessivamente gravosa e quindi non attuata.

Nessuno odia i T.S.O. più di uno psichiatra, neanche lo stesso paziente che lo subisce. E’ un atto che comporta uno stress psicologico elevatissimo a causa soprattutto della necessità di lavorare contemporaneamente su fronti molto diversi fra loro.

Infatti da un lato dobbiamo avere a che fare con il paziente, affrontarne la crisi, esplorare il suo mondo distorto e separato per valutare se egli ha davvero la necessità di un provvedimento ospedaliero oppure no, se è possibile nel primo caso ottenere un consenso al ricovero.

Dall’altro ci troviamo costretti a subire pressioni di ogni tipo, alcune delle quali anche comprensibili ma in ogni caso sempre molto sfibranti. E’ infatti molto comune che dobbiamo stare a discutere con parenti e forze dell’ordine in merito alla faccenda della pericolosità sociale, oppure sulle competenze degli operatori.

In terzo luogo è immensa la mole di burocrazia da portare avanti e spesso la prassi costringe noi a inoltrarla anche laddove non è compito nostro. Ma purtroppo a volte è l’unico sistema per poter ridare dignità ad un paziente.

 

 

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Kipapa2SuGiu2

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Ci sono 5 commenti

  • upnews.it ha detto:

    Sacro Profano » » Trattamento Sanitario Obbligatorio: di cosa si tratta e di cosa NON si tratta

    I trattamenti sanitari obbligatori nascono in seno alla legge 180, fortemente voluta dai movimenti per la psichiatria democratica che approdava attraverso questa legislazione a mettere in atto in modo stabile tutta una serie di situazioni sperimentali…

  • […] che sono in completo disaccordo con la scelta dei colleghi di mettere in atto un T.S.O. nei riguardi di un paziente se l’unica motivazione è quella di forzarlo a praticare una cura […]

  • rosi ha detto:

    Salve, vorrei capire cosa vuol dire con questa frase: Il T.S.O. NON viene PIÙ effettuato perché il paziente è “pericoloso per sé e per gli altri”.

    E chiedere:
    – si può proporre un TSO per una persona che ha impulsi di vendetta verso un’altra?

  • Uyulala ha detto:

    Ciao Rosi, ti rispondo brevemente (fra poco andrò al lavoro).
    A partire dal 1978, con l’introduzione della legge Basaglia, il criterio di pericolosità sociale è stato escluso dai criteri per un trattamento sanitario obbligatorio in quanto è un concetto GIURIDICO, non sanitario, e tutti gli atti psichiatrici da quella data in poi sono stati fatti rientrare solo ed esclusivamente come atti sanitari. I criteri per un TSO ospedaliero sono solo 3. Infatti si DEVE fare quando:
    1. una persona affetta da malattia mentale necessiti di trattamenti sanitari urgenti,
    2. rifiuti il trattamento,
    3. non sia possibile prendere adeguate misure extraospedaliere.
    Questo vuol dire che la valutazione dei medici (ce ne vogliono 2 per fare un TSO) è una valutazione sanitaria. Chiaramente può succedere che il paziente presenti uno stato di alterazione mentale tale da portarlo ad atti pericolosi, ma verrebbe ricoverato comunque per il suo stato mentale, non per la pericolosità del suo comportamento.
    (Per inciso, il TSO, quando siano presenti i 3 criteri, è un OBBLIGo per noi medici, non una scelta)

    Per quanto riguarda la tua domanda:
    in linea di massima la mia risposta è NO. L’unica condizione per cui può essere fattibile un TSO nel caso di impulsi di vendetta è che la persona abbia sviluppato tali impulsi in seguito ad uno stato di alterazione mentale, per esempio un delirio di persecuzione o di geosia oppure voci che lo spingono ad agire comportamenti vendicativi. Al di fuori di queste condizioni la persona è semplicemente perseguibile dalla legge.

  • […] quella che si crea quando una persona commette un reato e viene chiesto allo psichiatra di fare un TSO per evitare il carcere. A volte si lasciano passare reati anche importanti se questi vengono […]

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