Psicoterapia come rapporto non paritario - Affrontare una psicoterapia 4° parte
Posted by Uyulala on 26 Feb 2008 | Tagged as: IL CORPO E LA MENTE, Psiche, Psichiatria, Psicologia e psicoterapia
Comincio col precisare che tendo a preferire il termine UTENTE piuttosto che “paziente” o “cliente”.
Ho già accennato ad alcuni punti che vorrei rimarcare (se non mi riesce di approfondire). Vediamo di affrontare questo:
Il rapporto tra psicoterapeuta e utente è un rapporto sbilanciato.
Vi ho invitato a tener presente questo aspetto perché esserne consapevoli vi tornerà utile.
Quando decidete di iniziare quest’esperienza lo fate perché qualcosa in voi o nella vostra vita non sta andando bene. Avete una sofferenza più o meno importante e state chiedendo un aiuto professionale perché altri tipi di aiuti o non vi sono bastati o non erano disponibili. Avete aspettative, speranze, paure, siete mossi da una grande quantità di emozioni spesso contraddittorie. Siete in una situazione di inferiorità perlomeno emotiva. Spesso anche culturale. La maggior parte delle persone si troverà anche in uno stato di soggezione per la “figura” dello psicoterapeuta. Questi e altri fatti sono quelli che determinano lo sbilanciamento del rapporto, ha poca importanza analizzarli, ciò che è importante è mantenere la consapevolezza di tale disparità.
Questo aspetto di per sé non è un fatto né positivo né negativo; pensiamo a quanto succede per esempio nelle relazioni genitori-figli o insegnanti-studenti: si tratta di una caratteristica intrinseca al tipo di relazione che è funzionale ad esso. Diventa negativo, sicuramente, quando la si nega o si cerca in qualche modo di appiattire questo dislivello.
Tutti coloro che affrontano una relazione psicoterapica ne percepiscono la disparità a livello consapevole o inconsapevole e ciò porta a reagire con modalità che dipendono molto sia dal tipo di carattere che dai problemi che vi spingono alla relazione d’aiuto.
Per cui potreste trovarvi a vivere in modo acritico una situazione di dipendenza, che verrà gestita totalmente dal terapeuta, oppure sarete portati a sfidare il professionista mettendolo alla prova o ingaggiando una sorta di braccio di ferro. La reazione di accettazione critica di questa inferiorità non è comune, sennò non avreste necessità di uno psicoterapeuta, e si svilupperà nel tempo man mano che la terapia procede in modo sano ed efficace. Una buona psicoterapia, fra le altre cose, vedrà la scomparsa spontanea del dislivello quando essa sta volgendo al termine e la conclusione più sana è quella in cui utente e terapeuta si salutano “alla pari”.
Per queste ragioni non considerate a priori il rapporto di dipendenza come deviante, accettate questo aspetto cercando per quanto vi è possibile di mettere attenzione a che non si verifichi un cambio di rotta che trasformi i termini della dipendenza.
Può capitare infatti che tale aspetto del rapporto psicoterapico diventi negativo, si trasformi in un freno per la nostra maturazione o in una dipendenza patologica. Di solito quando questo accade c’è una responsabilità precisa a carico del terapeuta.
Infatti può essere un aspetto abbastanza comune negli utenti la tendenza ad attaccarsi eccessivamente a figure professionali di aiuto e non può in alcun modo essere addebitata a loro, a mio parere, la distorsione della dipendenza terapeutica.
Segnali che possono farvi sospettare che la dipendenza sia distorta:
1. sentire il bisogno di consultarsi col terapeuta anche per aspetti della vita di poco conto o che in passato si sono sempre affrontati da soli, e il terapeuta incoraggia e favorisce tale comportamento.
2. evitare di dire o fare qualcosa per paura che il terapeuta “si offenda”, perché questa è l’esperienza che facciamo di lui/lei
3. il terapeuta chiede, in forma esplicita o implicita, un’aderenza acritica a quanto dice, assumendo una posizione punitiva se ciò non avviene.
4. il terapeuta tende a colpevolizzare le scelte autonome dell’utente, attribuendo ad esse i malesseri dello stesso.
5. egli tende a colpevolizzare la sofferenza e i problemi dell’utente senza aiutarlo ad acquisire invece una sana responsabilità personale.
6. il terapeuta, al contrario, asseconda troppo l’utente e tende a gratificare eccessivamente il suo ego
7. egli assume comportamenti che spingono l’utente a credere di “essere speciale”.
Nel punto 1 il terapeuta scoraggia l’autonomia del paziente; quando agisce con modalità di cui ai punti 2, 3, 4 e 5 tiene l’utente legato a sé attraverso ricatti morali o agendo sulle sue paure di abbandono; invece chi agisce con le modalità 6 e 7 incoraggia la dipendenza facendo leva sul bisogno di gratificazione dell’essere umano, esasperandolo.
Tali comportamenti, spesso piuttosto sfumati, devono essere proprio uno stile costante del lavoro del terapeuta affinché possano determinare una dipendenza distorta: come già dicevo, gli psicoterapeuti sono esseri umani e in quanto tali soggetti a commettere errori o ad avere défaillances.
Tenete presente che qualunque tipo di terapia possiate intraprendere, potrà avere buoni risultati se il percorso terapeutico vi aiuterà ad acquisire consapevolezza di voi stessi e delle vostre azioni. Tutto ciò che ostacola o compromette questo processo potrà darvi dei risultati immediati, ma tali risultati son destinati a svanire nel tempo.
In tal senso un buon terapeuta dovrebbe:
A. fornirvi quella che John Bowlby definiva una “base sicura”: ossia un punto di riferimento prevedibile dal quale partire per esplorare nuove modalità di essere o del vostro agire. In QUEST’ARTICOLO viene descritto dallo stesso Bowlby l’applicazione in campo psicanalitico di questa forma di rapporto terapeutico, ma esso è applicabile anche in indirizzi terapeutici non psicodinamici, e quindi
B. accompagnarvi inizialmente e sostenervi nell’affrontare la vostra sofferenza
C. essere capace di riconoscersi umano.
D. saper discutere le problematiche relazionali che si creano tra lui e voi
E. essere capace di accettare che voi gli chiediate, eventualmente, una pausa nella terapia senza che questo ne comporti automaticamente una conclusione unilaterale da parte sua.
F. aiutarvi gradualmente ad essere indipendenti da lui, in modo da permettervi, una volta divenuti capaci di affrontare i vostri problemi in modo efficace, di proseguire la vostra vita senza di lui.
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Vediamo di affrontare l’aspetto del rapporto psicoterapico che riguarda la dipendenza “fisiologica” e quella distorta.
ancora una volta ti ringrazio, ciò che scrivi è utilissimo, mi hai chiarito altri dubbi ancora. Grazie
che dire…sei la solita!!
Bravissima!!!
Uyulala, come al solito: quattro pezzi molto interessanti!
Veramente illuminante e molto brava
Bisognerà cercarti uno sponsor per il libro ^_^
Un abbraccio, Lisa
ma non è che ci stai analizzando di nascosto?
sai cosa penso? che il tempo di un’ora per ciascun …utente è troppo breve
@ Nonlineare:
non immaginavo che sarebbero stati graditi così e mi fa davvero piacere.
@ Lisa:
mamma mia, questa storia del libro ti ha proprio presa ehehe
@ NEWYORKER:
mica tanto di nascosto, nel caso…
Comunque il tempo di un’ora a volte è troppo a volte è effettivamente insufficiente. Ma sai com’è, se il costo è di circa 80 € l’ora, un povero cristo quanto dovrebbe pagare a seduta? Soprattutto se dovesse fare una seduta ogni settimana…
Uno dei punti che mi ha colpito maggiromente e’ quando accenni al rischio che il terapeuta possa utilizzare delle tecniche psicologiche per tenerti legato a lui (nel terzo pezzo). Non ci avevo mai pensato. In effetti, mai dimenticarsi che e’ un essere umano anche lui!
@ Nonlineare:
purtroppo succede. E’ più frequente che lo faccia un terapeuta che lavora nel privato: un paziente che sente a lungo il bisogno di terapia è una fetta di stipendio assicurata… Ma non è l’unica ragione. Possono nascere nel terapeuta bisogni di controllo e di potere sugli altri, può succedere che si crei un rapporto di tipo affettivo non proprio sano al quale neppure il terapeuta sa rinunciare…
Siamo esseri umani e non è facile neppure per noi affrontare alcuni aspetti del nostro io più profondo.