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Signora dottoressa… ovvero: Essere persona è compatibile con l’essere medico e psichiatra?

Qualche tempo fa nei commenti a QUESTO post sul movimento dei focolari ne ho colto uno di Sibelius che voglio copincollare di seguito:

Ritengo che le tue riflessioni sul Movimento dei Focolari siano errate non tanto per i contenuti e le motivazioni che ovviamente sono pareri frutto di esperienza personale e quindi legittimi (ma altrettanto legittimamente confutabili), ma in quanto essendoti qualificata per psichiatra, i tuoi giudizi per molti possono avere valore medicalizzato, quasi di “prescrizione” e quindi condizionanti nel valutarli o meno. Tutti sappiamo che molti aderenti a movimenti spirituali sono alla ricerca di sollievo alle loro ansie e angosce esistenziali, ed è indubbio che l’accoglienza spesso è un rifugio anelato, se vuoi una terapia, ma tu mi insegni che prima di sospendere una terapia di un altro medico è opportuno valutarne gli effetti e comunque essere in grado di fornirne un’altra almeno ugualmente efficace. Spesso non ci si rende conto di danni involontari che si possono fare, e la responsabilità che si ha quando si riveste un ruolo da cui dipende una esistenza. Capisco la gratificazione che può dare un blog a cui si risponde e in cui ci si coinvolge, ma ciò obbliga a una prudenza tanto maggiore quanto più si è considerati. Non sono un focolarino, ho precise idee sui movimenti, ma sono convinto che le critiche seppure misurate e razionali non riescono a nascondere quella sottile ostilità che non si può nascondere quando vengono tradite le nostre illusioni.
Parlo da medico a medico.

Non voglio affrontare qui il discorso sul movimento (oh, non temete, lo riprenderò, pensate che abbia gettato la spugna? NAAAAAAAAAAAAAA!!!). Quello che desidero affrontare è invece un altro tema: gli aspetti del nostro (mio) essere persona, individuo, all’interno della professione medica.

Sibelius, che si è qualificato come un collega (non so però se della stessa mia specialità o meno) mi muove un appunto relativo al fatto che in quanto psichiatra dovrei evitare di esprimere certi contenuti (nel caso specifico quelli relativi al movimento dei focolari) in quanto le mie considerazioni potrebbero essere lette come una specie di “prescrizione” e influenzare chi mi legge.

Esprimo quindi delle considerazioni al riguardo che per me sono già maturate, macinate e digerite ma che possono non essere di immediata comprensione per chi non ha intrapreso un percorso di maturazione analogo al mio ma magari ne ha scelto altri.

Si dà per scontato che la professionalità sia sinonimo di impersonalità, cominciamo a chiederci due cose al riguardo:

1. cosa si intende per impersonalità?

2. è davvero così scontato che essere impersonali è garanzia di obiettività?

Al primo punto do’ anche un rimando, per accordarci sulle definizioni di IMPERSONALITA’ e IMPERSONALE. Le parole fanno riferimento a qualcosa, qualunque cosa, che non appartiene alla PERSONA. Riferendomi al fatto che chi diventa medico non FA solo il medico ma E’ medico (osservazione che mi mosse Sibelius qualche commento sotto quello che ho citato), mi chiedo come il fatto di ESSERE medici possa sposarsi con l’impersonalità che si pretende di avere.

Se è vero che la nostra professione diventa parte di noi (e anche su questo avrei qualcosa da obiettare, perché per fortuna non è una cosa scontata), va da sé che gli aspetti inerenti la nostra natura di esseri umani si incastrino inevitabilmente col nostro essere medici.

Noi siamo maschi O femmine, non possiamo essere asessuati, siamo giovani O maturi, destinati sì a passare alla seconda categoria ma al “tempo zero” siamo nell’una o nell’altra condizione, mai in entrambe o al di sopra di entrambe.

Negare la nostra essenza caratteriale, le nostre caratteristiche fisiche, sessuali, legate all’età e all’esperienza, il nostro retroterra culturale, politico e religioso ha un unico significato: operare dei meccanismi di difesa di NEGAZIONE, di RIMOZIONE e/o di RAZIONALIZZAZIONE che possono portarci a creare molti più danni che non prendere semplicemente e (insisto) umilmente atto del fatto che siamo incastrati in questa struttura fisica, spazio-temporale.

Ho parlato di come interferiscono i nostri meccanismi di difesa in particolare in QUESTO post e in QUESTO, ma ho affrontato il discorso in tutti gli articoli legati all’Ipocrisia della mente umana.

In che modo si incastra col fatto che “in quanto medico e psichiatra” io sento, al contrario, il DOVERE di esprimermi né più né meno come qualunque altro essere umano?

Ciò che sono ora è il frutto delle esperienze fatte nella mia vita. Alcune di queste sono professionali, altre sono legate agli studi teorici ma la maggior parte sono personali, legate alla vita. Ciò che mi ha insegnato la vita si incastra in modo armonioso con quanto mi ha insegnato lo studio e l’esperienza professionale stretta stretta e tutto quanto funziona in modo intonato e coordinato in ogni aspetto del mio vivere. Proprio per questa ragione raccontare le mie esperienze e i percorsi maturativi che ho ricavato da essi può essere a mio parere un utile mezzo per confinare il “prodotto finale” all’interno di un contesto esperenziale che è mio prima di tutto ed è “medico” solo in un piano molto più superficiale.

Il blog o il sito che dir si voglia è per me uno strumento per esprimere ciò di cui non mi è possibile parlare nella vita di tutti i giorni. Intanto perché il mio mestiere è fatto prevalentemente di ascolto, le mie parole son spesso domande e assai raramente sono risposte o affermazioni. In secondo luogo perché anche nella vita privata tendo più ad ascoltare che a parlare, per un semplice aspetto caratteriale. Questo sul piano strettamente personale.

Quando lavoro io mi mostro come persona prima di tutto. Persona che è fornita (o gravata) di competenze specifiche e che usa professionalmente queste competenze. Ma sono e resterò sempre principalmente Donatella, la “signora” o la “signora dottoressa” o la “dottoressa Donatella” come spesso mi chiamano i miei pazienti.

Ciò che accade è in parte anche legato a scelte ben precise che sono maturate abbastanza velocemente nel tempo. Mi son resa conto infatti che le “tecniche del colloquio”, la patina di professionalità usata come vestito, anziché essere un modo per favorire la comunicazione fra me e i miei pazienti diventava una barriera che rendeva ogni colloquio stentato, bisognoso di stare costantemente in un gioco linguistico di definizioni che allontanava vertiginosamente la possibilità di un reale scambio di contenuti.

Cosa succede allora? I miei pazienti sanno che io sono io. Di me sanno qualche piccola cosa della mia vita, le tipiche curiosità che solitamente sentiamo un po’ tutti il bisogno di soddisfare: lo stato civile, il numero dei figli, la mia età anagrafica. Piccolezze per le quali non c’è ragione di negare una risposta.

Pochi, anzi, pochissimi, conoscono il mio orientamento filosofico e religioso intanto perché è complesso e dovrei fare una conferenza per spiegarlo e poi perché solitamente durante le sedute si parla di LORO e non di ME. Non mi esprimo al riguardo, se non in rari casi, anche perché ognuno deve poter trovare la propria strada di benessere, di miglioramento o semplicemente del senso della vita attraverso ciò che ritiene più consono a sé e in questo senso il mio aiuto va nella direzione di accompagnare la persona che ho davanti verso una strada che sia SUA e non MIA.

Poi, capita che ci siano persone con cui si crea un rapporto di maggiore indipendenza, con le quali si entra anche in discorsi tali che possono implicare uno scambio di idee e in questo non mi tiro indietro. Ma quando ciò avviene premetto in forma esplicita e inequivocabile che quanto dico è solo un’opinione personale e in quanto tale non necessariamente condivisibile.

Il mio modo di trattare i pazienti è molto colloquiale. Laddove mi è possibile mi comporto esteriormente come farebbe una padrona di casa: saluto con un sorriso, faccio accomodare, a seconda del contesto chiedo notizie di familiari (quando li conosco o so che ce ne sono alcuni che stanno poco bene). Lo faccio al preciso scopo di mantenere un clima il più possibile familiare e “normale”, in modo che i contenuti più difficili possano emergere in modo spontaneo. Mi son resa conto infatti che così i pazienti parlano più volentieri, dicono molte più cose e dicono cose molto più profonde che se seguissi invece degli schemi prestabiliti. E questo, ne sono convinta, dipende proprio dal fatto che io mi pongo davanti a loro come PERSONA, con le mie competenze certamente ma con il mio bagaglio completo di essere umano.

Non ho mai nascosto la possibilità di incorrere in errori. Il mio errore più tipico è quello legato ai numeri e per questo controllo spudoratamente davanti a loro ogni valore numerico di cui abbia il minimo dubbio, spiegando la reale ragione di quel mio controllo. I mie pazienti apprezzano questo perché tutti, dal primo all’ultimo, indipendentemente dal proprio stato mentale, dalla propria diagnosi e dal livello di Q.I. sono perfettamente consapevoli del rischio di errori da parte di un medico.

Quando do’ un’interpretazione, la metto come formula dubitativa e chiedo sempre un riscontro al mio interlocutore. E’ anche una tecnica psicoterapica ben precisa, ma ho imparato nel tempo a interiorizzarla, e sono ormai DAVVERO convinta che sia il paziente e non io che deve verificare se una data interpretazione calza o meno per la SUA vita.

Il mio distinguere molto bene fra ciò che è il mio parere, la mia opinione, la mia filosofia di vita e ciò che riguarda quanto è conosciuto dalla disciplina in cui opero spesso non è ciò che viene fatto da colleghi cattolici. So di persone che organizzano per esempio gruppi di psicoterapia attraverso la preghiera, con danni per i pazienti indescrivibili. Ma tali persone non vengono mai riprese per questo, ed io trovo scandalosa questa mescolanza fra interventi medici-psichiatrici-psicoterapici e aspetti (del tutto personali e legati a scelte individuali) legati alla religione, alla spiritualità e alla fede. E non mi riferisco a persone che esprimono in un blog il proprio modo di vivere la fede, ma di colleghi che USANO la propria fede nella propria professione usandola a mo’ di terapia, e generando una drammatica confusione nelle persone.

Sul web, al di là della mia professione io sono Donatella, sebbene tenda a farmi chiamare ormai da anni col nik Uyulala, che per me ha un significato speciale legato all’omonimo personaggio de “La Storia Infinita“. Consigli professionali ne do’ abbastanza pochi e in genere solo se me li richiedono (non c’è nulla che mi faccia incazzare di più che un consiglio non richiesto).

Per concludere: sarei profondamente presuntuosa se pensassi delle persone che mi leggono che sono così ingenue o così facilmente influenzabili da cambiare i propri paradigmi di vita solo per aver letto le mie opinioni, sebbene esse provengano da “una psichiatra”. Le persone indecise invece cercano proprio quello: un ventaglio di pareri, idee e narrazioni di esperienze che permetta loro di avere un quadro variegato dal quale attingere per intraprendere eventualmente una scelta. Per queste persone io sono convinta che DEVO scrivere, proprio perché per tali ragioni il mio parere, la mia esperienza possono essere importantissimi nell’aggiungere un tassello in più.

Contestare a me la possibilità di far questo, e non per esempio a chi la pensa in modo diverso da me (i cattolici, gli appartenenti al movimento che tutt’ora si trovano nelle sue file – faccio per dire, ma possono essere anche altre categorie di persone) significa negare a me la possibilità di esprimermi e negare a chi volesse cercare pareri diversi la possibilità di trovarne.

QUESTO E’ QUANTO

 


 

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Ci sono 10 commenti

  • Questo articolo stato segnalato su ZicZac.it.

  • upnews.it ha detto:

    Sacro Profano » » Signora dottoressa… ovvero: Essere persona è compatibile con l’essere medico e psichiatra?

    Una carrellata di riflessioni “esternate” in seguito ad un commento fatto sul blog

  • diggita.it ha detto:

    Sacro Profano » » Signora dottoressa… ovvero: Essere persona è compatibile con l’essere medico e psichiatra?

    Si dà per scontato che la professionalità sia sinonimo di impersonalità, cominciamo a chiederci due cose al riguardo:

    1. cosa si intende per impersonalità?

    2. è davvero così scontato che essere impersonali è garanzia di obiettività?

  • Lisa72 ha detto:

    😯 ma come? 😯 i tuoi post non sono prescrizioni mediche da seguire? 😯 e me lo dici così? 😯
    Ovviamente scherzavo!!! 😉 :mrgreen:
    Seriamente invece vorrei dirti che nei post in cui non parli della tua professione quasi mai, nonostante io la conosca e abbia letto molti dei tuoi post a riguardo, essa mi viene in mente! Come hai sottolineato in un tuo post il bello del web è quello di mettere tutti sullo stesso livello ossia per chi legge conta molto quello che si scrive e non chi lo scrive: di molti non si conosce neanche l’occupazione al di là di blogger!!!
    Per quanto riguarda invece l’essere impersonale non credo sia giusto né fattibile proprio perchè il tuo blog o i tuoi commenti tra l’altro non sono neanche usatida te per l’esercizio della professione bensì sono espressione della tua persona….

    Un caro abbraccio, Lisa

  • Uyulala ha detto:

    Ciao Lisa!
    Vedi? Io ti dò consigli AGGRATIS e neanche li apprezzi!

    IO PIANGIO!!!

    :mrgreen:

  • Taipan ha detto:

    Trovo che conoscere il background professionale di chi scrive un’opinione possa essere un valore aggiunto. Faccio un esempio che probabilmente non c’entrerà una mazza. Da motociclista incerto e timoroso quale sono, che vorrebbe affrontare un corso di guida sicura in pista per migliorarsi, sono molto interessato alla lettura di esperienze analoghe vissute da altre persone. Da indeciso, leggo volutamente l’opinione del neofita e quella del pilota professionista e, paradossalmente, finisco per dare più importanza alla prima. Per quanto possa essere superficiale dal punto di vista tecnico, è la più VICINA a me, quella in cui posso immedesimarmi più facilmente. Il pilota scafato mi parla di punto di frenata, di tecnica di staccata, di posizione in sella, di percorrenza di curva. Il neofita mi racconta della tensione alla partenza, di quanto si sia cagato addosso quando ha visto arrivare la prima curva, del fatto che in sella era rigido come un manichino imbalsamato, della cazziata ricevuta dall’istruttore per un errore commesso. Per me che sono indeciso, che vorrei farlo ma chissà, per me che “soffro”, assume una maggiore importanza l’esperienza “dal basso”. Paradossalmente mi allontano dal professionista che certamente ha molto di più da insegnarmi, ma che per ovvi motivi è freddo, calcolatore, distaccato… e se sbaglio mi urla anche dietro.
    E’ vero che questa è una valutazione strettamente personale, MIA, che ognuno valuta ciò che legge in modo diverso, magari facendosi influenzare più dall'”alto” che dal “basso”. Ma in ogni caso, per chi racconta, è doveroso pensare che chi legge operi un ragionamento, che non segua la prima opinione che gli capita solo perchè scritta dal professionista. Non siamo pubblicitari o autori televisivi per i quali gli spettatori sono solo ed esclusivamente carne da macello da convincere a comprare un certo prodotto o a mandare il messaggino da due euro per televotare un gruppetto di coglioni.

    Non so bene cosa ho scritto… ma questo è quanto (forse pure troppo).

  • Uyulala ha detto:

    per Taipan
    se non ci fossi dovrebbero inventarti… 🙂

  • Comicomix ha detto:

    Sono in totale disaccordo con il tuo commentatore. Dirò di più: Mi dà fastidio il concetto stesso di impersonalità. Per due ragioni:

    1. Noi siamo già talmente poco persone, in questo mondo che stritola l’essenza di essere umani, e ci si chiede di essere più impersonali? Ma se è la spersonalizzazione ad essere una della cause di questo mondo disumano!

    2. Se poi sui confonde l’aggettivo impersonale con l’aggettivo obiettivo, peggio mi sento. Nessuno di noi è obiettivo, anzi direi di più: chi pretende di essere obiettivo è il primo a non esserlo. Perchè ognuno di noi è (per fortuna!!!) soggettivo.

    Altro discorso è sforzarsi di essere empatici. E qui, ognuno nel suo piccolo e/o grande, ci si prova.

    Io cerco il più possibile (se ci riesco, è un altro paio di maniche) di ascoltare le ragioni altrui, e anche di capirle. Magari per cambiare il mio stesso punto di vista. Che resterà però sempre il mio, soggettivo. E che mi porterò dietro nelle mie azioni. Perchè io sono, con buona pace di qualche testa di cavolo, e continuerò ad essere fino alla fine dei miei giorni una persona. Ed è tipico delle persone essere soggetti, e non oggetti.

    Un non sorriso soggettivo (e che finalmente è riuscito a commentare direttamente qui)

  • Logico ha detto:

    Uhm…
    E’ a ben pensarci meno semplice di quanto sembri.
    Tento di distillare il turbinio di pensieri:
    1- una riflessione è valida o interessante anche indipendentemente da chi la pronuncia;
    2- dovrebbe essere diritto di ciascuna persona poter esprimere qualunque opinione, quando parla al di fuori del ruolo / professione;
    3- non credo che ogni frase / opinione espressa da una psichiatra sia necessariamente una prescrizione (mi sembra così ovvio, ma evidentemente per alcuni non lo è…)
    4- sul lavoro… beh è tutt’altro paio di maniche.
    5- specularmente e banalmente: non darei opinioni professionali via blog (senza la conoscenza approfondita del paziente!).

    Non ho motivo di dubitare che Sibelius sia medico, come dice, ma dubito sia psichiatra (non ci dice se lo sia).
    Quando scrive: “la responsabilità che si ha quando si riveste un ruolo da cui dipende una esistenza.”, gli sfugge che on-line, come nella vita, non si riveste nessun altro ruolo se non quello di tutte le altre identità pensanti che popolano la vita e la blogosfera.

  • Uyulala ha detto:

    per Comicomix
    io non voglio essere obiettiva, sono convinta che l’obiettività sia semplicemente una parola senza senso. Nel momento in cui io uso i miei occhi per vedere, le mie orecchie per ascoltare, il mio naso per odorare e così via, non ho alcuna chance di essere obiettiva in alcun modo.. D’altro canto sfido chiunque a prendere contatto con il mondo senza il filtro costituito dalle proprie stimolazioni sensoriali.

    Per quanto riguarda i commenti: chissà che accidenti è successo… boh!

    per Logico
    per sottolineare quanto dici alla fine: il fatto di essere (e di dichiararmi) psichiatra qui in rete non ha mai impedito nessuno di mandarmi aff… 😉

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