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Il Karma collettivo, la Cina, il Tibet e la libertà individuale e sociale

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Il contenuto dell’articolo rispecchia semplicemente il mio pensiero ed esprime solo le mie personali riflessioni. Non ha la pretesa di essere un’analisi storica, religiosa e/o sociale.

 

Ricordo che tempo fa lessi qualcosa del Dalai Lama riguardo all’invasione del Tibet da parte della Cina e grosso modo ciò che esprimeva riguardava il karma collettivo della nazione tibetana.

Sua Santità era infatti convinto che la diaspora dei tibetani causata storicamente dalla suddetta invasione era un effetto karmico collettivo legato alla storia del Tibet stesso.

Teocrazia assoluta per molti secoli, ha vissuto fino alla fine degli anni ’50 in uno stato di un pressoché totale isolamento, favorito anche dalla particolare collocazione geografica, mentre nel remoto passato è stato un crogiolo culturale ricco e fertile.

E’ mia personale opinione che una delle ragioni per cui Sua Santità non abbia mai chiesto l’indipendenza politica alla Cina è legata anche a questo, e non sia solo una scelta politica e diplomatica pure necessaria dalla sua posizione di capo di stato in esilio.

La richiesta che ha sempre portato avanti è quella che al Tibet venga riconosciuta un’autonomia culturale atta a mantenere vive le tradizioni antichissime del monachesimo, delle pratiche meditative, per poter continuare a coltivare la medicina tibetana, peraltro assai affine sia a quella cinese che a quella indiana, perché continuino ad essere possibili tante pratiche (comprese quelle magiche) che richiedono fra l’altro uno stato di isolamento profondo.

Il governo cinese al contrario ha puntato tutte le energie proprio allo smantellamento culturale e religioso della regione, imponendo le ormai note colonizzazioni forzate, sostituendo gradualmente i monaci, soprattutto a livelli gerarchici alti, con propri funzionari o con personaggi conniventi.

Ho parlato già, sia pure per accenni, del destino del Panchen Lama, rapito dalle autorità della Cina e sostituito con un giovane scelto dal governo, ma quanto è successo all’ultima reicarnazione del Buddha Amithaba altro non è che ciò che succede a livelli gerarchici più bassi a tutti i livelli del monachesimo tibetano.

Mi sono spesso chiesta per quale ragione il governo cinese non abbia permesso un’autonomia controllata della regione ormai parte della Cina stessa. Mi sono altresì chiesta quali siano le ragioni per le quali molto facilmente individui e gruppi sociali abbiano questo bisogno di omologare a sé quanti cadono nella propria sfera, sia volontariamente che in modo coatto.

Nel caso del Tibet, l’enorme cultura alle spalle del sistema teocratico prevede fra l’altro un cammino difficile da definire. Mistico, meditativo, eremitico, punta infatti all’approfondimento estremo della conoscenza di sé, dei meccanismi psichici più reconditi e raffinati.

Cammino che porta chi lo compie ad acquisite dei pensieri, delle capacità, una visione del mondo e della vita totalmente al di fuori da ogni possibilità di controllo da parte di terzi. Chi conosce profondamente se stesso non è manipolabile, non può subire inganni.

Attenzione, non punto l’accento sulla religione, ma sulle pratiche che consentono alle persone di affrancarsi da molti limiti umani. La Cina ormai da molto tempo non impedisce più i culti all’interno dei propri confini, ma li controlla. Di fatto seguire una religione piuttosto che un’altra è diventato un atto di puro ritualismo. Questo sistema non funziona nel Tibet, che nonostante la complessa varietà di riti in effetti ha sempre mantenuto radicato il loro scopo spirituale e maturativo.

Il livello di controllabilità resta quindi sempre molto basso. Quasi tutti i governi sentono la necessità di un controllo capillare fin nel loro intimo dei cittadini, e chiaramente più è basso il livello della democrazia e più alto si rende necessario questo controllo.

 

La situazione tibetana, con le sue “anomalie” culturali, non può in alcun modo sottrarsi alla necessità di ipercontrollo della Cina, ma, come dicevo sopra, il tentativo di snaturare il sistema esautorando le funzioni del monachesimo per qualche ragione non funziona o non è sufficiente. La repressione non è un fatto di oggi, moti di ribellione popolare ne sono avvenuti in molti periodo da quando la Cina ha invaso la regione Himalayana e altrettante misure repressive hanno bagnato di sangue quelle terre aride.

Il fatto nuovo è legato all’assetto mondiale che vede la Cina protagonista sul piano economico e vede i cinesi attori di una capillare e silenziosa emigrazione. Finita l’epoca New Age in cui la spiritualità orientale era alla moda, ora il cammino silenzioso della diaspora tibetana non riesce a controbilanciare l’impatto di questa nuova forza.

Il Tibet è costretto a restare, attualmente, non più chiuso all’interno di confini ma isolato da un’invadenza globale della Cina stessa, da interessi economici a livello mondiale che portano le nazioni a minimizzare se non stravolgere il significato degli atti computi ai danni dei tibetani.

Nonostante ciò la sua cultura si pone attualmente, in tutti i paesi ove sono ospitati i rifugiati, come alternativa al sistema economico-materialistico tipico dei cosiddetti “paesi occidentali”.

C’è da chiedersi fino a che punto questa alternativa resterà reale, effettiva o se già non abbia cominciato ad inquinarsi col mercato legato ai bisogni di sacro e di spiritualità, vendibile nelle bancarelle accanto a incensi e oggetti rituali. Se questo straordinario popolo saprà resistere alla tentazione di “vendere spiritualità”, avrà vinto il confronto con la Cina, ovunque questo confronto possa avvenire, in caso contrario saremmo tutti perdenti.

Il Tibet sta pagando duramente il proprio karma maturato con secoli di isolamento, ma vorrei ricordare che la Cina ne sta accumulando a sua volta di molto negativo…

 

 

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Ci sono 7 commenti

  • Questo articolo stato segnalato su ZicZac.it.

  • upnews.it ha detto:

    Sacro Profano » » Il Karma collettivo, la Cina, il Tibet e la libertà individuale e sociale

    L’ipercontrolo di una dittatura e il bisogno di mantenere viva una cultura ricchissima: lo scontro fra Cina e Tibet.

  • Comicomix ha detto:

    Bell’articolo.

    Il controllo del culto da parte dei governi (o il controllo dei governi da parte del culto) è una delle più pesanti forme di oppressione culturale (e talvolta materiale) che si possano immaginare. Povero Tibet.

    Un sorriso karma & sangue freddo

  • Uyulala ha detto:

    Carlo
    si verifica una cosa piuttosto paradossale, in effetti: da un lato vi sono luoghi dove la religione è un forte catalizzatore per la crescita individuale e sociale, e quindi viene repressa; altri luoghi invece ove la possibilità di una reale crescita sarebbe teoricamente fattibile hanno invece una religione oppressiva e soffocante, omnipresente, che vicaria nella sua funzione quello che in nazioni come la Cina fa il governo.

    Rispetto al secondo genere di “luoghi” mi viene in mente stranamente un paese il cui nome inizia per “I” e finisce per “talia”…

  • Lisa72 ha detto:

    Mi piace l’impostazione del post e in particolare l’accento sulle pratiche per la conoscenza di sé e condivido l’idea che il bisogno di controllo non possa tollerare la non manipolabilità…. Allo stesso tempo temo però che, come accenni, ci sia la tendenza a commercializzare la spiritualità… almeno da alcune voci che ho udito anche sul centro tibetano qui in zona…
    Un caro abbraccio, Lisa

  • Uyulala ha detto:

    per Lisa
    Si, dalle vostre parti esistono diverse comunità buddiste e in effetti mi sono spesso chiesta quanto questi luoghi siano atti alla crescita personale e spirituale o quanto invece non siano diventati semplicemente un business.

    🙁

  • zen34000 ha detto:

    Cara Donatella,l’articolo mi appare scritto piccolissimo,provo a immaginare…la giunta del partito nazi comunista cinese,si sta’ facendo un karma orrendo.Monaci uccisi,diritti umani nin mantenuti dall’assegnazione delle Olimpiadi nel 2001,contadini che non possono nemmeno mangiarsi il loro raccolto…Consiglio a tutti un libro:”puo’ una barca affondare l’acqua?”,sulla tristissima condizione contadina.Hanno praticamente relegato il 90% della popolazione alla schiavitu’.Alcuni accenni del pesante karma si sono gia’ visti con il terremoto nel sichuan e nel ciclone in Birmania(Than Shwe viene sovvenzionato con 250000 milioni di dollari l’anno dalla giunta cinese per mantenere “tranquilla”la popolazione,offrendogli solo le rane nei fiumi e negandogli tutti gli aiuti umanitari…Ecco perche’ mi batto per il boicottaggio delle Olimpiadi:non possono esserci in un paese dove la parola democrazia non si puo’ nemmeno pronunciare e si va’ in galera per niente!Salutoni,aspetto la tua recensione su quei 2 siti….

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