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Nuvola di parole

L’ultima pietra della torre (racconto breve)

Il caldo si faceva afoso e soffocante. Una polvere sottile e invadente si mischiava al sudore e incollava la pelle alla camicia di lino grigio. L’uomo bevve con parsimonia dalla fiasca dell’acqua e si diresse verso le palme rade che scorgeva in lontananza. La vecchia jeep sobbalzava fra le pietre mentre l’uomo imprecò contro la sorte che non gli aveva permesso di ottenere un fuoristrada più confortevole. Si fermò per un istante e guardò con attenzione la mappa: i punti di riferimento sembravano coincidere e proseguì verso quella che sembrava la direzione giusta.

 

Aveva voluto percorrere l’ultimo tratto completamente da solo, nonostante tutti gli sconsigliassero una tale follia, ma non poteva, non voleva far capire a nessuno ciò che stava cercando e che era chiaramente indicato in quell’antichissimo scritto scolpito nella roccia, ricostruito con la pazienza che solo un archeologo tedesco poteva avere.

 

Le palme erano ciò che restava di un’oasi che probabilmente un tempo doveva essere lussureggiante. Quasi al centro, un vecchio pozzo ancora in funzione e accanto un abbeveratoio scolpito in pietra, entrambi molto antichi. Ripensò alla sorte di quei luoghi, un tempo culla di civiltà antichissime e ora tanto devastati da una guerra infinita. L’Eufrate non era molto distante, eppure il paesaggio era spento, brullo, violentato in ogni modo.

 

Sapeva di correre dei grandi rischi, eppure con sorpresa durante quel suo viaggio solitario non incontrò mai nessuna pattuglia di soldati americani, né di combattenti iracheni. Tutto sembrava avvenire al di fuori del tempo.

 

Scese dalla vecchia jeep e si guardò intorno. D’un tratto vide un uomo, appoggiato con la schiena ad una roccia, seduto nella nuda terra. Aveva un’aria insolita, del tutto diversa dall’aspetto degli uomini del luogo. Aveva dei capelli bianchissimi che contrastavano in modo singolare col colorito scuro dell’incarnato. Una lunga tunica color sabbia era il solo abbigliamento che portava, e ai piedi dei sandali di strana fattura.

 

Michael non avrebbe saputo dargli un’età: poteva essere un ragazzo o un vecchio. Si avvicinò a lui affascinato da quell’uomo che mostrava un sorriso sereno. L’uomo si girò verso di lui e lo salutò con grande gentilezza in perfetto accento tedesco.

 

L’archeologo non riuscì ad esserne sorpreso. Lo guardò a lungo prima di rispondere.

 

“Conosci la mia lingua?”

 

L’uomo rise e la sua risata squillava fanciullesca come quella di una bambina.

“Si, credo di poter dire che conosco la tua lingua. E so perché sei qui”.

Si alzò puntando un bastone nodoso e gli fece un cenno gentile ma perentorio. Michael lo seguì affascinato fino a quando non arrivarono nei pressi di un masso apparentemente anonimo. L’archeologo strizzò gli occhi. A lui non era sfuggito che quel masso non era fatto del materiale locale. Le venature, le sfumature di colore, quel delicato, quasi impercettibile luccichìo fra una venatura e l’altra ne rivelavano una provenienza lontana. Il cuore gli scoppiò nel petto e cercò di avvicinarsi a quel masso.

 

L’uomo sorrise. Cominciò a parlare lentamente e la voce era diventata profonda, vibrante.

 

“Un tempo gli uomini parlavano lo stesso linguaggio e vivevano in armonia, ma l’ansia di potere cominciò lentamente a cambiare il cuore della gente. A poco a poco si crearono delle disparità che stavano diventando incolmabili, si crearono caste, i più potenti cominciarono a sfruttare i più deboli. E i potenti di queste terre decisero di costruire la torre più alta che mai fosse stata pensata.”

 

“La torre di Babele” disse Michael.

 

“Si, conosci la storia. Tutti la conoscono. Ma voglio raccontarti qualcosa che nessuno sa.
“Dio passeggiava in mezzo a quella gente e con dolore vedeva che le persone cambiavano, indurivano a poco a poco il loro cuore. E più il cuore si induriva e meno riuscivano a capire se stessi e a comprendersi a vicenda. Costruivano la Torre per dimostrare la loro grandezza e non si accorgevano che quella grandezza era sempre stata dentro le loro anime, l’avevano avuta a portata di mano fino ad allora. La torre diventava sempre più alta, e man mano che si elevava verso il cielo il popolo perdeva la capacità di mantenere i contatti con la terra. Più la torre diventava grande e più loro si trasformavano.

 

Ognuno di loro cominciò a credere di essere il migliore, il più grande, colui che poteva aspirare a diventare Re. Questo accendeva fra loro discussioni terribili, cominciarono a non rispettarsi più l’un l’altro. Le voci concitate si levavano e si diffondevano intorno, nelle vallate che allora erano verdi e ricche di piante, nei villaggi, in riva ai fiumi. E le voci generavano altre voci e a poco a poco le parole divennero solo rumore, svuotate del loro ruolo di trasportare l’anima.

 

Non fu Dio a confondere loro le lingue. Gli uomini cominciarono semplicemente a non capirsi più. Migrarono ai quattro angoli della terra, vi furono dei capi, dei re, che imposero il proprio modo di parlare a tutti gli altri e si generarono a poco a poco tutti gli idiomi del mondo.

 

La torre non venne compiuta e ben presto cominciò a crollare pietra su pietra, e ogni pietra lentamente si sgretolava in sabbia. Ogni pietra si trasformò in polvere. Tutte tranne una. Tu ora vedi questa pietra davanti a te.”

 

Michael si era fermato. Non riusciva più a dirigersi verso quel masso tanto prezioso, bloccato com’era da una forza che non poteva vincere.

 

D’un tratto giunsero due persone. Un soldato e una giovane irachena. Il soldato aveva nel volto le ferite di una guerra che non capiva e negli occhi la voglia di tornare a casa. La giovane aveva nel corpo i segni di infinite violenze, coperti da tuniche e mantelli. Si sedettero accanto alla roccia e si misero dolcemente a parlare, senza toccarsi mai, guardandosi appena negli occhi.

 

Il loro dialogo era a tratti fitto, a momenti invece il silenzio parlava per loro. Sembrava che non si accorgessero della presenza dell’archeologo e della sua strana guida.

 

“Ma parlano due lingue diverse, come possono capirsi?”

 

L’uomo rise ancora, di quella risata argentina, fanciullesca e femminile.

 

“Non parlano due lingue diverse. I loro cuori sono puri al di là del male che hanno visto e subìto e parlano come parlavano un tempo gli uomini e le donne di questo paese.”

 

“Quella pietra è l’anima che l’uomo ha voluto soffocare in una inutile opera, e finché esisteranno due cuori puri al mondo quella pietra continuerà a vivere.
Quei ragazzi ora vivono prima della torre di Babele, al di là di essa, e al di sopra di ogni linguaggio il loro linguaggio scorre fra le loro anime.”

 

Michael guardò la sua mappa. Dallo zaino estrasse il preziosissimo reperto, restaurato con tanta cura. Lo poggiò al suolo e lo ruppe in mille pezzi col suo martello.

 

L’uomo rise ancora. La sua veste cominciò a diventare iridescente e il suo volto divenne sempre più simile a quello di una bambina. I capelli candidi divennero lucenti come raggi di luna stagliati sul volto scuro.

 

“Le parole sono importanti, sono il veicolo delle vostre anime. Anche oggi ho trovato due persone dal cuore puro. Anzi, direi che ne ho trovate tre. Ora posso andare.”

 

Dio si voltò ridendo e scostando dal volto una ciocca dei candidi capelli. Si allontanò lentamente e sparì nel deserto.

 

 

[Ho voluto chiamare l’archeologo col nome “Michael” in omaggio a Michael Ende]

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Ci sono 8 commenti

  • Fortuna ha detto:

    Grazie per questa bellissima storia!
    Fortuna

  • Uyulala ha detto:

    Grazie a te. Di cuore.

  • Comicomix ha detto:

    Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.
    Non te lo dimenticare, mai.

    Bellissimo, grazie.

    C.

  • Uyulala ha detto:

    Amico mio, ho tenuto le tue parole nel mio cuore ed esse sono fiorite…

  • metakappa ha detto:

    niente di piu’ raccomandato, l’aprire il cuore e parlare con semplicita’, eppure niente di piu’ difficile, inusuale, temuto. E la storia dell’umanita’ non sembra lineare su questo punto, non sembra esserci un progresso irreversibile. Non solo cosa si dovrebbe raccomandare, ma anche come. Come eludere le reazioni maligne, come sopportare il dolore di inevitabili ferite, come riconoscere l’altro e saperne fare un fratello e non un nemico

  • Uyulala ha detto:

    per metakappa
    sono tante le cose che si perdono quando manca la capacità di condividere l’anima…
    E quando questo è perduto puoi fare del male anche a chi ami tanto…

  • Lisa72 ha detto:

    Che dire… allora il mi cuore vedeva bene quando ti suggeriva di scrivere un libro 🙂
    Sei molto brava!
    Un abbraccio carissimo, Lisa

  • Uyulala ha detto:

    per Lisa
    ehmmmmmmmmmmmmmmmmm

    😳

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