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Il fiume (racconto)

Lei aprì gli occhi stancamente e cominciò a parlare con un sussurro.

“Gli alberi erano alti e sentivo con piacere la freschezza della loro ombra. Un prato leggero andava infittendosi man mano che mi avvicinavo all’amata radura. Il fiume scorreva al centro, lo scrosciare dell’acqua lungo le rive cantava nel mio cuore con dolcezza. Riconobbi quel luogo, ci ero già stata.

Lo vidi lì, giovane bellissimo, sdraiato sulla sponda a giocare con l’acqua con le mani. Mi sorrise con infinita dolcezza.

“Ti ho amato tanto e poi ho chiuso il mio cuore, e poi ti ho amato di nuovo”

Le sue mani rese umide dall’acqua limpida del fiume mi sfiorarono il viso e le labbra.

“Non io ho bisogno d’amore. Non è me che devi amare, ora forse lo sai.”

Aprì le sue mani e all’improvviso vidi l’universo intero racchiuso fra le sue dita. Mondi lontani, stelle vicine, la nostra terra. Infiniti esseri di infinite specie, e poi gli uomini correre distratti e veloci infrangendo infinite volte l’armonia dei suoni. Tutto racchiuso fra quelle dita, tutto presente nello stesso istante senza tempo, senza storia. Restai affascinata alla sua vista e per un attimo mi trovai immersa, dentro e fuori, nel tempo e senza tempo, nello spazio e senza spazio.

Mi guardò con i suoi occhi iridescenti e chiuse lentamente le sue mani.

“In quante vite si può imparare?”

mi chiese.

Riprese a giocare con l’acqua del fiume e a bagnarmi il viso, la fronte.

“Non ho bisogno di essere amato. Puoi forse illuminare il sole? Puoi forse amare l’amore stesso?”

La sua voce era una melodia, una dolce nenia da bambini che cullava e ipnotizzava ad un tempo.

Continuava a giocare con l’acqua del fiume e ogni tanto me ne schizzava il viso un po’ per gioco. Mi sorrideva e mi bagnava il viso dolcemente.

“Non è me che devi amare, anima mia”

mi ripeté ancora.

“Ma io ho amato tutti cercando te nell’altro, nel mio prossimo, volevo amarti attraverso gli altri”

Lui mi sorrise

“Così non ami nessuno veramente. Non ami me perché non puoi. Non ami chi ti sta vicino perché non lo vedi veramente. Ma capisco, non è facile da comprendere. Ma è cosi, sai. Tu non devi amare me, puoi solo ricevere il mio amore”

Mise a coppa le due mani e prese un po’ di quell’acqua.

“Bevi, anima mia, bevi dal fiume Lete e lascia che l’acqua ti faccia dimenticare di me. Non è me che devi amare. Arriverà nel tuo cuore il mio amore ed il tuo cuore lo riverserà a tutti coloro che incontri. Così potrai amare davvero.”

Appoggiai le mie labbra contro le sue mani e cominciai a bere. Ma non volevo dimenticare tutto e lasciai l’ultimo sorso. Lui mi sorrise, complice.

“Adesso và. Nella tua nuova vita. Solo questo devi ricordare: non è me che devi amare.”

Lasciai il mio Dio ancora sdraiato lungo la riva del fiume Lete e tornai ancora una volta nel mondo degli uomini…

Sono rinata tanti anni fa ed ho dimenticato. Voi che sedete al mio capezzale di vecchia, piangete perché sto morendo. Ma ora ricordo tutto perché non ho bevuto l’ultimo sorso dell’acqua del fiume. Non ricordavo il mio Dio ma ora so che ogni attimo della mia vita è stato riscaldato dal suo amore. Non è lui che io dovevo amare, ma voi. Dimenticarlo mi ha permesso di amare e lasciarmi amare. Non ho potuto usare crudeltà in nome di un Dio perché non ricordavo che esistesse. Non ho respinto il suo amore nella pretesa folle di essere io ad amare Lui.

E vi ho amato, carissimi. Vi ho amato per ciò che siete voi, per voi stessi e solo per voi. Forse ora lui mi permetterà di passare il fiume.”

La donna chiuse gli occhi con un tenue sorriso. Era volata via ancora una volta verso il fiume.


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