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Mt 21,28-32: “I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno di Dio”

Chi mi legge sa di me alcune cose, una delle quali è che ormai da molti molti anni non sono più cattolica e neanche cristiana. Può perciò sorprendere che io usi frasi tratte dal vangelo. In effetti, visto il mio interesse verso le religioni, questo fatto è tutt’altro che strano.

Conosco il vangelo come la mia borsetta, ne conosco brani a memoria e ne apprezzo tutt’ora molte cose. Ne ricavo, com’è intuibile, una saggezza molto diversa da quella legata all’interpretazione canonica della chiesa cattolica.

La frase che riporto nel titolo mi piace, mi è sempre piaciuta moltissimo. Gesù la rivolse ai farisei durante una delle tante diatribe dialettiche che ha caratterizzato la sua predicazione.

Ma andiamo con ordine.

In medio oriente praticamente da sempre esiste (o è esistita) l’usanza di confrontarsi e scontrarsi sui temi più vari, di farlo in pubblico un po’ come una partita a scacchi: vince il più bravo dialetticamente, che spesso è anche la persona che è in grado di usare meglio l’iperbole come figura retorica prevalente, le esagerazioni infatti sono tipiche dell’oratoria mediorientale.

Noi siamo abituati a considerare i farisei come “i cattivi”, per via del fatto che molto spesso son stati coloro che più di chiunque altro hanno attaccato Gesù, al punto che per noi ormai la parola “fariseo” è diventata sinonima di “ipocrita”. Il movimento farisaico però  non è nato così, è stato un movimento riformatore che si proponeva di riportare il valore delle sacre scritture in modo purista, finendo però poi abbastanza rapidamente per scivolare nell’attaccamento alla lettera del testo scritto senza alcuna possibilità di interpretazione. Gesù ha combattuto proprio questo modo di leggere le scritture, ritenendo che così si perdesse il significato umano delle leggi divine.

I pubblicani erano gli esattori delle tasse, odiati dagli ebrei in quanto esigevano i dazi per Roma e in quanto contravvenivano alle leggi mosaiche che proibiscono agli ebrei di prestare soldi ad usura (pare strano, ma fra le tante leggi presenti nella bibbia c’è anche questa…)

Le prostitute… Sempre secondo le leggi bibliche non ci sarebbero dovute essere prostitute fra le figlie di Israele e qualora ci fosse una donna che svolgeva questo mestiere, essa sarebbe dovuta essere messa a morte per lapidazione. La bibbia in questo è molto esplicita.

Il movimento farisaico cercava di riportare l’applicazione letterale della bibbia, per quanto fosse possibile ad una nazione dominata da Roma, nella convinzione che la volontà di Dio fosse eterna e immutabile, scritta una volta per tutte in quelle leggi, in modo del tutto indipendente dal caso singolo e da ogni possibile modifica legata al cambiamento della società. Praticamente è ciò che poi è successo con la chiesa cattolica. La chiesa cattolica impone e ha imposto nell’arco di secoli (e in questi due millenni) una grande rigidità nel corpus disciplinare legato al comportamento umano.

Ci siamo abbeverati di questo, nel tempo lo abbiamo combattuto o lo abbiamo assecondato, passando nelle varie epoche storiche dall’una all’altra posizione.

Ho vissuto, in gioventù, il periodo in cui in linea di massima lo si combatteva e mi trovo attualmente a vivere quello in cui, molto ipocritamente, ci si attacca alla lettera delle parole delle sacre scritture (o presunte tali) giocando con le parole stesse in modo da includere o escludere dalle definizioni quanto può essere più comodo.

Arrivo al punto. La legge della Carfagna. Ebbene si, alla fine ne parlo anch’io, come al solito ne parlo partendo da Adamo ed Eva (giacché sono in vena di esegesi biblica mi pare l’espressione più corretta).

Quale ipocrisia può spingere un parlamentare a occuparsi in modo così superficiale e punitivo della prostituzione da strada? Non posso non paragonare la Carfagna e coloro che hanno votato questa legge disumana ai farisei dell’epoca di Gesù, quelli che si attaccano alle parole per svuotarne il significato, quelli che si auspicavano il ritorno alla lapidazione pubblica. Quelli che Gesù apostrofava come “sepolcri imbiancati”, belli di fuori ma il cui interno è costituito da cadaveri in decomposizione.

Nessun peccato viene considerato più grave, da parte di Gesù, dell’ipocrisia. Lui odiava gli ipocriti e odiava le persone perfette. Stava con le prostitute e i pubblicani, ascoltava gli uni e le altre, li conosceva. E non credo, nonostante tutto, che abbia usato quelle parole in modo iperbolico.

La prostituzione è peccato, la prostituzione è reato. Ma quale prostituzione? Quella delle ragazze scaraventate ai bordi delle strade, spesso sfruttate e maltrattate, coloro per le quali la vita è già stata abbondantemente punitiva. Tutte le innumerevoli forme di prostituzione largamente diffuse nella nostra società di MERDA invece sono lecite, buone e giuste. Tutti i fenomeni di leccaculismo, tutte le forme di tradimento dei propri ideali, tutte le forme di incoerenza volontaria e in malafede, usata allo scopo di ottenere denaro, potere, tutto questo è la forma più schifosa e abbietta di prostituzione che non verrà mai punita ma che costituisce il vero, gravissimo pericolo per la nostra società, per noi stessi singolarmente.

Vengono punite le ragazze di strada e i loro clienti, puniti per aver usato il sesso come merce di scambio in modo esplicito ed economico, in modo chiaro e inequivocabile, in modo pubblico e aperto. In una parola: SENZA IPOCRISIE.

Sono queste prostitute che, qualora dovesse esserci un “regno dei Cieli” si troverebbero a passare molto ma molto prima di chiunque altro, perché qualunque peccato possano mai aver commesso sicuramente non avrebbero commesso quello dell’ipocrisia.

Sono profondamente disgustata e ogni giorno che passa sto vergognandomi sempre di più di essere italiana. E questo per me costituisce una grande sofferenza perché io ho sempre amato il mio Paese.


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Ci sono 3 commenti

  • dioamore ha detto:

    E meno male che la Carfagna è una donna.

    Ti sei mai chiesta chi sono i pubblicani e le prostitute e perché precedono i farisei nel regno di Dio? Forse perché sono meno ipocriti dei farisei? No, ma perché hanno creduto a Giovanni il Battezzatore, venuto ad indicare la strada della giustizia. E’ questione di fede, di credere in una persona e fare la sua volontà. Giovanni rappresenta l’Antico Testamento, il “Vangelo” di quei tempi.

    L’episodio va riallacciato alla parabola dei due figli e collegato alla parabola dei coloni e della vigna. Pubblicani e puttane non sono quelli che comunemente intendiamo noi, ma sono gli “smarriti” quelli che vanno dietro agli idoli e si prostituiscono con loro e con i falsi dei come il potere e il denaro. Loro sono chiamati a lavorare nella vigna del Signore, ma inizialmente non ci vanno. Ci vanno dopo che si sono pentiti e hanno cambiato opinione.

    La Carfagna forse potrebbe rappresentare quella “pubblicana” di cui parla Gesù, perché sta in politica e siede in parlamento esercitando potere legislativo, ma quando si pentirà, se si pentirà e muterà avviso, vedrai che sarà lei che precederà noi tutti nel regno di Dio, se non lo è già ora nel regno.

  • trafaredire ha detto:

    Appena scendiamo al di sotto dei pavimenti geometricamente disegnati dalle nostre progettazioni e scendiamo nel sottosuolo umano, abbiamo la percezione della stoltezza delle nostre sicurezze riguardo alla giustizia sia morale che sociale. Sentiamo allora che abbiamo bisogno di una giustizia più profonda. Quando Dio dice che la sua giustizia non è la nostra giustizia non intende squalificare la nostra giustizia come esigenza, come bisogno interiore, ma vuole risospingerci sulle nostre giustizie, quelle che abbiamo realizzato, perché ne scopriamo l’iniquità, la loro ingiustizia. E come quando un professore di scuola fa il suo scrutinio di fine anno e mette i suoi otto, i nove, i dieci, i quattro, e i tre e se ne va a casa tranquillo, sicuro di aver fatto il suo dovere. Gli resterebbe da fare il più, di capire cioè perché il meno capace è rimasto emarginato, che cosa c’è nella impotenza di un bambino, un difetto di doti naturali o una storia personale di sofferenze e di insufficienti affetti. La nostra divisione dei ruoli nella società ci fa passeggiare con le infule della giustizia e abbiamo le mani piene di ingiustizia. Ho preso il caso più comune ma. Ovunque io volgo sguardo mi accorgo che gli uomini sicuri di far giustizia, sono più nefasti di quelli sicuri di parlare in nome di Dio. Dobbiamo ripiegarci sulle nostre giustizie, per scoprire che esse sono, magari, sistemazioni ideologicamente coerenti, ma hanno un vizio di radice esprimono sempre l’esigenza del dominio dell’uomo sull’uomo. Riconoscere che c’è una giustizia di Dio mi riempie il cuore di commozione e di consolazione, perché penso sempre, per una specie di meccanismo immaginativo ormai consolidato, a tutte le turbe di persone passate nel mondo come vittime che non hanno nemmeno un fiore al cimitero, nemmeno il nome in una pietra: le sterminate moltitudini schiacciate da una miseria – dovuta evidentemente all’opulenza degli opulenti – su cui non si è sparsa una lacrima. lo penso con gioia a questa giustizia di Dio: i conti della vita sono scritti in un libro sigillato con sette sigilli che sarà dissigillato alla fine dei tempi. Allora ciascuno avrà il suo. Quella giustizia coincide con la nostra? Affatto! Ci abbraccia tutti una giustizia che consolerà soprattutto le vittime, i peccatori, le meretrici, i pubblicani. Spesso nel vizio di una persona si scaricano iniquità che hanno le loro sorgenti nelle zone della virtù collaudata e proclamata. Sentir questo non vuol dire fare di ogni erba un fascio, vuol dire riconquistare il senso del relativo. Dobbiamo pur usare gli strumenti della giustizia che abbiamo in mano: è la nostra fatica storica. Ma la nostra coscienza non è dentro quelle misure, le sovrasta e mentre le applica ne sente il peso insopportabile. Allora noi abbracciamo con un amore di giustizia, che in qualche modo è speculare nei confronti dell’ inconoscibile giustizia di Dio, tutte le creature e soprattutto gli ultimi che se sono ultimi è anche perché ci sono troppi che primeggiano e che han bisogno di farsi la strada a colpi di gomito, che disseminano nel sentiero le vittime della loro prepotenza vittoriosa. Questa giustizia divina non ha qui i suoi tribunali, e pure ha qui i suoi tribunali, perché Dio non è un Dio solo al futuro, è presente e qualche volta lo sentiamo nella sua collera profonda. Se ne abbiamo il sentimento, camminiamo nel mondo senza l’occhio del fariseo che distingue se stesso dal pubblicano, senza l’occhio della donna virtuosa che distingue se stessa dalla meretrice, senza l’occhio cattivo che ha bisogno di specchiarsi negativamente nel male altrui per la soddisfazione di sé. Tutto questo è colpito in radice dal discorso evangelico: se ce ne lasciamo ispirare la nostra esperienza ritrova il suo flusso, la sua dinamica, il suo movimento e soprattutto si diffonde attorno a noi non già la durezza delle verità del pensiero umano e della giustizia dell’uomo, ma l’ansiosa ricerca di un mondo diverso da questo in cui gli ultimi diventino finalmente primi e i primi diventino finalmente ultimi. E verso quel mondo che noi camminiamo.

  • Uyulala ha detto:

    per trafaredire
    sinceramente la vedo più semplice. Credo che la prostituzione (e in genere i peccati sessuali) siano considerati da Gesù in fondo peccati molto molto lievi in confronto all’ipocrisia.

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