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Nuvola di parole

Acqua e fango, fango ed acqua

Mi ero ripromessa di scrivere quello che mi è successo ieri e mi accingo a farlo nonostante le ore che passano mi aggiungano emozioni e sensazioni strato su strato rendendomi complesso districarmi fra tutto quanto.

Ho descritto QUI SU OKNOTIZIE quello che è capitato,  in particolare in QUESTO PUNTO ho cercato per sommi capi di raccontare i fatti.

Oggi sono andata a vedere. Ho trovato a Nuraminis gli impiegati comunali, gli assessori, il sindaco e il capo dei vigili urbani davvero gentilissimi. Mi trattavano come Lazzaro, mi hanno restituito gli effetti personali (stranamente tutto ciò che era nella borsetta era assolutamente asciutto e pulito) , erano sorpresi che io fossi lì perché pensavano che fossi in ospedale.

Alcuni di loro hanno visto tutto quello che è successo con la mia auto e mi hanno comunicato il loro spavento e la loro preoccupazione. Poi il comandante dei vigili ha portato me e mio padre (che mi accompagnava) a vedere il luogo dove la mia auto si è fermata. Era ancorata al guard rail in una posizione molto pericolosa: in quel punto infatti c’era il fossato di scolo delle acque che portava alla grande tubatura che attraversa la superstrada per scaricare ad ovest le acque reflue. Io non lo sapevo ma quando mi sono buttata in acqua ho rischiato di venir inghiottita dal risucchio di quello scarico…

Un po’ più avanti c’era (c’era… ora non c’è più) l’attività di un artigiano che fabbricava e vendeva grosso vasellame e statue da giardino. Anche nel punto dove mi sono buttata io erano presenti una gran quantità di cocci, alcuni dei quali di dimensioni notevoli. Eppure neppure uno di quei cocci mi ha neanche sfiorata.

La mia auto… mah… non so ancora. La carrozzeria è compromessa solo nel punto in cui si è incagliata nel guard rail, l’interno è un pantano di fango vischioso e molle, l’acqua evidentemente ha raggiunto la base del volante. Il motore è a sua volta ricoperto dallo strato di fango. Ovviamente non si accende nulla. Dovrò farla portare da un carro attrezzi alla concessionaria e dovrò farlo domani mattina.

L’assicurazione non copre le alluvioni e questa fatalità ricadrà probabilmente tutta sulle mie spalle.  Anche qui ho una reazione strana. Tristezza, disappunto, scoraggiamento. E poi dentro me ancora quella voce che ieri urlava forte e chiara: “Sono viva, viva, VIVA!!!

Ho da fare molte cose burocratiche. Comincio a sentire dolori: ieri ho reagito con l’agilità di una ragazzina, ma ahimè il mio corpo continua imperterrito ad avere 46 anni e oggi me lo ricorda, casomai me ne fossi scordata.

Mia figlia mi abbraccia e mi accarezza con molto amore. Leggo dai suoi gesti, dal suo sguardo e dal tono della voce che ha ben compreso che rischiava di non vedermi più. Voglio rimanere viva. Desidero ardentemente accompagnare mia figlia almeno fino a quando non sarà in grado di camminare da sola. E’ sempre stato il mio desiderio più profondo e mai come oggi lo sento pulsare in me.

Ieri ridevo continuamente. Oggi passo momenti di malinconia al limite delle lacrime. Ma va bene così, le emozioni sono vita, anche quelle. Sono un mammifero, per Dio, non un rettile e sono ben felice di provarne proprio tutta la gamma colorimetrica.

Vuoto la borsa di lavoro. E’ uno zaino-trolley che mia figlia mi fece acquistare negli ultimi anni delle elementari e che, alle medie, si rifiutò di usare perché era “da bambini”. Da allora lo uso io, stipandolo di tante cose che regolarmente non riesco ad usare. All’inizio venivo derisa per quel trolley, ma a poco a poco tutti, colleghi, infermieri e pazienti, si abituarono a vedermi trascinare quella borsa da bambini.

Sono poche le cose che si salvano, la maggior parte di ciò che ho dentro è zuppa di fango molle e vischioso. Alcune cose le posso lavare. Un libro è miracolosamente intatto, non so come abbia potuto succedere ma non c’è neppure una goccia d’acqua. Il mio povero mini DSM-IV-R ha invece ormai le pagine incollate.

Solo questa sera sono riuscita a finir di lavare gli indumenti che avevo ieri mattina. Li ho sciacquati e lavati, lavati e sciacquati tante volte e oggi li ho ficcati in lavatrice. Forse li recupero. Ieri, durante il primo ammollo, ho assistito alla trasformazione della mia vasca del bucato in un acquitrino, con tanto di odore marcescente.

Ripenso volontariamente a ciò che è capitato ieri. Mi succede così ogni volta che vivo un’esperienza sgradevole. La rievoco, la ricordo nei dettagli in modo pignolo e ossessivo. Paradossalmente per me questo è il modo migliore per distaccarmi dall’esperienza: trasformarla a poco a poco in una specie di filmato in cui io mi sposto e da attrice divento spettatrice. E’ già quasi fatto: in molti punti del ricordo non sono io ma io guardo quella donna da dietro e dall’alto, come se fossi una specie di fantasma alle sue spalle, distante.

Ripenso al momento in cui ho avuto più paura in assoluto: all’inizio, quando la valanga di acqua e fango si è abbattuta sull’auto e su di me, la sensazione di perdere completamente il controllo, l’improvvisa trasformazione del paesaggio in una distesa senza punti di riferimento, dove tutto era diventato acqua e fango, fango e acqua. Il momento in cui l’auto stava per rovesciarsi, in quel momento col cuore impazzito la riaccesi (si era infatti spenta) e manovrai il volante. Quella parte non mi dà più grandi emozioni ma continuo a ricordarla come l’ho vissuta: dentro il mio corpo.

L’essere umano è strano. Da tempo mi sono accorta che funziona benissimo solo quando riusciamo a far conciliare processi coscienti e processi non coscienti. Ieri mi sono accorta che questo è vero con una forza dirompente. Ho fatto le cose più utili probabilmente solo perché ho lasciato che il mio cervello comandasse le mie mani e le mie azioni senza interferenze di pensiero astratto. Certo, se l’ondata di fango e acqua fosse stata più violenta non avrei potuto fare assolutamente nulla.  Ma ho pensato e ripensato migliaia di volte a tutto ciò che ho vissuto e tutto ciò che ho fatto.

Da qualche parte noi abbiamo una capacità straordinariamente rapida di valutare le situazioni e di agire, ma la perdiamo giocando con le nostre bugie interne, con le nostre scuse, con le nostre incredibili seghe mentali. La perdiamo proprio giocando in modo sconsiderato con razionalità e logica, usandole per giustificare, per modificare ai nostri stessi occhi la realtà. Ma la realtà prima o poi si prende la sua rivincita e se tu sei troppo ingarbugliato nel tuo tentativo di non guardarla, essa ti può travolgere e schiacciare anche là dove, forse, ti potresti salvare…

Si, ok, l’ho capito, son partita parlando di fichi e mi trovo a discutere di rocce…

 

 

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Ci sono 2 commenti

  • dioamore ha detto:

    Dal mio punto di vista hai sperimentato sulla tua pelle la forza della natura e la debolezza umana nei suoi confronti. Ti è andata bene, ma non tutti sono altrettanto “fortunati” o “miracolati” quanto te.

  • rosalba ha detto:

    Mamma mia che brutta avventura! Ho ripensato a quello che avevi scritto si okno, ma leggendo qui…cacchio è stato davvero un momento terribile! Un abbraccio Uyu

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