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Cure forzate, etica e la scomoda posizione di noi medici

Questo post nasce da QUESTA segnalazione su OKNOtizie di Nido, nel link rimando direttamente alla segnalazione così potete anche votarla, se volete.

Premetto che sono in completo disaccordo con la scelta dei colleghi di mettere in atto un T.S.O. nei riguardi di un paziente se l’unica motivazione è quella di forzarlo a praticare una cura che rifiutava mentre era nel pieno possesso delle facoltà mentali.

Mi è capitato di essere chiamata a pronunciarmi sulla richiesta di un T.S.O. per analoghi motivi, ma devo dire che i miei colleghi, una volta avute le necessarie spiegazioni, si son ben guardati dal prendere autonomamente una decisione di questa portata.

In Italia però viviamo in un’epoca di grande confusione. La stessa storia di Eluana Englaro non fa che ribadirlo: i medici e la struttura sanitaria che si erano offerti di rispettare la volontà di Eluana sono stati costretti a ritirarsi in quanto minacciati da tale situazione intricata e contraddittoria.

Casi diversi? Direi proprio di no, anzi! Il rifiuto di un certo tipo di cure (trasfusioni nel primo caso, terapie atte a mantenere la persona in uno stato di vita vegetativa l’altro) sono state espresse con precisione e chiarezza, direttamente dagli interessati.  I discorsi che ho sentito e continuo a sentire rispetto alla definizione di “cura” per quel che mi riguarda sono paragonabili a quelle del sesso degli angeli: assolutamente privi di una reale utilità pratica. Ciò che rimane è solo una grande confusione e, da parte dei medici, una impossibilità a poter operare secondo dei protocolli chiari e univoci.

Non parlo infatti del diritto dei medici di “fare di testa propria” (che, fra l’altro, nel nostro campo non è un diritto all’anarchia ma il dovere di agire “secondo scienza e coscienza”), parlo del dovere di seguire le norme internazionali di comportamento da applicare al singolo caso.

Il T.S.O., quando vi siano i criteri, è per il medico un obbligo, non una scelta.  Il punto è che diventa importantissimo conoscere con precisione quali siano i criteri per metterlo in atto. In questo caso l’errore è stato da parte di almeno due medici e da parte del sindaco che ha autorizzato il trattamento coatto.

Farsi prendere dall’emozione del momento è molto pericoloso. In un periodo in cui diventa facilissimo commettere errori, proprio a causa della confusione istituzionale sui temi di bioetica, quello che ci può salvare è solo il rigore e la conoscenza delle regole che esistono.

E’ da diverso tempo che accuso una profonda stanchezza. Non esiste coerenza, qui in Italia, non esiste un senso nel modo di muoversi tra magistratura e politica. Da molti anni ormai è in atto una battaglia sanguinosa fra queste due istituzioni che genera poi una terribile confusione e un grande sconcerto in chi subisce le conseguenze di questa lotta, ossia tutti i cittadini ma soprattutto quelli che sono in prima linea, costretti a muoversi tra regole contraddittorie.

Nonostante il mio disaccordo non posso fare a meno quindi di esprimere solidarietà ai colleghi, non per la scelta di praticare una terapia in modo coatto, ma perché ritengo che, almeno in parte, siano vittime di questa confusione.

Inoltre mi chiedo: perché sanzionare i medici e non anche il sindaco? Mah…


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Ci sono 4 commenti

  • Mammamsterdam ha detto:

    Ma in nuce il problema è proprio quello che dici tu: manca un discorso aperto e non viscerale, non politico e non asservito, ma basato su quello che intanto c’è (protocolli) e mandato avanti da persone con cognizione di causa.

    Il punto è che la confusione che descrivi no solo èprofonamente dannosa, ma a questo punto temo ci sia una volontà politica nel tenerci tutti zitti, buoni e sottomessi, e la confusione in questo aiuta.

    Mi sfugge nel caso che descrivi l’intervento del sindaco: qualcuno mi spiega in che modo un sindaco qualsiasi ha le competenze mediche per arrivare a una decisione ragionata su un trattamento medico?

  • Uyulala ha detto:

    Ciao!
    Sul fatto della volontà di tenerci tutti zitti ne vorrei parlare più estesamente. E’ un discorso molto serio e spero di avere il tempo di farlo con calma, ma in soldoni la penso come te.

    La questione del TSO la spiego nel post che ho linkato nell’articolo. Ciò che succede in questi casi è che il TSO (quello psichiatrico, ma credo anche quello dell’igiene pubblica) richiede due valutazioni mediche separate e distinte con altrettante certificazioni. Il primo medico fa una proposta di TSO, il secondo medico (che deve essere un medico dipendente dalla struttura pubblica) compila un certificato di convalida. Questi due certificati vengono inviati al sindaco perché il sindaco è anche la più alta autorità locale della gestione della sanità pubblica. Il sindaco dovrebbe controllare la validità dei due certificati (devono essere compilati secondo uno schema molto rigido) dopo di che, se li approva, emette l’ordinanza che permette alle forze dell’ordine di obbligare il paziente alle cure.
    Il TSO infatti è un provvedimento misto sanitario e di ordine pubblico. Il provvedimento del TSO dev’essere successivamente notificato al giudice tutelare che ha l’incarico di verificare che tutto si sia svolto e si svolga secondo legge e nel rispetto della dignità dell’individuo.

    Come vedi, se applicata secondo norma, il TSO è complesso da attuare e strutturato in modo da minimizzare il rischio di abusi.

    Il sindaco, nel caso descritto, aveva il dovere di bocciare il TSO in quanto non esisteva una valutazione psichiatrica che attestasse che il rifiuto delle cure dipendeva da uno stato mentale alterato. Il sindaco deve verificare sempre il contenuto dei certificati che gli arriva. Spesso né i medici non psichiatri né i sindaci conoscono le procedure e i criteri del TSO, per cui è frequente che i certificati non siano validi (se non vengono descritte le 3 condizioni che devono essere presenti per attivare il TSO, il certificato non è valido) e i sindaci, quando non conoscono questi aspetti della legge, rischiano di approvare dei TSO incongrui.

    Ecco perché ti dico che la responsabilità potrebbe essere anche del sindaco. Potrebbe: infatti è da vedere se, invece, i certificati non fossero validi ma dichiarassero il falso.

  • AzzurraPensiero ha detto:

    C’è veramente confusione.
    Bisognerebbe che i legislatori facessero una scelta di laicità e non da basabanchi e si decidessero a regolamentare queste cose:
    Se il paziente in possesso delle sue facoltà mentali dice non voglio le cure, che non gli siano somministrate.
    Se non lo è ma i familiari dicono che l’aveva detto che si faccia quello che dicono i familiari, alla fine non credo che i familiari mentirebbero su una cosa del genere per “liberarsi di un peso” caso mai mentirebbero in senso contrario, non deve essere facile staccare la spina ad una persona amata… meglio in coma con speranza flebilissime che sottoterra!

    Kisses
    Azzurra

  • Uyulala ha detto:

    per Azzurra
    siamo sotto scacco. L’unica cosa che conta qui in Italia sembra essere il parere di questi tiranni in gonnella.

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