A volte scrivo per lenire un dolore. Cerco qualcosa che mi consenta di ricavare da questo un insegnamento. Questo insegnamento l’ho già avuto molti anni fa ma ogni tanto mi si ripresenta in forma nuova.
Credo che siano pochi a non conoscere “Il ritratto di Dorian Gray“, straordinario romanzo di Oscar Wilde. Non mi soffermerò pertanto sulla trama, che penso essere ben nota. Mi soffermo invece su un aspetto che – temo – viene sottovalutato e che invece dà il senso a tutto il libro.
Quest’aspetto è narrato proprio nelle ultime due pagine del romanzo. Dorian Gray, dopo una vita trascorsa fra delitti e crudeltà di ogni tipo, lentamente sviluppa una forte avversione per quel ritratto che gli impedisce di nascondere a se stesso la sua vera natura e che, ogni volta, disegna fra le pieghe della tela una nuova espressione ributtante di cattiveria al punto da trasformare il dipinto da quello di un giovane bello e solare a quello di un vecchio ripugnante.
Decide di diventare “buono”, si avvicina a Dio, cerca di fare delle buone azioni, nella speranza che tutto ciò faccia regredire il processo di trasformazione del quadro.
Si reca quindi nella soffitta dove teneva nascosto il quadro. Ora faccio parlare direttamente Oscar Wilde, purtroppo nell’edizione tradotta sebbene mi piacerebbe per tanti motivi poter trascrivere il brano in inglese.
[...] Diede in un grido di pena e di sdegno. Nessun cambiamento era visibile, senonchè negli occhi c’era un’espressione di furbizia e sulla bocca la piega sinuosa dell’ipocrisia. Era ancora una cosa disgustosa, più disgustosa di prima, se possibile; e quella rugiada scarlatta che macchiava la mano sembrava più accesa, più somigliante a sangue versato di fresco. Cominciò a tremare. Era stata soltanto la vanità a spingerlo a compiere la sua unica buona azione? Oppure il desiderio di una sensazione nuova, come aveva accennato Lord Henry, col suo sorriso di scherno? O quella passione di recitare una parte che ci fa fare talvolta delle cose che sono migliori di noi stessi? O tutte queste cose insieme? [...]
Molte volte QUESTO brano del romanzo mi ha illuminato su quanto succedeva in me o negli altri. Il percorso di crescita di un individuo deve procedere attraverso un processo di acquisizione di consapevolezza e in particolare ciò che penso sia prioritario, sebbene sicuramente più difficile, è guardare in faccia le proprie ipocrisie e affrontarle.
Oscar Wilde ha uno stile enfatico e presenta i concetti attraverso esagerazioni, secondo uno stile mediato dala letteratura greca. E’ evidentemente un’esagerazione il personaggio di Dorian, ma al di là degli eccessi letterari rappresenta perfettamente un modo di fare diffuso e molto comune di chi non vuole assumersi la responsabilità, neppure di fronte a se stesso, delle azioni che commette.
Il ritratto gli consente di fare questo per molti anni: i segni delle sue azioni vengono tracciati non già in se stesso ma all’esterno, con un meccanismo insolito di proiezione. Ma questo sistema di ributtare fuori di sé le proprie responsabilità alla lunga non funziona.
L’ipocrisia per Oscar Wilde è il peccato più grande, il peccato dei peccati. E non l’ipocrisia di fronte agli altri ma quella davanti a se stessi, quando cerchiamo, con dei raggiri verbali o con dei giochi di logica linguistica, di chiamare in modo diverso le cose.
Ci illudiamo in questo modo che le cose siano diverse da quelle che sono veramente. Illusione stupida. Non degna di una persona intelligente. Illusione creata all’unico scopo di non rendersi responsabili né davanti agli altri né davanti a se stessi di ciò che si fa o di ciò che si OMETTE di fare, di ciò che si pensa o di ciò che ci si RIFIUTA di pensare, di ciò che si dice o di ciò che si TACE.
Questo tema l’ho trattato in modo più dettagliato in un lungo articolo diviso in quattro parti. Ecco i link relativi:
Vai alla prima parte dell’articolo
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Ho letto gli 4 articoli, molto interessante, molto chiaro, grazie.
Mi viene solo da dire che ho spesso sentito molto di spiritualitá religiosa nella psichiatria/psicologia(non só il termino appropiato). Cioé, il motivo che vi spinge ad amare al prossimo(soprattutto al piú dufficile),o ad abbracciare un dolore, il perdonare, ecc. Non só, non ho ancora le idee chiare, ma mi veniva da pensare -quasi a modo di scherzo- perché non dare a Jung il titolo di “Dottore della Chiesa…???!!!
Ciao Mariela
A parte che la chiesa non merita un “dottore” come Jung, sai, lui in fondo era un mistico. Indubbiamente molto sui generis, ma sempre un mistico.
Interessato alla divinità come esperienza totalizzante e terrifica, ha cercato ciò che nell’uomo trascendesse il proprio essere prettamente materiale. Praticamente ha fatto un percorso opposto a quello di Freud. Ci sono sia la sua autobiografia che la biografia scritta da Barbara Hannah che sono interessantissime da leggere.