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Nuvola di parole

La nebbia negli occhi

Chi mi conosce bene, ma veramente bene, fin da quand’ero giovanissima, sa che sono sempre stata un po’ strana. Con la testa fra le nuvole e un po’ distratta, frequentemente credo di aver dato l’impressione di essere un po’ snob e di guardare le persone dall’alto in basso.  Sono critiche che in passato ho ricevuto in modo esplicito, in un’età in cui l’ipocrisia non ha ancora messo radici nei cuori delle persone, ma non stento a credere che queste osservazioni salgano frequentemente tutt’ora a mente di chi mi vede.

Potrei perdermi nel raccontare i mille e più motivi per questa mia apparenza fenotipica. Ma ora mi piace l’idea di condividere forse la ragione più “forte” in questo senso.

Fin da bambina ho avuto un’insolita sensazione di essere destinata ad una vita breve. Sensazione che, visto che il mio 47° compleanno è passato da appena 12 giorni, si è rivelata comunque quantomeno eccessiva. L’idea della morte per qualche ragione a me del tutto sconosciuta non mi ha mai abbandonato, neppure per un attimo, qualunque cosa facessi, qualunque esperienza vivessi, anche la più lieta e piacevole.

Non si tratta di un’idea triste o drammatica, è solo una certa, sottile consapevolezza che comunque il nostro destino di esseri umani, o per meglio dire il MIO destino personale non prevede una vita a tempo indeterminato, ma sono licenziabile in tronco anche senza preavviso.

Il 4 novembre del 2008 ho avuto un’esperienza insolita la cui portata sto cominciando a sentire in questi ultimi mesi.

Il 4 novembre 2008, attraversando in auto la SS 131 all’altezza dell’incrocio di Villagreca (frazione di Nuraminis) sono stata investita da un’ondata alluvionale. Non subito, la prima cosa che è capitata è che l’acqua si travasava rapidamente nella statale sollevando la mia auto e rendendola ingovernabile. Pochi secondi dopo un’ondata mi ha investito e ha rischiato di travolgere l’auto. Poi son successe delle cose, un po’ la sorte un po’ un’insospettata prontezza di riflessi mi hanno salvato la vita.

Questo evento mi ha esasperato quella caratteristica che, comunque, faceva già parte di me. Non ho reagito in modi “canonici”, non ho sviluppato un PTSD (per i non addetti: disturbo post traumatico da stress), dopo un necessario periodo fatto a casa per riprendermi, ho continuato a percorrere quella strada quotidianamente per andare al lavoro, con tutti gli eventi meteorologici. Non che all’inizio fossi felice di farlo, ma non mi è mai venuta ansia mentre passavo in quel punto della strada.

Già prima dell’evento avevo questa strana, sottile e quasi impercettibile consapevolezza di dover morire. L’alluvione mi ha reso più chiara questa percezione.

Vivo con questa strana sfumatura che permea il mio carattere, le mie azioni e, inevitabilmente, le mie relazioni, mantenendomi ancorata ad una sottile malinconia.

A volte mi distraggo. Sono tante le cose che non comprendo degli esseri umani, come se davvero fossi scesa da un altro pianeta. Non è che non le capisco, ma mi manca, spesso, quella comprensione profonda che può dare solo una reale condivisione.

In un certo senso mi accorgo di essere fortunata. Chi non ha questa costante e sottile consapevolezza vive come se avesse permanentemente la nebbia negli occhi. Va avanti nella vita senza rendersi conto che, appunto, nessuno ha firmato un contratto e che la vita stessa ci può licenziare come e quando vuole. Cammina e non sa dove mette i piedi, sbatte contro qualcosa senza sapere se s i tratta di un muro o di un palo della luce. Percorre questa strada nella convinzione di sapere ciò che è importante e ciò che non lo è, e di solito si sbaglia.

Noi non siamo importanti. Siamo piccoli e insignificanti granelli di sabbia in uno sconfinato deserto, tutti diversi se visti al microscopio, ma visti ad occhio nudo appariamo noiosamente uguali gli uni agli altri. Ogni nostro grido, ogni protesta, ogni tentativo di acquisire un potere più o meno vasto sui nostri simili si perde come un’eco sorda nel fruscio continuo di un vento incessante che ci sbatte dove vuole, e noi abbiamo l’assurda illusione di controllare la nostra vita.

Da quasi dieci mesi a questa parte mi metto in auto ogni mattina sperando, ogni volta, di poter vivere abbastanza a lungo da permettere a mia figlia di diventare indipendente. E so che neppure la sua vita è al sicuro, non più di quanto non sia la mia… o la vostra.

Per cui, se a volte mi vedete distratta, con lo sguardo stanco e lontano, non è per snobismo, ma perché davvero a volte tutto questo affannarsi attorno a questioni di cui non abbiamo il minimo controllo io proprio non lo capisco e, perciò, non riesco davvero a seguirlo.


Alluvione a Villagreca. Al 0,06” si intravvede in lontananza la mia auto

_____________________________________

N.B.: c’è stato qualcuno che ha cercato con tutte le sue forze di strapparmi a questo. Purtroppo per questa persona ciò è impossibile. Sarebbe come chiedere ad un delfino di correre nella savana. Non è la sua natura. I miei momenti di gioia, di dolore, di incazzo, di divertimento ci sono comunque; la capacità di godere e di soffrire è intatta. Per certi versi direi che, rispetto alla media, forse è anche esasperata.

P.S.: avevo infinite cose da dire. Non ci sono riuscita. Prendetela un po’ così com’è venuta.

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Ci sono 21 commenti

  • Liudmila ha detto:

    Doveva essere veramente una brutta avventura. La foto dell’auto impressiona.

    Alla Sua età (che è la stessa mia del resto) probabilmente doveva già sopravvivere ad alcune morti delle persone care. Non aveva sensazione che loro non se ne sono andate ma stanno vicini -almeno per un po’ di tempo? La sensazione che fà venire l’idea della vita dopo la morte…

  • Uyulala ha detto:

    Ciao Liudmilla (mi fa piacere se ci diamo del tu)

    No, non ho avuto questa sensazione, nulla che mi potesse dare un’idea che ci sia o che non ci sia una vita oltre la morte. In un momento così per me contava solo il presente. Era tutto quello che avevo, è stato tutto quello che sentivo di avere.

  • Liudmila ha detto:

    😀 😛
    Io invece ogni volta sentivo che questo è soltanto il corpo, amato, ma soltanto l’involucro. E sentivo la presenza. Molto chiaramente. Dopodichè la morte per me è un’altra cosa.

    😀 Probabilmente è una specie di pazzia. Visto che affligge anchge le altre persone di tanto in tanto.

  • Uyulala ha detto:

    Hai vissuto anche tu situazioni che ti hanno portato a rischiare la vita?

  • Liudmila ha detto:

    Rischiare la vita? Forse no. Ho vissuto brutte avventure, sì, situazioni che potrebbero degenerare, coma -se questo è anche rischiare la vita. Ma in modo così forse no.

  • Lisa72 ha detto:

    OT: ho fatto vedere la foto ai mostriciattoli e ho raccontato loro cosa è successo… il commento, dopo l’attentissimo ascolto è stato: “Meno mane che Uyulala è riuscita ad uscire dalla macchina e non si è fatta niente!!!”.. hai dei piccoli ammiratori 😀 (del resto tale mamma… ;D )

    ti abbraccio, Lisa

  • Uyulala ha detto:

    Lisa, non sai quant’è lusinghiero avere per ammiratori dei bambini!

    Io DEVO schiodarmi dalla mia pigrizia e andare a trovarvi!!!

  • aghost ha detto:

    anche io ho avuto percezioni simili. Da giovane ero convinto che non sarei arrivato alla quarantina 🙂
    Ora che ho superato la 50ina, non riesco a immaginarsmi a 70 anni o 80, se non con una certa dose di orrore :)))

    Avere questa consapevolezza non credo sia proprio un bene. Probabilmente vive meglio chi se ne impipa e vive la vita con leggerezza, senza farsi tante menate. o no?

  • Uyulala ha detto:

    @ Aghost, ahimè, non sempre la consapevolezza è una scelta. Ma quando ti trovi che, comunque, la vita ti ci butta a calci nel sedere a riflettere, lo fai cercando di cavarne qualcosa di buono

  • aghost ha detto:

    già, il problema è riuscirci 🙂

  • Uyulala ha detto:

    Indubbiamente.
    Ma nel mentre che mi accingevo a risponderti, mi è venuto in mente il motivo per cui ho scritto il post. Mi sono trovata di recente, per l’ennesima volta, ad assistere a discussioni che davvero sono da ricondurre alla categoria “sesso degli angeli”, discussioni che hanno generato malumori, rotture di amicizie di vecchia data, riesumazioni di antichi cadaveri mummificati ecc.ecc. Mi sono allora chiesta: è davvero un bene NON avere questa consapevolezza e vivere pensando di essere eterni e che si possano impunemente buttare via energie e grandi fette di vita per seghe mentali allo stato di distillazione etilica? E’ vero che certe consapevolezze sono impegnative, ma è un po’ come l’organizzazione del vero pigro: fai una gran fatica all’inizio ma poi tutto ti scorre in automatico

  • aghost ha detto:

    io sostengo che bisognerebbe avere una grave malattia ogni tanto, giusto per darci una “svegliata”. Quando poi la scampi ti rendi davvero conto di quanto ci sa fa condizionare dalle stronzate.

    Quanto alle seghe mentali, la mente è una brutta bestia, e come diceva Krishnamurti, “lavora meccanicamente giorno e notte”. Spesso contro di noi 🙂 (questo l’ho aggiunto io)

  • Uyulala ha detto:

    🙂 bell’aggiunta. Credo che anche Krishnamurti l’approverebbe

  • Fulvio ha detto:

    Se tutti gli esseri umani sperimentassero anche loro quello che hai provato tu il 4 novembre 2008, il nostro sarebbe un pianeta piu’ vivibile. Se poi tutti noi lo sperimentassimo una volta l’anno ( cosi’ da non dimenticarcene mai e mantenere vivido e forte il ricordo x almeno 12 mesi) allora il nostro sarebbe veramente un bel pianeta. Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, pensa come se dovessi non morire mai e ricorda al tuo ego ipertrofico (tutti i giorni e tutte le notti) che…DEVE MORIRE!!!

    😉

  • Uyulala ha detto:

    @ Fulvio: probabilmente il mondo è una schifezza proprio a causa del senso di immortalità dell’uomo, che sia personale o che sia di tipo “genetico”…pensavo a tante idee più o meno esplicite sulle razze pure

  • Fulvio ha detto:

    Ti chiedo scusa. dovevo spiegare l’interpretazione che do io a quella frase.

    “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo – dovrebbe farci riflettere sul fatto che non dovremmo sprecare la nostra vita terrena che è breve, nel fare dei lavori che non ci piacciono o intrattenere rapporti ipocriti con persone con le quali non ci troviamo piu’ in sintonia.
    Quindi essere veri. Una volta tanto anche con noi stessi.
    La seconda parte della frase e cioè “pensa come se dovessi non morire mai” la interpreto nella vita dopo la morte e cioè’ in questa vita dobbiamo sapere che tutte le schifezze che facciamo agli altri e tutti i nostri problemi irrisolti li rincontreremo. Sempre. Sino a quando non andremo a fondo di noi stessi. Fino a quando capiremo pur essendo eterni ed immortali siamo ancora troppo miserabili. La tua definizione di piccolezza e nullità di fronte alla natura esprime molto bene il concetto. Questa vita la vedo come un purgatorio fatto di tanti ripetenti o bocciati. Quelli bravi sono stati promossi da tempo in altre classi.
    In ogni caso, ovviamente, questa è solo la mia visione.

    Un abbraccio.

    Ciao

    Fulvio

  • Uyulala ha detto:

    si, capisco il senso che dài. In fondo, il risultato non cambia. Sia che tu veda la vita come una serie progressiva di passaggi (e questa che viviamo qui è solo uno di essi), sia che la vivi come l’unica possibile, sta di fatto che in questa vita noi siamo solo di passaggio, siamo piccoli, fragili e non possiamo mai sapere come e quando finirà la nostra vita.

    Le mie considerazioni sono sempre rivolte al qui e ora, per la semplice ragione che, comunque, è tutto ciò che abbiamo. Il fatto è che se si tenesse presente il semplice qui e ora, se si vedesse QUESTA vita come un percorso destinato ad essere concluso, diventerebbe molto secondario il fatto che uno creda nell’esistenza di altre vite oltre quella terrena o che non ci credesse. Saremmo comunque tutti sufficientemente umili da capire che in QUESTA non ha senso fare tanto i superbi…

  • Paolo C. ha detto:

    Nno posso non concordare con te, Uyulala, quasi parola per parola.
    Mi sono trovato anch’io, tra l’altro, a rischiare la vita in un grave incidente stradale (sono passati ormai dieci anni), ed anch’io ho spesso avuto l’acuta sensazione di ‘provvisorietà’, di ‘fragilità’, che descrivevi. Forse dipende dal fatto che ho dovuto confrontarmi fin da bambino con la perdita di persone care, forse semplicemente dal mio ‘corredo genetico’ che ha influenzato in questo modo il mio carattere. Ma – come che sia – devo farci i conti, e non è facile parlare una lingua tanto diversa dalla maggioranza delle altre persone.

    Ti abbraccio

    Paolo

  • Uyulala ha detto:

    Grazie, Paolo. Ti abbraccio anche io

  • Laryssa ha detto:

    Mi sto leggendo passo per passo tutto il tuo blog. E’ un po’ come quando leggo i libri: non vedo l’ora di sentirmi sazia e arrivare fino alla fine. Mi piace molto quello che scrivi, dimostra sempre una grande sensibilità e mi sento molto vicina a te in certi lati del tuo carattere. Non ho mai avuto una esperienza così traumatica, però forse qualcosa di simile alla PTSD sì.
    Un giorno la mia macchina è scivolata sulla strada bagnata sbattendo contro entrambi i lati della strada… un po’ come la pallina di un flipper. Ho rischiato un frontale (tutto ciò è successo vicino a una curva), ma per fortuna non è passato nessuno e sono riuscita a ritrovare il controllo dell’auto. I miei genitori non lo sapevano, e io non avevo scuse per non guidare. Ho dovuto farlo dopo una settimana… andando ai venti all’ora.
    La paura di morire è unama e giusta: fa apprezzare di più la vita.
    Un abbraccio 🙂

  • Uyulala ha detto:

    Laryssa, oggi una strana e intensa nevicata mi ha portato nuovamente a sperimentare certe paure e la sensazione netta di essere fragile e in balìa di ogni evento. Neanche io posso evitare di guidare, ma quella strada ghiacciata, la neve tanto insolita qui in Sardegna, la sensazione di pattinare con le ruote, mi ha risvegliato spiacevoli ricordi, mi ha fatto sentire ancora una volta, oltre alla paura, anche quel velo di malinconia. Soprattutto pensando ad una persona che continua ad attendere di “essere pronto” per vivere…

    O tu, che attendi qualcosa che potrebbe non capitare mai, ascolta per una volta, una sola, le mie parole, e guarda questa tua vita che sprechi in mille paure senza tenere come unica, vera paura, quella di non aver mai vissuto veramente…

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