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L’individuazione – l’acquisizione progressiva di consapevolezza

Vorrei buttare giù delle riflessioni, forse senza capo né coda, che nascono sempre dall’aver conosciuto e condiviso alcuni aspetti della vita nel movimento e di ciò che è successo in seguito in chi se n’è andato.

Probabilmente il movimento dei focolari c’entra, nel mio discorso, in modo abbastanza marginale e più per il fatto che è stato lo stimolo per una riflessione di respiro più ampio.

Ho pensato spesso che le mie riflessioni possano rientrare nel campo che Jung definiva come processo di individuazione sebbene, non avendo fatto una scuola junghiana, quasi sicuramente avrò male interpretato ciò che Jung voleva intendere.

Parlerò più genericamente di conquista di consapevolezza, sebbene la parola “consapevolezza” sia troppo spesso abusata e schiacciata a puro slogan.


Sono entrato nel movimento all’età di 17 anni e da allora non sono più cresciuto. Ho costruito il mio sarcofago, un falso io, che credevo fosse reale e quando sono andato via mi sono accorto che il mio vero io è rimasto un ragazzo, forse un bambino. Di tutto quello che ho fatto non sono stato mai veramente consapevole ed ora è molto difficile e doloroso recuperare così tanti anni”


Non sono le parole esatte, ma una specie di riassunto di tanti lunghi colloqui avuti con una persona. Voglio partire proprio da qui e da una delle tante cose che gli ho detto durante l’ultimo delle nostre chiacchierate.

Il bambino nasce puro e totalmente inconsapevole, nella sua incoscienza però sa tantissime cose che durante la sua crescita è destinato poco a poco a perdere, finché, nell’esplosione adolescenziale, acquista delle caratteristiche che determineranno un taglio apparente ma molto netto col mondo infantile, che spesso non verrà ricordato se non per pochi flash. Nei libri della trilogia di Philip Pullman, “Queste oscure materie”, questo processo viene descritto molto bene con la metafora della bussola d’oro: nonostante l’oggetto sia estremamente difficile da interpretare, la protagonista scopre di avere un’estrema facilità nel seguire i movimenti delle lancette e la corretta interpretazione della simbologia e le relazioni fra i simboli. Lyra è una bambina, ma quando diventa adolescente perde completamente la capacità di interpretare la bussola. Le verrà detto che tale capacità la potrà recuperare solo dopo anni di studi.

L’essere umano si muove tra inconsapevolezza e coscienza. Mentre da bambino lo stato di incoscienza è naturale, il cammino a partire dall’adolescenza in poi è, a mio parere, quello di acquisire una coscienza individuale, originale, di se stessi, del mondo, della natura delle cose. Mi sono fatta la convinzione che la stragrande maggioranza dei danni creati dall’essere umano dipenda dal rifiuto dei singoli individui di procedere per questa strada.

Penso che la prima cosa da esplorare, infatti, sia il nostro stesso essere, in modo spietato, crudo (ma non crudele), senza alcun tipo di filtro ideologico e/o religioso e/o filosofico. Scoprire di noi stessi tutto quello che abbiamo e che siamo, soprattutto le parti di noi più buie, meno edificanti, delle quali ci vergogniamo maggiormente o delle quali abbiamo più paura. Solo con un estremo rigore in questo lavoro e verso noi stessi potremo avere una visione davvero limpida della realtà, e spesso questa visione non è piacevole. Potremmo diventare consapevoli di cose che ci fanno soffrire: leggere le ipocrisie nostre ci porta a notare quelle altrui, conoscere le nostre crudeltà, i nostri difetti, i nostri limiti, il nostro essere “merde”, ci permette di rilevare le stesse cose negli altri, ma anche di cogliere seriamente tutto ciò che di VERAMENTE buono esiste in noi stessi e in chi ci circonda, senza ricorrere al balletto di leccaculismo tanto frequente nel mondo adulto.

Nel movimento ti riempiono di filtri di ogni natura e bloccano volontariamente la tua crescita, al punto che è diventata una parola positiva chiamare “popo” (ossia “bambino” in dialetto trentino) i focolarini, e spesso anche gli altri membri non consacrati del movimento. Dimenticandosi che Gesù non chiedeva di restare bambini, ma di tornare come bambini. La differenza è immensa. Il bambino è incosciente, inconsapevole di ciò che sa e di ciò che fa. Tornare come bambini, io credo, vuol dire passare attraverso tutto il fuoco delle esperienze, acquisire complessità, tortuosità, cercare strade, sbagliare, incasinarsi la vita e incasinarla al prossimo, fare del male e vergognarsi di questo, ricevere il male e odiare per questo. E poi a poco a poco, attraverso tante esperienze, rendere via via più semplici se stessi e tornare allo stato di innocenza, ma ritornarci con tutta la consapevolezza, con tutto lo spessore acquisito negli anni, arricchiti di gioie e dolori, di sofferenze e piaceri, dopo aver messo le radici nella terra e elevato le fronde al cielo.

Ma lo stato di incoscienza, per quanto lungo e “colpevole” possa essere stato, non è mai inutile. Lo dico prima di tutto all’amico che citavo all’inizio, persona che soffre terribilmente a causa del fatto che vive nella sensazione di aver perso tempo per tanti, tanti anni (ne ha più di 50). Ma lo dico a chiunque voglia leggere.

Qualunque sia l’età in cui si riprende questo percorso, ciò che si è vissuto in passato non sarà mai da buttare. Ogni istante della vita acquisterà a poco a poco un senso man mano che procediamo nell’ampliamento delle nostre facoltà di renderci consapevoli. Più andremo avanti e più facilmente riusciremo a leggere un senso in ciò che abbiamo pensato, detto, fatto nell’arco della nostra vita da addormentati.

La stessa vita all’interno del movimento (o di qualunque altra organizzazione spersonalizzante, capace di bloccare l’individuazione), le stesse esperienze, la spiritualità, tutto può essere recuperato in modo nuovo, inedito. Nessuna delle cose vissute, pensate e dette va in questo modo perduta, dev’essere però assimilata in modo personale, digerita, smontata e verificata momento per momento, liberata dai vincoli ideologici che la rendono rigida e cristallizzata, di fatto fredda come un blocco di ghiaccio.

E così tutti gli sbagli, tutto quanto possiamo aver fatto di male, tutte le sofferenze che abbiamo causato o che abbiamo ricevuto, ogni cosa ha in sé un enorme potenziale di insegnamento e di crescita, anche ciò che è lontano e passato.

Al mio amico in particolare, ma a tutti, voglio dire che nulla della vita andrà mai perduto. Spero di comunicare anche qui ciò che ho imparato attraverso quel processo di elaborazione di esperienze vissute in uno stato di incoscienza e di sonnambulismo.

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Ci sono 4 commenti

  • Questo articolo è stato segnalato su ZicZac.it….

    […]Ho pensato spesso che le mie riflessioni possano rientrare nel campo che Jung definiva come processo di individuazione sebbene, non avendo fatto una scuola junghiana, quasi sicuramente avrò male interpretato ciò che Jung voleva intendere. Parlerò…

  • Credo che se rimanesse qualcosa in noi in più dell’essere bambino probabilmente potremmo riuscire a capire meglio il prossimo 🙂

  • dioamore ha detto:

    Condivido la definizione di individuazione data da Jung. Condivido buona parte di quanto dici. Penso che non si possa fare a meno di filtri nel processo di crescita dell’ìndividuo, perché credo che quelli facciano parte della metodologia educativa che bene o male riceviamo sia dai genitori sia dalla scuola. Condivido quanto dici in merito al restare bambini e al tornare bambini. Il tornare bambini coinvolge un processo di consapevolezza che si matura con il tempo e con le esprienze di vita, soprattutto quelle che riguardano l’amore e il dolore.

  • Mira ha detto:

    Ho letto con stupore quanto scrivi perchè lo trovo estremamente vicino a quanto vado pensando da qualche anno a questa parte ( pensando e sperimentando). Sono d’accordo sulla questione del “ritornare come bambini” che è ben diverso dal restare bambini inconsapevoli . Anche la questione dei filtri ideologici o religiosi di cui si potrebbe fare a meno è condivisibile. Ci sono tante cose che ancora non mi sono chiare, comunque: grazie

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