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Nuvola di parole

L’incapacità di decodificare le emozioni – 1° parte

Comincio a pubblicare a puntate un articolo che, ahimè, è lunghissimo e la cui lettura sarebbe improponibile tutta d’un fiato. Ancora una volta, le mie osservazioni nascono dalla conoscenza che ho avuto in questi (quasi) 2 anni di persone che hanno lasciato il movimento dei focolari. Ciò che descrivo è, comunque, legato a forme piuttosto importanti di scompensi generati da quest’esperienza. C’è chi è riuscito a mantenere nonostante tutto un equilibrio interiore accettabile e ha potuto ricostruire la propria vita con meno difficoltà e fatica.

L’articolo tratterà della relazione tra parole, mondo interno e mondo esterno, soprattutto nel campo delle emozioni e dei sentimenti.

Le parole non sono capaci di descrivere in modo pieno e diretto il mondo interiore, costituiscono uno dei tanti filtri tra noi e il mondo, ma fra tutti costituiscono il filtro più esplicito. Quando le parole perdono di significato, una delle cose che succede è che la persona diventa incapace di decodificare il proprio mondo emotivo, che viene vissuto come un mare in tempesta, indistinto e senza confini, senza punti di riferimento, entro il quale ci si sente completamente impotenti e in sua balìa.

Tengo a precisare però che tutto questo si può verificare per tante ragioni diverse. Quando si verifica fin dall’infanzia, l’individuo di solito non impara neppure a usare le parole come chiave per individuare il proprio mondo interiore. Nell’adolescenza, lo sviluppo di aree del pensiero di tipo adulto, porta il giovane a porsi tante domande, a cercare varie strade che possono essere diverse a seconda del temperamento di base, a sperimentare se stessi e sperimentare la propria presenza nel mondo esterno.

In questo processo si inserisce anche il fatto che le parole acquisiscono un significato più pieno, più completo, in quanto vengono confrontate con le esperienze sia pratiche che emotive.

Quando si entra in un movimento durante questo periodo, il significato delle parole viene dirottato verso il linguaggio gergale e stereotipato tipico di quell’associazione. Non voglio dire che il linguaggio sia vuoto, a volte nasce da concetti di grande spessore, ma normalmente viene appiattito in uno slang che poco ha a che vedere con il concetto originario. Inoltre, anche nei casi in cui il concetto di base venga mantenuto, è già di per sé un grande guaio che la stessa parola venga dirottata verso un concetto non condiviso comunemente ma solo dal gruppo di adepti.

Ho fatto degli accenni molto rapidi e superficiali nel post precedente, quando parlo della distorsione che subisce la parola “amore”. Ciò che dico qui vale anche per quello, ma vale un po’ per tutto il mondo emotivo.

Le parole sono importanti perché il significato di esse cambia davvero il nostro mondo interno. Probabilmente ho fatto altre volte l’esempio dello stato di ipnosi, durante il quali è possibile attraverso le parole generare delle ustioni cutanee semplicemente “dicendo” a chi è ipnotizzato che ha toccato, per esempio, un ferro rovente.

Nel movimento, (così come – io credo – in tutte le organizzazioni che mantengono un livello esoterico di appartenenza), tutto il mondo emotivo veniva trasformato per ricondurlo, in questo caso, ad un’esperienza mistica di un segno o di un altro, inquadrandolo per lo più nel simbolismo della sofferenza, morte e resurrezione di un dio fatto uomo.

Questo genera molte conseguenze, una fra esse, della quale non tratterò qui, è il fatto che chi è nel movimento valorizza solo le esperienze che sono vissute attraverso quella metafora (che ovviamente gli interni non considerano tale), svalutando pesantemente tutte le esperienze, le emozioni e i vissuti di coloro che non vivono all’interno di questa decodifica mistica.

(segue…)

(2° parte)

(3° parte)

(4° parte)

(5° parte)

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Ci sono 4 commenti

  • catimini ha detto:

    Bellissimo post, come il precedente… e secondo me questo risale in modo molto efficace alle cause di ciò che dicevi in quello. Se si possono distorcere le parole è perché manca del tutto una bussola nel mondo emotivo. Mi è sempre parso che la maggior parte di coloro che aderiscono ad una setta cerchi una sorta di armatura esterna da sostituire a un sostegno interno che manca, come se il gruppo si trasformasse nella spina dorsale di chi non ce l’ha, e per questo ogni Movimento secondo me dovrebbe avere ben chiaro di DOVER essere temporaneo, di porsi come obiettivo la “riabilitazione” di quel sostegno interno che non può mancare in una persona se è sana, e di DOVER scomparire dalla vita della persona dopo che l’ha messa nelle condizioni di restare in piedi da sola. Come ben sappiamo non è così (tranne che, se non sbaglio, per quanto riguarda i Neocatecumenali, che dichiarano nei loro statuti di essere solo un tramite che conduca alla vita in Parrocchia), e il tuo post aiuta molto a capire più a fondo il meccanismo della sostituzione dell’armatura esterna alla struttura interna della coscienza, sostituzione contro cui le Chiese e i Cristiani dovrebbero lottare.
    In quello che scrivi emerge bene come il motivo per cui una persona non si può sostenere autonomamente è appunto la sua incapacità di dare il nome giusto a quello che ha dentro. Dentro, in moltissimi di noi, nella stragrande maggioranza direi, c’è il disastro perché le emozioni ci subissano, perché l’ansia ci impedisce di riconoscere con lucidità cosa siamo e cosa vogliamo. E’ sempre accaduto nella storia umana a miliardi di esseri di dover temere per la propria vita con angoscia, e mi pare che in questo momento in Italia lo possiamo un po’ sperimentare, almeno un po’: l’ansia inevitabile di un futuro oscuro riguarda davvero molti di noi. Come nell’adolescenza non si sa ancora dare il nome a ciò che non si conosce, così quando si vive nell’incertezza del domani è difficilissimo mantenere il controllo sulle proprie emozioni. E i sacerdoti di tutte le religioni hanno sempre saputo approfittare della situazione. Per questo a me sembra che i Movimenti settari facciano comunque più o meno esplicitamente leva su una paura in particolare, una paura che provoca la confusione emotiva più grande: la paura di morire.
    Un bambino non conosce la paura di morire, è soltanto entrando nell’adolescenza che la scopre, e cerca soluzioni. La soluzione di una setta non può che essere quella di mantenere viva ad oltranza la paura, quindi il disastro emotivo, per poter ricattare indefinitamente chi aderisce, e questo avviene, me ne rendo conto ora, proprio attraverso la costruzione di miti, attraverso la riduzione del Vangelo a un mito, e di conseguenza attraverso l’adozione di un linguaggio che, come il mito, depersonalizza. Per capire cosa sia un mito credo che non ci sia immagine più chiara di questa: i primi cristiani venivano usati per impersonare i miti antichi nel Colosseo. Dovevano recitare la parte delle vittime, e venivano uccisi nei modi più atroci davanti alla plebs inebriata dal sangue.
    I primi cristiani erano fuori dall’universo mitico, perché il Vangelo libera dalla schiavitù del mito, la plebs invece aveva bisogno di sacrifici perché ne faceva parte: in quel momento non c’erano più gli spettatori hic et nunc, ma essi “entravano” nel mito esattamente come le vittime che davvero morivano.
    Leggendo il tuo post mi rendo conto che ci sono dei meccanismi linguistici specifici che consentono al mito di essere indefinitimente reiterato all’interno di una setta. E chi è costretto ad acconsentire però deve acconsentire progressivamente a perdere altri usi del linguaggio. In chi è più addentro ad una setta, quindi, verrà man mano meno la possibilità di accedere attraverso le parole alle proprie emozioni, la possibilità di decodificare il proprio mondo interiore attraverso le parole. Forse le emozioni stesse man mano diverranno più rarefatte, più adeguate a quelle che il mito prescrive? Senza dubbio sarà man mano impossibile comprendere le parole di chi parla da “fuori”, sarà sempre più difficile comprendere un registro linguistico, ovvero esistenziale, che non sia quello mitico. E la realtà, di sè e del mondo fuori, sarà sempre più lontana.
    Vedi perché tu in questo blog annunci il Vangelo? Perché le tue analisi decostruiscono il mito, sempre più in profondità. Leggendo qui mi sembra che il solo modo in cui si può aiutare qualcuno che è preso nelle maglie di una setta ad uscirne è mostrargli che non abbiamo paura di morire. Che nelle nostre scelte difficilissime e precarie, senza protezione economica, incontriamo comunque tutto ciò di cui abbiamo bisogno… perché “a chi bussa sarà aperto”, vale per tutti quelli che adorano in Spirito e Verità, da che la Resurrezione è nel mondo. Mi è piaciuta molto una frase del cardinale di Milano che diceva più o meno: abbiamo molto più bisogno di chi è cristiano senza saperlo che di chi si proclama tale senza esserlo.
    Ed è ancora questione di linguaggio… buonanotte!

  • Uyulala ha detto:

    Ciao Catimini 🙂
    Sulla questione dei miti la vediamo in modo non proprio sovrapponibile. Io ritengo che il mito sia fondamentale per l’uomo, così come le simbologie e le favole a livelli diversi, ma che il mito debba essere il terreno in cui pore le radici il nostro essere psicologico più profondo. Sono dell’avviso che il problema non sia tanto quello di trasformare la religione in mito, ma quello di prendere per relatà, alla lettera gli aspetti mitologici delle religioni. Sono dell’avviso che prendere il simbolismo per realtà rischi di trasformarlo in una allucinazione e in un delirio (nel senso proprio psichiatrico del termine) mentre accettare il fatto che la vita interiore (anche quella spirituale) si nutre di simbologie dietro le quali c’è, comunque, una realtà a noi ignota, potrebbe essere un utile passo per apprezzare profondamente TUTTE le forme di spiritualità, di misticismo e di filosofie di vita.

  • catimini ha detto:

    Sì, in effetti credo non si potesse capire molto di quello che ho scritto, perché l’esempio non era descritto con precisione. Non c’è dubbio secondo me che la dimensione delle immagini sia il terreno del nostro essere più profondo, però il problema è quando questa dimensione “mitica”, anche se io tendo a utilizzare il termine mito ormai solo in senso negativo, spersonalizza e aliena gli esseri umani da se stessi. E il problema è che questo è sempre possibile, è come dire che la sfera dell’immagine (e quindi della trascendenza!)è sempre per ogni essere umano un bivio… quello che dicevi tu in quell’articolo, ti ricordi, vale a maggior ragione per l’immagine. Ci sono sempre, mi pare, due possibili “versioni” del mondo dell’immagine, dipende da noi, dalla scelta che operiamo. Forse è chiaro se come esempio ti faccio questo: il mito nazista ha trasformato la Germania in pochi anni. Si trattava di una mitologia con i suoi simboli ben precisi, le sue liturgie, pensa ai discorsi del Fuhrer, che ovviamente inquadravano soprattutto i giovani. Il Terzo Reich che si nutriva del mito, che ha rappresentato la gigantesca attuazione di un mito, ha costretto ognuno a recitare la sua parte dentro quel mito. Senza il potere dell’immagine la dittatura non è attuabile. Questa è la versione omicida dell’immagine, in questo senso utilizzavo la parola mito, nel senso di violenza. MA dall’altra parte non possiamo prescindere dall’immagine se vogliamo incontrare noi stessi nell’autenticità. E’ l’altra versione dell’immaginario: è il modo di incontrare le immagini senza esserne schiavi, senza idolatria, è il modo di interrogare l’incoscio che parla esclusivamente per immagini, con la sua stessa lingua. Di sapersi immergere nelle esigenze dell’inconscio senza perdere la nostra singolarità. Questo bivio in fondo è proprio quello che la Bibbia ci indica quando distingue tra la terra degli idoli e la terra della Promessa. L’Alleanza è originariamente la via tracciata che ci permette di comunicare con i nostro inconscio senza esserne schiavi (i cosiddetti dieci comandamenti, che in realtà in ebraico non comandano affatto, non sono altro in origine che le regole del buon uso della nostra dimensione immaginale), e guarda caso ecco il divieto: tu non ti farai immagini… ma si trattava soltanto di alcune immagini, quelle più pericolose… quelle che rendevano schiavi gli altri popoli. Perché il mito ha probabilmente asservito l’umanità per decine di migliaia di anni… sono interpretazioni, ovviamente, non possiamo tornare a vedere, ma mi sembrano talmente utili a comprendere il presente…
    Infatti a me sembra che la psicosi non sia altro in fondo che la stessa spersonalizzazione di quegli esseri umani che vivevano i riti del Grande Anno, o i riti orfici dello smembramento di Dioniso. Stabilire se sia vero che una persona psicotica vive nello stesso universo animato dei primitivi, in cui i simboli fanno paura perchè sono emanazioni della realtà che rappresentano, in cui il lnguaggio non ha il valore che oggi noi gli diamo, ma un valore magico, minaccioso (la maledizione…), mi sembra importantissimo per comprendere in qualche modo quello che questa persona vive, e cercare di avvicinarsi. E io credo che possiamo avvicinarci, e liberare queste persone, perché il Vangelo ci ha liberato dalla versione omicida dell’immagine, è grazie al Vangelo che possiamo leggere a un bambino una favola che fa paura e dirgli che non è vero… i miracoli del Vangelo spesso accadono nei luoghi del culto, così come i Profeti nell’Antico Testamento gridavano contro la religione ridotta a idolatria: contro il “mito” come lo intendevo nel post sopra.
    Non so se è chiaro… forse no e mi dispiace, ma leggendo il tuo post quello che mi ha colpita, ancora una volta, è la perfetta consonanza con questa situazione e il mondo interiore di chi fa parte di una setta. E non avevo mai pensato che la mitologia, intesa ovviamente in senso negativo, ha una parte essenziale in tutto questo. Non ci avevo mai pensato, mi fermavo all’uso del linguaggio che in una setta si fa, stereotipato, con numerosi tabù, con concetti ai quali si deve essere iniziati attraverso un’esperienza… ma perché il linguaggio venga usato in quel modo bisogna che sotto ci sia un mito! E che quel mito sia il Vangelo per me è spaventoso… è una tragedia. senz’altro tu mi dirai che è la stessa tragedia dei tempi dell’inquisizione e delle crociate… certo, ma vedere che si consuma oggi sulla pelle di persone care è terribile per me.

    Ps
    voglio sottolineare che ciò che ho scritto qui e sopra è ralativo a “quando un Movimento diventa una setta”, non a ogni Movimento tout court, non c’è disprezzo nelle mie parole, è semplicemente il tentativo di un’analisi, forse tutta sbagliata, che però nella mia intenzione va a vantaggio dei Movimenti che non vogliono essere sette! E credo che qualunque appartenente che voglia essere autentico, e soprattutto voglia bene a chi gli è vicino, si rende conto che il pericolo è sempre in agguato.

  • dioamore ha detto:

    Le parole non sono capaci di descrivere in modo pieno e diretto il mondo interiore, costituiscono uno dei tanti filtri tra noi e il mondo

    E’ vero, infatti il verbo, cioè la parola, è Dio. Dio nessuno lo ha visto. Fino a quando non vediamo Dio, non riusciamo a esprimere a parole il mondo interiore, ma ci affidiamo a stereotipi simili a quelli che si sentono negli stadi cantati dai tifosi.

    Gesù, infatti, non per niente sostiene che è ciò che esce dalla bocca dell’uomo (cioè le parole) a renderlo impuro e qui occorre comprendere il significato di impurità.

    svalutando pesantemente tutte le esperienze, le emozioni e i vissuti di coloro che non vivono all’interno di questa decodifica mistica

    Logico. Infatti se vai a lavorare in una azienda che produce “biscotti mistici” e poi ti metti a produrre anche tu “biscotti mistici” per conto tuo, è chiaro che il tuo prodotto viene svalutato.

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