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Dalla parte degli ex:
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Nuvola di parole

L’incapacità di decodificare le emozioni – 3° parte

(1° parte)

(2° parte)

Quando si esce dal movimento ci si trova in una situazione stranissima. Da un lato si respira un inaspettato senso di libertà, si acquista rapidamente la capacità di vedere gli altri, la vita e gli avvenimenti in modo limpido e non filtrato e questo genera sorpresa, sensazione di irrealtà, euforia, paura. D’altro canto ci si ritrova completamente nudi e privi di punti di riferimento. Si cercano, di solito, altri punti di riferimento. Normalmente questi sono costituiti dalla religione vissuta in modo più comune, più simile ai fedeli non appartenenti ai movimenti. Spesso la si studia per cercare di capire oppure per trovare uno spazio all’interno della fede che sia rispondente alla propria vita interiore. Quest’operazione non riesce a tutti. Spesso ci si rivolge ad altro – altre religioni, altre filosofie – e qualche volta ci si ritrova, semplicemente, staccati da tutto e da tutti in un oceano di emozioni vissute in solitudine.

Spesso capita che, qualunque cosa avvenga, questo senso di solitudine non venga mai meno. Altri punti di riferimento raramente possono avere la potenza e la forza del linguaggio gergale del movimento cui abbiamo appartenuto a partire dall’adolescenza. E questo non perché QUEL movimento sia superiore agli altri, ma perché ne abbiamo imparato il linguaggio in una fase tanto particolare della vita.

Si cerca di dare un confine alla nostra esperienza sensoriale, emotiva e affettiva ma succede un fatto che rende tutto estremamente complicato: non ci fidiamo più delle parole. Dopo il passaggio all’interno del movimento scopriamo quanto sono vuote, stereotipate e gergali le parole più importanti della nostra vita, ossia quelle capaci di mettere i confini alle nostre esperienze. Non le vogliamo più usare, ci danno anche una specie di fastidio che percepiamo, a volte, proprio come una sgradevolissima sensazione fisica.

Io ho usato qui molto spesso la parola “esperienza”. Questa è una parola taboo per noi, troppo spesso usata male, in modo improprio, sottendeva dei significati che chi non è mai stato interno non può conoscere. Per noi “esperienza” voleva dire un racconto, voleva dire raccontare qualcosa che ci era, si, accaduto davvero, ma dovevamo raccontarlo con delle modalità pressoché obbligatorie. L’”esperienza” doveva essere “risolta”, ossia comunque doveva avere una conclusione che indicasse come fosse entrato l’ideale nella nostra vita e in che modo questo ci aveva portato a vivere in modo mistico ciò che la vita ci portava a sperimentare. Di fatto, quello che succedeva, è che per noi la parola “esperienza” non stava a significare “ciò che si è vissuto in una data circostanza”, ma l’interpretazione alla luce dell’ideale che potevamo cavarne fuori. Spesso questa interpretazione finiva per essere forzata come in un letto di Procuste, di conseguenza la parola “esperienza” si è a poco a poco caricata del fardello di un significato che implicava falsità e finzione.

Mi ricordo che, dopo che sono uscita dal movimento, quando mi capitava qualcosa ne sentivo la potenza in modo diretto e non filtrato, ne percepivo il messaggio valido PER ME al di là delle stereotipie, ne imparavo gli insegnamenti, e alla fine, con immenso stupore, mi dicevo: “allora è questa un’esperienza”. Questo fatto, ossia ripetermi ogni volta questa frase, ha aiutato me a recuperare il significato pregnante di questa parola, ma ho potuto notare che a molti ex questo non è accaduto e la parola “esperienza” è rimasta attaccata a quell’associazione fasulla, stratificata, di cui ho parlato.

(segue)

(4° parte)

(5° parte)

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Cinque Post Presi a Caso:

Ci sono 6 commenti

  • dioamore ha detto:

    Quando si esce dal movimento ci si trova in una situazione stranissima

    Nella puntata precedente ho fatto il paragone con l’azienda certificata iso 9000-1. Se si esce dall’azienda dopo averci lavorato diversi anni, è chiaro che ci si trova in una situazione strana, direi meglio: nuova.

    non ci fidiamo più delle parole

    Sì, se il rapporto lavorativo si interrompe bruscamente e non si riesce a trovare un nuovo lavoro per conto proprio o presso altra azienda, si resta poi diffidenti nei confronti di se stessi e dell’azienda per la quale si è lavorato. Ma sopratutto si resta diffidenti e non ci si fida più del padrone dell’azienda: Dio.

    Tuttavia una cosa resta: l’esperienza lavorativa acquisita. Quella non te la può togliere nessuno. Per questo Gesù dice a Maria, la sorella di Marta, che l’ascolto della Parola è la cosa più importante, ancora di più del servizio.

  • Uyulala ha detto:

    dioamore alla fine ti denuncio per istigazione al suicidio!!!
    A parte gli scherzi, sono anni che commenti qui e mi prendo la libertà di risponderti come farei con un amico.

    Ti metti continuamente a fare dei paragoni e a usare delle metafore che non hanno nulla a che vedere con le questioni che ho riportato.
    Intanto: se tu entri a lavorare per un’azienda, le regole le conosci fin dall’inizio. Se entri in un’organizzazione religiosa invece i vari aspetti sia organizzativi che più spirituali, teologici ecc. vengono insegnati in modo lento e graduale. Fa parte dell’indottrinamento, che ha aspetti comprensibili (ovviamente non tutto si può imparare immediatamente) e aspetti molto discutibili: di fatto ti fanno digerire e accettare delle cose che magari, con una visione d’insieme, non accetteresti mai. Inoltre: nell’azienda tu lavori e hai uno stipendio (per lo più inadeguato, ma questo è un altro discorso). Hai un distacco sufficiente per capire, per esempio, che tante cose vanno male, sono male organizzate, a volte sono decisamente illegali. Ma ci rimani non perché ti fa piacere farlo, ma perché, per lo più, non hai scelta. Devi guadagnarti da vivere e devi accettare delle cose che non ti vanno giù, ma alla fine mantieni un’indipendenza di pensiero che ti permette di accorgerti dello stato di alienazione in cui sei costretto a vivere
    Nel caso dei movimenti finisci invece per modificare le tue stesse capacità percettive, snaturandole e operando un’alienazione a dei livelli talmente intimi da trasformare te stesso in qualcosa di “altro”.
    Il tuo modo di impostare il discorso porta:
    1. a sviare completamente il discorso, che invece riguarda un problema SERISSIMO e molto pesante
    2. a svilire e svalutare le esperienze che descrivo o che descrivono le persone i cui scritti ho pubblicato.
    Non ti sorprendere se poi ti trovi con qualcuno che ri mangia vivo, a volte avrei la tentazione di farlo anch’io. Non lo faccio perché per me è molto chiaro che tu non hai la minima idea di ciò di cui io sto parlando e, per ragioni che, nonostante questi 2 anni di frequentazione del blog, non sono ancora riuscita a capire, l’unico tuo bisogno è quello di difendere ad oltranza un’organizzazione che non merita di essere difesa da nessuno.

    Io ho cercato, nei miei scritti, di dare una voce logica e descrittiva di meccanismi che ho visto operare in persone a cui voglio un mondo di bene, meccanismi che hanno portato a danni pratici, a rovinare aspetti molto importanti nella vita di queste persone. Ho visto queste persone soffrire come cani, essere confuse, avere comportamenti assurdi. Ho cercato di capire ciò che stava loro succedendo e ciò che scrivo è il mio modo per aiutare a dare parole a questa sofferenza, questo enorme e incontrollato CASINO che è diventata la loro anima PER COLPA (e sottolineo PER COLPA) del movimento dei focolari.

    E più vado avanti e più trovo conferme di quanto scrivo e dico.

  • dioamore ha detto:

    Uyulala, mi costringi a rientrare alla base, se la metti su questo piano. Non sto cercando di difendere un Movimento per partito preso, ma sto cercando la verità che per me è importante più di ogni altra cosa. Se i miei commenti non sono consoni al contesto del discorso, dimmelo pure, non mi offendo, semplicemente mi astengo dal commentare ulteriormente, limitandomi a seguirvi in silenzio.

  • Uyulala ha detto:

    Se i tuoi commenti fossero fuori contesto non li avrei approvati, non preoccuparti. Sono una persona molto tagliente in molti sensi e la mia dolcezza è solo nei modi, non nella sostanza. Ho segato vari commenti senza alcun tipo di preavviso (come daltronde ho anche scritto nei miei disclaimer).

    E’ molto difficile cercare la verità e posso capire che si creino incomprensioni, ciò che spesso ti invitiamo a fare, soprattutto io e Mariela, ma ultimamente anche Francesco, è di non svalutare la nostra esperienza. Ti stiamo dicendo che quello che emerge è una svalutazione di quelli che possono essere i nostri vissuti, un atteggiamento offeso da parte tua non ti è di aiuto nella ricerca della verità, se è proprio questo che desideri. Al di là del fatto che non ti assecondiamo (e non potremmo mai farlo, visto che ognuno di noi ex sa perfettamente cosa abbiamo REALMENTE vissuto, e non parliamo di teorie ma di vita) forse ti potrebbe essere utile leggere senza alcuna interpretazione ciò che esponiamo. Per quel che riguarda me, il mio è un invito fatto ad una persona che comunque frequenta il blog da anni. Comincio a farmi la fantasia che, forse, con te mi posso permettere di esprimere in modo più diretto il mio pensiero, ma se non è così puoi sempre darmi uno stop.

  • dioamore ha detto:

    Uyulala, ci sono tre cose non “negoziabili” dal mio punto di vista in ambito spirituale: via, verità e vita.
    Se viene a mancare o a cadere anche solo una di quelle tre, cadono anche le altre due.
    Come giustamente dici: non parliamo di teorie, ma di vita. E sulla vita c’è poco da scherzare.

  • Uyulala ha detto:

    non sono d’accordo. Sono convinta che è solo potendo scherzare su tutto si possa perseguire la verità. Ed è solo attraverso ironia e gioco si può raggiungere il necessario distacco per valutare attraverso una visione globale ciò che succede. Paradossalmente è molto più “seria” la visione ironica della vita di quella “triste”. E paradossalmente è attraverso la serietà – e non attraverso il gioco – che si svalutano in modo più pesante i vissuti degli altri. Nel movimento, mi ricordo, anche il senso dell’ironia era pilotato. Ottimo modo per impedirci di pensare, per impedirci di avere una visione critica di ciò che accadeva al suo interno.

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