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L’incapacità di decodificare le emozioni – 4° parte

(1° parte)

(2° parte)

(3° parte)

Le parole, come accade per la parola “esperienza”, quando ci si allontana dal movimento hanno due destini: mantengono il significato originario e/o vengono svuotate di ogni significato. Accadono spesso entrambe le cose: la parola mantiene il significato legato al movimento MA quel significato diventa per noi privo di senso e vuoto.

Noi non sappiamo più come chiamare ciò che viviamo perché non possiamo usare la parola “esperienza”.

Con le emozioni forti succede anche di peggio: diventano un maremoto incontrollato, non sappiamo più se si tratta di trasporto amoroso, paura, rabbia, gelosia, dolore, gioia estrema, commozione, eccitazione. Tutto diventa uguale perché ciò che si percepisce è una generica intensità priva di nome e priva di sfumature. Accade qualcosa di simile in chi soffre di problemi d’ansia, soprattutto in chi soffre di attacchi di panico: ogni emozione viene decodificata come “ansia” senza alcuna distinzione. Nel nostro caso però solitamente non è l’ansia che si percepisce (per quanto impropria e scarna, almeno la parola “ansia” è una definizione), ma proprio il semplice indistinto terrificante maremoto. E questo avviene anche con le sensazioni fisiche. Abituati a controllare ogni nostra reazione fisica, soprattutto quelle con la coloritura sessuale, non sappiamo alla fine neppure distinguere tra sensazione e emozione.

Questo può comportare che le persone facciano delle scelte che si rivelano errori grossolani e ingenui. Si sbaglia nell’interpretare ciò che accade dentro se stessi, si sbaglia nel valutare le persone esponendosi fra l’altro a grossi rischi.

Altro problema legato a questo, è che nel movimento eravamo messi nelle condizioni di “risolvere” e rivolgere al positivo ogni esperienza negativa, soprattutto quelle emotive. Così succedeva che venivano cancellate, nascoste, reinterpretate tutte le emozioni a cui comunemente diamo una coloritura negativa (odio, rabbia, gelosia, invidia, per dire le più importanti). Grazie a Erich Fromm ho capito che la “sublimazione” vera e propria non esiste in realtà, ma è un modo elegante per evitare di fare i conti con ciò che consideriamo negativo di noi stessi. Sono molto in linea con Fromm su questo e l’ho potuto sperimentare proprio grazie all’esperienza e alle osservazioni fatte a causa del movimento dei focolari. Il nascondere a se stessi le emozioni e i sentimenti negativi comporta problemi anche in chi rimane nel movimento, non solo nei fuoriusciti. Nella convinzione di aver trasformato l’odio in amore, la rabbia in amore, la gelosia in amore, tutto in amore, succede che:

  1. la parola “amore” viene caricata di significati nascosti molto oscuri,
  2. il vero odio, la vera rabbia, la vera gelosia ecc. permangono dentro di noi, sepolte nel nostro mondo inconscio, e agiscono a nostra insaputa attraverso comportamenti apparentemente buoni ma di fatto di una cattiveria e di una perfidia sopraffini.

(segue)

(5° parte)

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