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Nuvola di parole

Non violentate le parole dello Spirito

In un altro post avevo accennato alla perdita di significato della parola “amore” per chi ha fatto parte del movimento dei focolari. Ora voglio fare un discorso più generale che non riguarda solo il movimento dei focolari ma il fatto che la chiesa, soprattutto quella cattolica, si è fatta portavoce delle esigenze spirituali dell’essere umano, diventando da un lato lo strumento per lo sviluppo della spiritualità stessa, dall’altro l’impedimento per il suo raggiungimento.

Non intendo parlare in termini teologici-filosofici-esistenziali, ma proprio squisitamente personali.

Da bambina avevo un continuo colloquio con Dio, del tutto al di là di quella che poteva essere la mia educazione cattolica. Si trattava di qualcosa di spontaneo, molto intimo, con caratteristiche profondamente diverse dalle preghiere. Era un parlare alla voce che sentivo nel mio cuore, sentirmi rassicurata nelle notti buie che mi spaventavano, sentirmi accompagnata nei piccoli passi della vita di una bambina. Tutto ciò mi rimase anche da ragazzina.

Entrai nel movimento convinta che potessi condividere con altre persone quello che vivevo nell’intimo del mio cuore. Non fu così, sebbene a volte mi sembrava che si raggiungesse davvero quel clima di “Unità” di cui tanto parlavano. Nel tempo ho perso quel colloquio, sostituito da tante cose appiccicate dall’esterno: le meditazioni, gli incontri, il parlare continuo di dio, di gesù, di spiritualità.

Da bambina vivevo in quello stato di pudore del “non nominare il nome di Dio invano”. Non volevo usare quella parola, avevo un grossissimo imbarazzo nel farlo. Solo col tempo mi sono resa conto di cosa significhi il “divieto” di nominare Dio. Non si può nominare perché non lo si può ridurre a semplici lettere, perché usare il nome significa perdere il senso di infinito, di vastità, significa ridurlo a qualcosa che è “MIO” e non può essere “TUO”, intendendo come “mio” ciò che appartiene alla mia religione-setta-gruppo e “tuo” ciò che è al di fuori di questa religione-setta-gruppo.

Nel movimento ci si riempiva la bocca di nomi del sacro, e a poco a poco questi nomi sbiadivano, diventavano trasparenti per trasformarsi in bolle di sapone attraverso le quali guardare sempre e solo le parole di una donna, Chiara, parole che diventavano slogan da pubblicità…

Quando me ne sono andata mi è rimasto un enorme buco nero. Un dolorosissimo vuoto là dove c’era il mio intimo e incessante dialogo da bambina. La constatazione che alla fine sono scoppiate quelle bolle di sapone ed è rimasto… niente. Sentivo in fondo a questo grande buco nero una sorta di richiamo, ma non potevo più ascoltarne le parole e non avevo parole con cui rispondere.

E’ tutt’ora così, ci devo convivere, devo convivere col vuoto lasciato da un ambiente dove hanno violentato e distrutto il sacro delle parole. Chi mi legge può pensare che questo vuoto mi si sia creato perché me ne sono andata. Beh non è così. Me ne sono andata perché le mie bolle sono scoppiate prima, una per una, e mi hanno lasciata attonita ad osservare il vuoto di quelle parole, i danni che sono stati fatti da un continuo, incessante, ossessivo parlare dello spirito e della spiritualità.

Lo Spirito richiede silenzio e pace. Richiede rispetto, umiltà, richiede soprattutto di non essere rinchiuso in definizioni e religioni. E’ tutto, è in tutto, non ha preferenze.

Tutto palpita di Esso e tutto è parte di Esso. Lo Spirito è nelle piccole cose, nel respiro di un bambino addormentato o nel dolore inascoltato di una prostituta-schiava.

E’ nel sospiro degli amanti ed è nel dolore di chi subisce un abbandono. E’ nella gioia cristallina di una giornata di sole ed è nella malinconica sinfonia di colori autunnali. E

‘ nelle cose belle e in quelle brutte, nelle gioie e nei dolori, ma lo scacciamo via dai nostri cuori e dalla nostra vita nel momento in cui ne profaniamo le parole, nel momento in cui le usiamo masticandole come chewin-gum per buttarle a terra non appena perdono il loro sapore.

Ed entro dentro me stessa per ritrovare nel silenzio ciò che le parole così violentate hanno disperso, e assisto attonita e sconvolta al vuoto, al Nulla in cui tutto ciò viene risucchiato e triturato…

E mi accorgo che il discorso è andato avanti senza che io volessi farlo scorrere, come se le mie dita sfiorassero questa tastiera seguendo una logica a me ignota…

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Cinque Post Presi a Caso:

Ci sono 3 commenti

  • marco exnoglobal ha detto:

    Io sono convinto che le religioni teistiche siano la negazione della spiritualità dell’uomo.
    Con buona pace di chi pensa il contrario è l’io e non la coscienza collettiva ad essere spirituale.
    Io devo pormi la domanda “che senso ha la mia vita” ed io devo trovarvi una risposta ( non ha importanza il giusto\sbagliato o il bene\male)Se esiste una forma di spiritualità, e non è solo l’ennesimo inganno della mente( non so di avere un’anima che sia oltre la mia coscienza mentale)deve necessariamente essere individuale, ed avere delle risposte individuali.
    La fede in un qualcosa scoperto da me, posso chiamarlo “spiritualità”.la fede in un qualcosa di codificato posso solo chiamarlo “religione”.
    Sbaglierò nella mia ricerca? Fondamentalmente non è questo il mio problema.Il mio problema è di non perdermi ad accettare strade tracciate da altri, magari inconsciamente.In questo penso di avere un vantaggio, se vantaggio lo si può chiamare.La religione rivelata non mi ha mai attratto.Nemmeno conoscendo i suoi migliori enunciatori, al massimo ho provato rispetto per l’uomo, mai per la fede che lo muoveva.
    Posso pur credere che nell’uomo vi sia la ricerca del divino, diversa cmq dalla spiritualità, però il bisogno di essere religioso non penso sia di tutti gli uomini. Come del resto non lo è nemmeno il bisogno di spiritualità, penso che anche questo sia solo un’attitudine.

  • Mauro Pittaluga ha detto:

    Scusa ancora se mi intrometto, sicuramente a sproposito….ma non riesco ad esimermi dal partecipare.
    Credo che il vuoto che tu senti dentro sia solo tuo…. sia per via del fatto che tu non sia riuscita, (abbia voluto o sia stata ipossibilitata) a riempire questo vuoto “infantile” (ma che allora aveva un senso mentre oggi non ce l’ha più… almeno secondo me) con qualcosa d’altro, molto più reale e molto più “impegnativo” altrettanto potente, altrettanto importante o forse più, che sia riuscito a distrarti da quella forma assolutamente “teorica” e “gestita” di amore, con qualcosa che esiste davvero, l’amore “materializzato” di un figlio, un marito o che so….che lo puoi verificare, toccare e vivere ogni giorno “per davvero”.
    A volte il tuo comportmento mi fa pensare a qualcuno che ingiustamente, per via del fato, abbia subito un torto e per questo, fermi la propria esistenza a questo punto.
    Troppo facile!
    Tutti subiamo dei traumi, spesso ingiusti e spesso superiori alle nostre possibilità di sopportazione, ma la differenza sta in chi riesce a “metabolizzarli”, metterli al proprio posto, allocarli nel tempo corretto e saper “PROSEGUIRE” nel vivere una vita attiva, affettiva, bella e serena e chi invece preferisce fossilizzarsi in un ricordo, che “non può più essere modificato” e in funzione di questa FORZA, continuare a rifiutare la vita in una forma bella e vissuta pienamente solo per rifuguarsi nel suo vittimismo preferito e cercare di trovare in questo, una scusante alla sua incapacità di vivere una vita decente.
    Io sono stato un “traumatizzato”, molto più di quanto lo sia stata tu, in quanto tu hai scelto per qualche verso quello che hai vissuto, mentre io l’ho “subito” e non credo che questa sottile differenza sia negletta…..
    Tu ne sei uscita (dal movimento) quando hai voluto mentre io ho dovuto aspettare che i tempi fossero “compiuti”….
    Però io non ne parlo ogni giorno ma tu si!
    E’ questo l’assurdo! Ed entrambi sappiamo che non lo fai per gli altri ma che questa è solo la scusa!
    E’ questo che non capisco e che non ho mai capito di te!
    Questo desiderio di crogiolarsi in qualcosa di passato e finito, (per cui sicuramente immodificabile e perciò che da una sicurezza di continuità), per perseverare in una vita senza uscita, rigettando il desiderio di vivere una vita bella, normale e piena, oggi.
    In un primo tempo, si può immaginare che tu voglia “salvare” altre persone che hanno avuto una esperienza come la tua, quando sai però benissimo che i “posseduti” dalle sindromi religiose, rifiutano TUTTO, soprattutto l’esperienzsa individuale, relegandola a un fallimento o peggio a una eresìa….
    Per cui se è vero che tu puoi interagire costruttivamente solo con le persone che hanno già scelto di uscire al movimento, che senso ha, continuare a rivoltare il coltello nella piaga?
    Questo solo non capisco a meno di non allocarlo in una patologìa che si nutra di questo….e questo solo vorrei capire….
    Ma alla fine, ti da tanto sollievo immaginare di poter aiutare qualcuno a fare quello che non riuscirà mai a fare se non da solo?
    Scusa l’esposto e…. un abbraccio!

  • Uyulala ha detto:

    per Marco: non sbagli nella tua ricerca né nelle tue conclusioni, Nessuno sa cosa ci sia veramente, né se esiste qualcosa. A me le religioni rivelate non dicono più nulla da tempo ormai, mentre in passato ne ero immersa. Preferisco la strada di un sano agnosticismo, per quanto, com’è evidente, tendo a mantenere il desiderio di uno Spirito che permea il mondo. Ma so anche che si tratta di un desiderio, non di una realtà rivelata.

    per Mauro: in passato abbiamo spesso discusso su queste cose e io credo che tu mantenga certi equivoci legati al fatto che non ti sono mai stati completamente chiari gli aspetti crepuscolari del mio carattere. Le mie considerazioni, sebbene le riferisca al movimento dei focolari, nascono da una lettura che non ho ancora concluso: “Orgoglio e pregiudizio in Vaticano” in cui Olivier Le Gendre fa una lunga intervista ad un cardinale che rimane anonimo, e questa lettura mi sta suscitando moltissime idee. So bene qual è stata la tua vita, ma non va neppure bene che io (o chiunque altro) debba sentirmi limitata nell’esporre ciò che ho nel cuore solo perché c’è chi sta peggio di me… ammesso e non concesso che sia vero (e non lo è) ciò che vedi tu, ossia che il mio sia un “piangermi addosso”.
    Non è così. A te piace credere questo, padronissimo. Tu vuoi mantenere in modo granitico le tue convinzioni, e va bene anche quello. Ciò che mi può spingere a rendere pubbliche certe considerazioni tu non lo sai e di questo te lo posso garantire non al 100% ma al 100.000%. Ho soffocato le mie parole per troppo tempo, ora non ne ho più voglia. Non le dico al singolo, le lascio scritte nell’etere in modo che chi vuole prenderle le può prendere e gli altri non si devono sentire obbligati a fare anculché. Poi, spesso anche le parole funzionano un po’ come le macchie di Rorsharch: ognuno ci legge quello che vuole. Tu ci hai sempre letto quello che ora scrivi qui, e va anche bene, ma alla fine se non sono cose che coincidono con ciò che ho veramente dentro me alla lunga diventa un po’ noioso.
    La questione del movimento dei focolari è complessa, le ragioni per cui me ne occupo non sono né altruiste né egoistiche, sono mie. Me ne occupo e basta, semplicemente perché questo è ciò che voglio. Non ho mai avuto la pretesa di essere la salvatrice degli oppressi, ma sono una “collezionista di storie” (tu sei un collezionista e dovresti capire bene almeno questo). Faccio il mestiere che faccio per questa ragione, raccolgo storie dolorose e difficili, ma anche felici e gioiose, a volte storie semplici e a volte storie complesse. Restano nel mio cuore e si mescolano, e sono in grado di darmi qualcosa, di farmi riflettere, di permettermi ANCHE di andare avanti, ma a modo mio, non a modo tuo. Tu hai altri modi, altre cose, viviti quelli.

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Nell'armonia degli opposti il sacro è profano e tutto ciò che consideriamo profano profuma dell'incenso del sacro. Non esiste nulla di cui non si possa parlare…

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