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Orgoglio e pregiudizio in Vaticano – riflessioni ed excursus – terza parte – pregiudizi

(Prima parte)

(Seconda parte)

Fin qui ho parlato riferendomi a coloro che appartengono comunque ad una religione o a un pensiero di fede. L’argomento diventa ancora più complesso quando si riferisce a coloro che non sentono il bisogno di spiegazioni trascendenti per colmare le paure rispetto alla malattia, alla sofferenza e alla morte.

In questo ho potuto constatare che la superbia di alcuni dei cosiddetti credenti diventa gigantesca, al punto che sono veramente pochissimi coloro che riescono a parlare e vedere in modo puro e non filtrato il punto di vista dei cosiddetti “atei e agnostici” (parole che non amo perché nel linguaggio corrente hanno un’accezione spesso fortemente negativa).

Parlerò del mondo dei cattolici, che è quello che conosco meglio.

Intanto questa terra arata accoglie come semi dei pregiudizi molto radicati.

I cristiani si sorprendono molto spesso che i non credenti abbiano una morale rigorosa e spesso considerano le singole persone come delle eccezioni ad una regola che danno come assunto, ossia che senza un dio non può esistere moralità né legge.

Al contrario ho potuto constatare che l’etica di chi onestamente accetta l’idea della non esistenza di una vita trascendente è comunemente più rigorosa di quella della maggior parte dei cristiani. C’è una ragione in questo: la vita senza il trascendente è una, non c’è la possibilità di recupero, né di perdono, né di rimedio, di conseguenza ogni istante della vita va vissuta in pieno. Inoltre, se non esiste un dio che ti aiuti, l’unica possibilità di migliorare l’esistenza è quella dell’aiuto reciproco.

Il discorso “nessuno mi giudica quindi posso fare quello che voglio” è un mito. Sono davvero una minoranza le persone che vivono secondo questo principio. D’altro canto ho visto frequentemente che persone cosiddette credenti commettono spesso atti decisamente immorali in vari campi della vita perché sanno di poter essere perdonati e hanno una percezione, comunque, che l’appartenenza alla “vera fede” li renda dei privilegiati.

I cristiani frequentemente si fanno l’idea del non credente come di una persona triste, a volte disperata. Invece ho visto che, proprio per il modo pieno di vivere la vita, molti atei hanno una felicità e una serenità genuine e piene, in quanto frutto dell’assaporare quanto la vita può donare giorno per giorno. Compatire i non credenti per la loro “assenza di dio” equivale a non volerli vedere così come sono. E’ ovvio che le difficoltà e i dolori della vita colpiscono anche loro, esattamente come colpiscono i credenti, ma il modo di affrontare questo non dipende dal credere o non credere nel trascendente, dipende più che altro da fattori caratteriali, da aspetti quali l’introversione o l’estroversione, dalla capacità individuale di reagire, dalla natura pessimista o ottimista della persona stessa, dalla capacità di accettazione della realtà o dal suo contrario.

Altro luogo comune tipico dei cattolici è quello che un non credente “buono” sia un cristiano in nuce. Niente di più lontano dalla realtà. Un non credente “buono” è un essere umano onesto, punto e basta. Cosa si dovrebbe dire di un pessimo cattolico? Che è un ateo inconsapevole? Carichiamo sistematicamente le parole di valenze positive o negative in un modo che alla fine risulta fuorviante e pericolosamente fonte di divisioni.

Un uomo è un uomo è un uomo è un uomo.

Il modo in cui l’essere umano si dà le spiegazioni rispetto a temi fondamentali della vita alla fine è un fatto intimo e personale, anche quando si manifesti attraverso l’adesione ad un credo, ad una religione o ad una filosofia. Ma al di sotto di questo resta sempre l’essere umano e la possibilità di trovare sempre e comunque un comune denominatore che sappia andare al di là di tutto questo.

Il cristianesimo non è l’unica religione, non è la più vera e completa, è solo uno fra i tanti modi di darsi delle spiegazioni. E l’ateismo non è il modo più realistico e disincantato di vedere la vita.

Entrambi sono due modi, forse complementari, di esistere. Al di là di questi modi c’è solo l’onestà individuale, la genuina umiltà di dire: “io preferisco credere in questo” senza la pretesa di aver fatto la cosa giusta.

Da ex cristiana resto comunque affascinata dai vangeli e riporto, alla fine di questa lunga chiaccherata stimolata dalla lettura dello splendido libro di Le Gendre, il capoverso del vangelo di Matteo 7, 1 – 5 :

Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.


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