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“Farsi UNO” e la sindrome di Zelig

Ok, è da parecchio tempo che non scrivo. Intendevo approfondire miriadi di argomenti ma al lato pratico i pensieri prendevano altre strade e non si incarnavano nei tasti del mio laptop. Ma stamattina ho letto un aforisma di Woody Allen e mi è venuto in mente – per l’ennesima volta – il film “Zelig”.

Si tratta di un film particolarmente originale sia per la trama che per come è stato realizzato, girato in buona parte con una vecchia cinepresa su vecchie pellicole, è una specie di finto documentario sulla vita di un uomo di nome Zelig che aveva la caratteristica di immedesimarsi col suo interlocutore al punto da assumerne le fattezze, da parlarne la lingua, da intavolare discussioni su argomenti che non poteva conoscere. Per i pochi che non l’avessero ancora visto, consiglio caldamente di godersi questo strano e bellissimo film, lo consiglio anche a chi non amasse particolarmente Woody Allen.

Perché mi riferisco a Zelig? Perché ho notato una similitudine fra il protagonista del film e quanto può succedere – a volte – ai membri del movimento nel momento in cui imparano a “farsi uno”. Come sempre, anche questo è un concetto tutt’altro che semplice e probabilmente in origine aveva delle connotazioni molto positive che però di fatto tende a perdere.

“Farsi uno” si riferisce ad una modalità di entrare in relazione con l’altro durante la quale ci si dimentica di se stessi, ci si “svuota” di tutto per essere completamente aperti all’altro, a quanto ci vuole comunicare o anche alla sua ostilità (qualora ci fosse).

Come dicevo, non è di per sé una cosa negativa, anzi! La capacità di svuotare se stessi e di accogliere “il mondo” in generale, gli stimoli ambientali, è una caratteristica ricercata da molte scuole di meditazione di molte religioni e anche non religiose. La capacità di fare il vuoto, parlo della capacità reale, rende la persona molto più capace di rispondere all’ambiente in modo coerente e realistico in quanto permette uno scambio immediato, non filtrato, fra mondo esterno e mondo interiore. Di fatto si diventa come un felino, il quale è talmente spontaneamente recettivo all’esterno che è capace di scattare immediatamente ad uno stimolo (per esempio un rumore improvviso) anche se al momento è addormentato. Quando questo si applica alle relazioni, ciò che succede è che siamo capaci di interagire con l’altro senza il filtro di preconcetti e pregiudizi, attenti in modo spontaneo al qui-ed-ora dello scambio.

Quali sono i problemi del “farsi uno” che possono verificarsi all’interno di una organizzazione religiosa? Il primo che mi viene in mente è legato all’interposizione di filtri. Le ideologie e gli “ideali” sono filtri potentissimi a maglie molto strette, filtri dei quali gli appartenenti ad un gruppo più o meno settario non sono assolutamente consapevoli. Il vuoto che si cerca nel “farsi uno” diventa molto facilmente uno stato illusorio e non reale. Ricordo che Chiara diceva, rispetto al farsi uno, due cose che risultano psicologicamente in netta contraddizione fra loro. Infatti, da una parte invitava le persone a liberarsi anche dall’ideale, in modo da essere liberi anche rispetto a questo, dall’altra esortava a farsi uno “in tutto tranne che nel peccato”.

Il concetto di peccato nella religione cristiana è assoluto al punto che nel cattolicesimo un tempo c’erano dei veri e propri elenchi di peccati, con tanto di graduazione di gravità. Non so se ci siano tutt’ora, ma non mi sorprenderebbe se esistessero ancora (e, per inciso, sarei veramente curiosa di vedere a che livello di gravità piazzano la pedofilia…). Questo apre un argomento abbastanza vasto che non posso trattare qui, posso però accennare che un concetto di peccato come quello del cattolicesimo implica un’applicazione acritica di un assioma alla vita con una forte deresponsabilizzazone dell’individuo che si trova incastrato in un circolo vizioso di peccato – senso di colpa – pentimento – ricaduta nel peccato con una scarsa e talvolta nulla attenzione agli effetti a medio e lungo termine delle nostre azioni.

Tornando in tema, il senso del peccato che si rifà a degli schemi precostituiti forma un potente filtro fra noi e gli altri impedendoci di fatto di essere davvero completamente “puliti” nella relazione. Cosa che non succede quando invece siamo allenati ad essere attenti e responsabili di ogni nostra azione. Il senso di responsabilità è ENORMEMENTE più faticoso. Non basta, e spesso è inutile e dannoso, attenersi ad una “lista della spesa”, ma bisogna momento per momento valutare se QUELLA specifica azione svolta in QUELLO specifico contesto e in QUELLO specifico lasso di tempo è davvero un’azione buona. Rispetto a degli schemi preesistenti, possiamo avere la grande sorpresa di scoprire che un’azione che potrebbe essere considerata tecnicamente ineccepibile, di fatto è una pessima azione che porta danni, dolore e conseguenze negative a lungo termine. Al contrario, a volte ciò che comunemente viene considerato “peccato”, può portare a conseguenze positive (mi viene in mente il peccato classico, fare sesso fuori dal matrimonio, che tanto spesso ha generato l’esistenza di bellissimi esseri umani, e non parlo solo di bellezza fisica).

Quindi, il “farsi uno in tutto eccetto che nel peccato”, implica inevitabilmente l’inserimento di un filtro potente, ma c’è un problema nel “farsi uno” che forse è ancora più serio.

Per poter fare il vuoto dentro te, devi avere una buona, solida percezione di te stesso. Devi sapere chi sei, almeno in linea di massima (visto che la conoscenza generalmente è un processo che non si arresta mai), devi essere sempre presente a te stesso. Altrimenti ti perdi e arrivi a trasformarti in un altro Zelig. Diventi l’altro, ti trasformi come un inconsapevole Barbapapà assumendo la forma di questa o quell’altra persona. Magari non ti crescerà la barba come accadeva a Zelig, ma rischierai di passare da una forma ad un’altra fino a cercare di assumere la forma di uno dei tuoi capi che prenderai come esempio di perfezione nell’ideale. Questa è un’evoluzione molto caratteristica dei giovani, soprattutto se entrano nel movimento in età molto precoci. In giovane età tutto è molto più fluido, e questa è la ragione per cui i movimenti dalle caratteristiche settarie (ma anche le religioni) coltivano con grande interesse la gioventù.

Ho visto molte persone che, uscite dal movimento, si son trovate in uno stato di vuoto devastante perché il processo di conoscenza di sé era stato drammaticamente stravolto dall’innaturale lavoro su se stessi che viene indotto dalla permanenza nel movimento stesso. Vivere l’ideale alla fine rischia di diventare un modo per sbilanciarsi completamente verso qualcosa di estraneo a se stessi e nello stesso tempo si introiettano modelli, atteggiamenti, modi di essere e di pensare che non ci appartengono e che coprono, soffocano e stravolgono la nostra natura originaria.

A quel punto il nostro “farci uno” che peso può avere? Ci possiamo veramente far uno col niente, o possiamo forse farci uno “per procura”, usando l’essenza di altre persone o addirittura di concetti astratti?

Il discorso che faccio, badate bene, esula completamente dal fatto di credere in un dio o non crederci, o avere tipi diversi di fede o di concezioni di vita. E’ valido per chi crede in un dio, nel dio delle religioni monoteiste, o per chi crede in qualcos’altro Infatti i problemi che si sviluppano, ammantati da una superfici religiosa e per questo resi artificialmente incontestabili, sono in realtà squisitamente psicologici, non hanno nulla a che vedere con la spiritualità e la religione che anzi vengono colpevolmente usate per nascondere un semplice, squallido gioco di poteri in cui chi sta ai vertici (consapevolmente o inconsapevolmente) lavora non per Dio ma per manipolare gli individui e le loro coscienze.

Amen.

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