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La serenità di giudizio in psichiatria

Faccio alcune brevi riflessioni a caldo, dopo aver letto questo articolo su Giornalettismo. Premetto che non ho mai lavorato in un carcere, tempo fa mi limitavo a fare delle consulenze a detenuti di una colonia penale che cadeva sotto il territorio della ASL in cui lavoro. Non sono mai entrata in un carcere: i detenuti venivano portati dalla polizia penitenziaria presso la nostra sede, ma nella colonia penale si scontano reati minori.

Parto da questo per una riflessione che va al di là del fatto di cronaca (un detenuto ad elevato rischio suicidario in seguito ad una valutazione psicologica e psichiatrica viene spostato in un reparto a medio rischio, dove si impicca).

Nel mio lavoro si creano molto frequentemente situazioni in cui l’ambiente esterno esercita forti pressioni per far prendere allo psichiatra decisioni di un tipo piuttosto che di un altro. E’ molto probabile che, nella situazione descritta dall’articolo, la psichiatra e la psicologa ne abbiano ricevute tante. La situazione carceraria è estremamente complessa, isolare la valutazione psichica del paziente recluso da tutto il contesto credo che sia immensamente difficile.

Ma anche in una routine di lavoro meno complessa tali pressioni esistono e sono rilevanti. La situazione classica è quella che si crea quando una persona commette un reato e viene chiesto allo psichiatra di fare un TSO per evitare il carcere. A volte si lasciano passare reati anche importanti se questi vengono commessi da qualcuno che è seguito da un centro di salute mentale, rendendo l’individuo praticamente immune da responsabilità personali anche quando sia perfettamente in grado di distinguere se un’azione sia corretta, riprovevole o illegale. Questa possiamo dire che è la situazione opposta a quella descritta dall’articolo, di questo genere di situazioni si parla soprattutto quando le estreme conseguenze sono quelle di chi uccide un familiare o il vicino di casa.

La valutazione dello stato psichico di un paziente è cosa tutt’altro che semplice, soprattutto in condizioni di urgenza. Spesso viene fatta in un ambiente tutt’altro che idoneo: una stanza d’ospedale, al pronto soccorso, a domicilio del paziente, per strada. Molto spesso viene fatta nell’impossibilità di avere un colloquio a tu per tu (talvolta un colloquio così non può essere effettuato se non a rischio dell’incolumità del medico). Questo vuol dire che ci troviamo addosso parenti, vicini di casa, altri sanitari o le forze dell’ordine, ognuno dei quali ha qualcosa da dire, ognuno dei quali pretende di sapere cosa fare ed è palesemente seccato del fatto che il potere decisionale sulla situazione invece ce l’abbia lo psichiatra.

Ma…

detto in termini molto volgari, in queste circostanze il culo ce lo rimettiamo noi. E’ lo psichiatra che viene chiamato in causa se il paziente si impicca in carcere, è lo psichiatra che viene incriminato se il paziente ammazza la moglie.

Onde per cui, cari colleghi, soprattutto i più giovani, imparate a mandare affanculo tutte quelle persone che pretendono da voi una decisione piuttosto che un’altra, isolatevi mentalmente (giacché raramente avete la possibilità di farlo logisticamente), sappiate zittire, anche a urla, il clamore che vi trovate intorno. Maschi o femmine che siate, TIRATE FUORI LE PALLE e fate di tutto per mantenere la vostra indipendenza di giudizio sulla situazione.

Questo non vuol dire chiudere occhi e orecchie a ciò che vi viene detto, (GUAI! Fareste un gravissimo errore) ma vuol dire imparare a valutare tutto in modo sufficientemente distaccato per agire come si conviene alla situazione.

Ciò non vi garantirà l’infallibilità, ma perlomeno vi aiuterà a ridurre il rischio di prendere decisioni che mettano a rischio il paziente, le persone che lo circondano ma soprattutto, scusate l’egoismo, il vostro fondoschiena…

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