Su Facebook uno dei miei contatti mi ha segnalato un articolo, QUESTO, chiedendomi un parere al riguardo.
Mi ha scritto, infatti:
E’ corretto classificare lo stalking come un disturbo ossessivo compulsivo? Qui sembra accompagnato dal delirio. Si poteva istituire una terapia di contenimento ed evitare la denuncia?
Quando mi pongono quesiti di questo genere, premetto sempre che il caso specifico non può essere valutato attraverso la lettura di un articolo (o anche di molti articoli) né in seguito alla visione di servizi televisivi al riguardo. Tutto ciò che posso fare è prendere spunto dalla notizia e fare delle considerazioni che hanno sempre e comunque una valenza parziale e potrebbero non adattarsi adeguatamente ad ogni singolo caso.
Il confine fra cura e punizione in campo psichiatrico è molto labile e spesso controverso, farò quindi delle considerazioni dal mio punto di vista, legate alla mia esperienza e quindi non necessariamente condivise da tutti i colleghi.
Sono personalmente convinta che siano molto poche le situazioni in cui la persona non abbia nessuna capacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Di solito questo avviene negli stati psicotici acuti gravi, in alcune forme particolarmente perniciose di disturbo paranoideo e in condizioni di stati confusionali legati a malattie neurologiche o metaboliche.
Già gli stati acuti di intossicazione volontaria non li faccio comunque rientrare in questa categoria, perché se è vero che durante lo stato di intossicazione la persona non era in grado di controllare il proprio agito, è anche vero che tale controllo poteva esercitarlo PRIMA, semplicemente evitando l’assunzione di alcoolici o di sostanze ad azione psicotropa.
Ci sono anche delle situazioni di psicosi croniche che non rispondono alle terapie, a causa delle quali la persona non è davvero capace di comprendere le conseguenze delle sue azioni, ma anche in questo caso si tratta di situazioni abbastanza rare.
Il paziente dovrebbe essere educato ad assumersi le responsabilità delle proprie azioni, sempre, a prescindere dal fatto che ce lo troviamo davanti per un disturbo da attacchi di panico o per una schizofrenia. Ma spesso questo diventa fortemente ostacolato dalla tendenza a lasciar correre che si è radicata nella mentalità della nostra società. “E’ malato, quindi non possiamo farci nulla”, queste parole le ho sentite innumerevoli volte dalle labbra di esponenti delle forze dell’ordine. Essi, in perfetta buona fede, hanno la convinzione che chi soffre di turbe psichiche debba sempre essere giustificato e aiutato solo ed esclusivamente per via sanitaria.
Non è così. Ciò che accade più comunemente è che le persone imparano molto velocemente che, siccome sono seguiti dai servizi di psichiatria, possono fare tutto quello che vogliono perché resteranno sempre e comunque impuniti. Questo porta a delle conseguenze disastrose sia per la società che per il paziente stesso. La società rinuncia, di fatto, a difendersi dalle azioni di quella determinata persona (badate bene, parlo di azioni, non della persona in quanto tale), rendendo possibile che il paziente possa anche arrivare a commettere atti di violenza, a volte anche a commettere un omicidio.
Il paziente, d’altra parte, non comincerà mai quell’indispensabile processo di maturazione che potrà portarlo ad un livello sempre più alto di integrazione con il contesto esterno. Nella convinzione di restare impunito, potrà arrivare al punto di combinare qualcosa di grave e di pagare per le sue azioni in modo irrimediabile, attraverso un procedimento giudiziario che lo può portare fino alla reclusione in un ospedale psichiatrico giudiziario. Mentre, se si fosse fatto un lavoro di costruzione del senso di responsabilità, quest’epilogo se lo sarebbe potuto evitare.
Noi psichiatri da questo punto di vista siamo molto isolati. Ci viene chiesto un ruolo fortemente contraddittorio e di fatto impossibile.
Non possiamo obbligare nessuno a curarsi, ad eccezione per le circostanze che rientrano nel T.S.O. Ma anche in questo caso, l’obbligo di cure è esercitabile per un periodo di tempo assai ristretto, ed è spesso insufficiente per aiutare il paziente a recuperare le capacità di relazionarsi in modo corretto con la società.
Nel caso riportato dall’articolo, posso fare qualche considerazione, prendendo per buone le affermazioni riportate nel sito.
Si parla di un paziente curato per depressione. Intanto: quando si parla di pazienti psichiatrici si usa in modo improprio la parola “depressione”, creando uno sconcerto inimmaginabile in chi soffre realmente di questa patologia. Il paziente in questione sicuramente avrà avuto dei sintomi depressivi, ma molto difficilmente era davvero affetto dalla malattia depressiva. Posso, en passant, ipotizzare che forse soffrisse di un disturbo bipolare con sintomi psicotici, ma ovviamente le mie sono congetture, voli pindarici con scarsissime basi.
La collega poteva operare in modi diversi, per esempio attraverso un T.S.O., appunto, qualora ci fossero i tre criteri richiesti. Ma se questi criteri non c’erano, che alternativa aveva? Rischiare che quest’uomo, in preda ad un sentimento anomalo, potesse farle male? O magari potesse fare del male ad uno dei suoi familiari? Che scelta intraprendere in questi casi? Scegliere la libertà del paziente o la propria incolumità? In una situazione analoga io non avrei dubbi, sceglierei la seconda.
Nella mia carriera per ora mi è capitato solo una volta di denunciare un paziente (fra l’altro neppure mio). Si trattava di una persona che nel tempo aveva aumentato di frequenza e di intensità i propri comportamenti aggressivi e che, trattato anche attraverso numerosi T.S.O., non aveva avuto nessun beneficio dalle terapie anche perché, al di fuori dai periodi di ospedalizzazione, non assumeva regolarmente le terapie.
La mia denuncia è arrivata in seguito, contemporaneamente e in anticipo rispetto ad altre denunce (questa persona ne ha combinate davvero tante) e il risultato è stato che ora ha una restrizione della libertà e, grazie alla saggezza di un giudice, sconta questo provvedimento in una struttura di riabilitazione.
Senza un intervento del giudice non sarebbe stato possibile arrivare a questo. Ora il paziente sta decisamente meglio, e stanno meglio anche le sue vittime.
Per concludere, posso solo dire che sono convinta che a volte denunciare un paziente non sia un atto di vendetta o di insensibilità, ma realmente un modo per aiutarlo e nello stesso tempo proteggere il contesto sociale. Per questo sospendo ogni giudizio riguardo al caso riportato nell’articolo di leggo.it perché non posso sapere quale sia la reale situazione del paziente e della collega che lo ha denunciato.
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