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La spietatezza – video

Spero di affrontare ancora quest’argomento. Uso la parola “spietatezza” senza darle una connotazione negativa, indicando invece con essa  quella modalità di entrare in relazione col mondo che sia “pulito”, non filtrato. Ci sarebbe ancora tanto da dire, perché in effetti dovrei dedicare un video a parte per spiegare in cosa consistono i “filtri” (o gli schermi, o le maschere che dir si voglia) e in che modo finiamo per costruircene, nell’arco della nostra vita, un buon numero. E dovrei ancora parlare della necessità di essere spietati prima di tutto con noi stessi, come primo e indispensabile passo per recuperare il nostro IO e posizionarlo in modo che costituisca realmente il nostro baricentro. Avrei un’infinità di spunti…

Riflessi: 01. La spietatezza

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Ci sono 16 commenti

  • nicoletta ha detto:

    Ciao Donatella,

    sono Nicoletta, tua “amica virtuale” su Facebook. Ho guardato i tuoi primi due video perché, come sai, tempo fa ho scoperto questo blog e mi è piaciuto molto. Inoltre amo Internet (anche se cerco seriamente di limitare il tempo da trascorrerci davanti) e amo i temi legati alla psicologia (al di là dell’interesse indotto dalla mia testa matta 🙂

    Volevo chiederti questo: credo di aver capito il tuo discorso sulla “spietatezza”, sul modo di intenderla, e mi chiedevo questo: rimanendo all’ambito del lavoro di uno psichiatra, si può tradurre il termine “spietatezza” con “oggettività”? Cerco di spiegarmi meglio: il tuo discorso mi ha portato a domandarmi se il fine ultimo di uno psichiatra è il “benessere a tutti i costi” del suo paziente o l’educarlo ad acquisire consapevolezza, nel bene e nel male. Ossia, per cercare di specificare ancora meglio: se tu ti accorgi che un tuo paziente ignora delle sue responsabilità importanti, glielo dici oppure, se lui ignorandole sta bene così, gli nascondi quello che pensi?

    Scusa se la domanda è contorta o stupida e soprattutto scusa se magari la risposta era già chiara nel video!

    Nicoletta

  • Uyulala ha detto:

    Ciao Nicoletta! Mi fa piacere leggerti qui.
    Il discorso sulla spietatezza che faccio nel video è estremamente limitato, soprattutto per ragioni di tempo. Prendendo a prestito alcuni concetti dai libri di Castaneda, ne ho voluto dare un’interpretazione che potrebbe anche non essere sovrapponibile a quella che dà lui. La parola “spietatezza” viene usata in un contesto molto articolato in cui don Juan spiega a Castaneda che lo sciamano deve diventare un “essere impersonale”. Egli non avrà più un IO proprio – sebbene alcune caratteristiche energetiche rimangano comunque abbastanza individuali. Tutto quello che farà lo sciamano, la sua cortesia, i suoi modi, il suo stesso interessamento, sono una finzione che gli permettono di stare fra gli esseri umani, ma attraverso lo sciamano agisce lo stesso Spirito (che viene chiamato anche “L’aquila”). Lo spirito è impersonale e quindi lo sciamano è impersonale. Quando l’IO personale viene perso, lo sciamano non avrà più tutta una serie di emozioni legate a questa presenza ingombrante: non sarà più permaloso, né timido, né tenderà a commuoversi per esempio, tutte cose che per don Juan sono inutili sentimentalismi. Agirà invece in modo diretto e immediato agli stimoli che riceverà.

    Questo per contestualizzare il mio video. A proposito di ciò che mi chiedi cerco di risponderti per come riesco.
    Non posso generalizzare parlando di “gli psichiatri” al plurale. Io applico al mio lavoro i risultati di riflessioni, percorsi di crescita, esperienze personali che possono essere anche piuttosto lontani dagli studi canonici, che pure ho fatto. Ti posso dire cosa faccio io, questo si.
    Personalmente sono convinta che ogni essere vivente nell’universo sia chiamato a percorrere una strada che lo porti ad un progressivo aumento della consapevolezza di sé, intesa però come quel contributo piccolissimo che ogni essere vivente può dare all’aumento della consapevolezza del TUTTO (qualunque cosa possa essere questo TUTTO). La prima consapevolezza da raggiungere è proprio legata al nostro essere piccolissimi, più piccoli di un granello di sabbia nel deserto. Nell’àmbito clinico, io ritengo che il mio compito sia quello di accompagnare in modo discreto ma deciso il paziente verso una maturazione che però è SUA, non mia. Questo vuol dire che mi devo mantenere il più possibile in ombra rispetto al paziente stesso. Uso alcune cose di me, ma devo diventare impersonale al di là del fatto che come unico strumento io ho me stessa. Per cui io uso di volta in volta la fermezza, la cortesia, la gentilezza, la logica, l’empatia, le mie stesse espressioni facciali, tutto quanto per permettere al paziente di specchiarsi attraverso di me. Quando mi riesce succedono delle cose magiche, una delle quali è l’effetto del rallentamento del tempo. Spesso sono costretta a dedicare pochissimo tempo ai pazienti, ma quando mi si attiva questa modalità impersonale di lavorare – che poi invece i pazienti percepiscono come calda – nell’arco di un tempo brevissimo succedono tante cose, il paziente mi dice tante cose, io dico tante cose al paziente e lo scambio diventa intensissimo e molto proficuo. Altre cose che mi capitano è che ciò che dico non sia assolutamente una cosa “mia”. Come se non la dicessi davvero io ma che emergesse da questo effetto-specchio. Parole che non avevo pensato fino ad un secondo prima di mettere aria alle corde vocali, si disegnano con una precisione che io, come essere “personale” non sarei in grado di dare.

    Per questa ragione la tua domanda non può avere una risposta nei termini in cui la descrivi tu. Io agisco in modo diverso da paziente a paziente sia perché ogni persona è diversa, sia perché ci sono diverse tipologie di malattie. Il mio obiettivo è comunque quello di far acquisire una migliore consapevolezza, che per i pazienti ciò vuol dire ANCHE conoscere la propria malattia, conoscerne le caratteristiche, i punti di forza e quelli di debolezza, accettare la propria condizione e imparare a conviverci nel modo migliore possibile. Arriva quasi sempre un momento in cui io sono molto dura (la spietatezza non è sinonimo di durezza, ma a volte le due cose coincidono). Mi capita di dire chiaramente ad un paziente schizofrenico che è schizofrenico, gli spiego cosa vuol dire, la natura dei suoi sintomi, i rischi che corre se non si cura ecc. e così faccio con le altre diagnosi. Mi capita di dire delle cose molto pesanti ai miei pazienti, ma per fare questo devo sentirmi il più possibile “pulita”. Ti spiego meglio: non posso parlare in certi termini se mi lascio invadere da sentimenti come l’antipatia personale, il risentimento per esempio per un atteggiamento irrispettoso nei miei confronti, o anche gli stessi effetti banalissimi della stanchezza. Devo diventare il più possibile impersonale: non devo più esistere come persona in modo che tutti questi sentimenti ingombranti non ostruiscano il passaggio di questo particolare tipo di comunicazione. A quel punto posso partire, e allora, se tutto funziona sufficientemente bene, la mia sarà spietatezza vera, e quindi produttiva, e non semplice risentimento o crudeltà o sadismo.

    Ma ogni cosa va anche fatta nei tempi giusti. Mantenermi il più possibile impersonale mi consente di cogliere quelle particolari sfumature che mi permettono di entrare nella comunicazione quando il mio paziente è pronto.

    Tieni presente che questa è la situazione ottimale, ma che NON sono perfetta e che comunque devo fare un lavoro costante, momento per momento, che comporta continue rettifiche e un costante riesame di ciò che succede nella relazione con i miei pazienti, riesame che dentro me avviene immediatamente dopo, in tempi velocissimi, e poi avviene con più calma quando il paziente è lontano e ho un attimo di tranquillità.

    Poi torno a casa e crollo dalla fatica…

  • alessandra ha detto:

    forte … mi sembra bellissimo ed eroico quello che si riesce a fare applicando il distacco…ma la psichiatria è dunque simile al misticismo?

  • Uyulala ha detto:

    Non proprio. Quello che descrivo è come faccio IO, non come è normalmente uno psichiatra.

  • nicoletta ha detto:

    Grazie per l’accoglienza e per la risposta, Donatella.

    Capito tutto. Nei video usi un linguaggio semplice e diretto, sicuramente molto più semplice dei saggi di psichiatria, che mi sarebbe sempre piaciuto leggere ma che, da profana, non riuscirei ad affrontare. La possibilità di interagire per chiedere chiarimenti attraverso il blog, poi è impagabile!

    Ci credo che la sera sei stanchissima… quello che hai descritto ad un certo punto (“…Parole che non avevo pensato fino ad un secondo prima di mettere aria alle corde vocali, si disegnano con una precisione che io, come essere “personale” non sarei in grado di dare…”)sembra quasi uno stato di trance! 🙂

  • Uyulala ha detto:

    🙂 non mi sento in trance, ma chissà…

  • nicoletta ha detto:

    Si possono fare richieste per gli argomenti dei prossimi video?

  • Uyulala ha detto:

    certo che puoi. Non sono sicura di essere in grado di accontentarti, ma vediamo…

  • nicoletta ha detto:

    ok grazie, provo a dire ma, ammesso sia un tema proponibile, so che avrai delle altre priorità.
    per la verità avrei un sacco di domande però soprattutto pensavo al “pessimismo cosmico”.

  • Uyulala ha detto:

    ‘nchessenso???

  • nicoletta ha detto:

    mo’ cerco di capire pure io e poi ti spiego!

    🙂

  • Uyulala ha detto:

    😀 grazie, perchè in effetti non mi è tanto chiaro…

  • nicoletta ha detto:

    In effetti ti chiedevo di affrontare questo argomento per capire se il pessimismo (quello profondo nei confronti della vita, dell’esistenza) è sempre una malattia oppure può essere considerato anche un modo (certamente doloroso però non sempre patologico) di vedere la vita.

  • Uyulala ha detto:

    Ci devo pensare un pò…

  • nicoletta ha detto:

    accordato! 😀

  • Uyulala ha detto:

    😀 😀 😀

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