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La vita è un verbo

Gestire un sito o un blog è un impegno, alla lunga, e per questa ragione alla fine ho diradato le pubblicazioni fino a fermarmi del tutto. Eppure mi è rimasto il desiderio di condividere in rete alcune cose: riflessioni, esperienze, il mio viaggiare in questa vita.

A poco a poco ho perso l’interesse che avevo nei confronti del movimento dei focolari e, mi dispiace dirlo, dei suoi ex membri. Ho conosciuto persone meravigliose fra loro, ma in linea di massima troppo attanagliate dalla paura per poter realmente andare al di là di lamentele – peraltro legittime – su ciò che avevano patito all’interno di questa organizzazione. Perciò penso che non continuerò a scrivere specificamente di questo, anche se un discorso più generale sulla tendenza dell’essere umano di formare e/o partecipare a organizzazioni settarie probabilmente mi capiterà di riprenderlo.

Nella mia vita, anzi, nel mio VIVERE – giacché la vita è un divenire continuo – sono capitate e stanno capitando diverse cose che mi stanno permettendo considerazioni e riflessioni. Alcune di queste cose sono “lavori in corso” e di esse non parlerò fino a quando non sarò in uno stato di avanzamento più alto.

Una decisione che ho preso praticamente alla vigilia del mio 50° compleanno (che è stato ad agosto) è stata quella di iscrivermi ad un corso di medicina Āyurvedica, che comincerò ad ottobre.

Ayurvedic Point

Non sto a perdermi nei dettagli di questa decisione, nata da una confluenza di tanti fattori, ma voglio giusto fare dei cenni su alcune fra le motivazioni che mi hanno spinto, a quest’età, a decidere di riprendere gli studi, per giunta infilandomi in un paradigma mentale totalmente diverso da quello praticato finora.

Io amo la medicina occidentale. E’ quella che mi ha salvato la vita da bambina, è quella che ho studiato all’università, è tramite questa forma di medicina che lavoro nel mio campo specifico. Però nel tempo mi son dovuta rendere conto di tante trasformazioni che stanno avvenendo e che sono già avvenute, metamorfosi che sono perlopiù negative e dannose.

La medicina – e la psichiatria non fa eccezione – si è rapidamente trasformata da un’arte a una sorta di sistema semi-meccanizzato in cui l’elemento umano diventa sempre più marginale. Tutto quel bagaglio di conoscenze umane che consentono di mettersi onestamente in relazione con il paziente, pur presenti nella tradizione occidentale, ormai sta svanendo sotto il peso dei protocolli terapeutici, diventati più importanti della personalizzazione delle cure, del moltiplicarsi degli esami strumentali, dei tagli alla sanità pubblica che costringono il personale sanitario a carichi di lavoro sempre più intensi e che lasciano sempre meno possibilità di dedicarsi alla persona. Perché la medicina è un servizio alla persona e ormai ce ne siamo abbondantemente dimenticati.

E’ prima di tutto un servizio. Non un sistema per ampliare il nostro ego, per acquisire brandelli di potere personale, per guadagnare postazioni più alte nella gerarchia sociale. E’ un servizio e basta.

Ed è un servizio alla persona, non a qualcosa di astratto. Ma un servizio che viene erogato al singolo individuo e, qualora si rivolga alla collettività, viene comunque erogata a un gruppo di persone, non ad un ente astratto.

Non trovo più tutto questo. E non per cattiva volontà dei colleghi, i quali molto spesso si sforzano di recuperare terreno in questi aspetti. Ma il sistema si è ormai mosso da tempo in una direzione disumanizzante, e tale moto non sembra destinato a spegnersi in breve tempo né a cambiare rotta.

Così, circa 10 mesi fa, sono venuta in contatto con persone che praticano questo sistema tradizionale indiano di filosofia e scienza della vita. Mi son data del tempo per valutare e per organizzarmi, anche sotto il profilo economico.

Mi sono iscritta tra la fine di luglio e i primi di agosto. Un corso di 4 anni del quale vedo l’inizio ma non ho la più pallida idea di come sarà la strada, né se riuscirò a portare avanti quest’impegno. Navigo a vista, ma sono felice di aver deciso di intraprendere qualcosa di nuovo e a me completamente sconosciuto.

Ci sono altre cose, meno vistose, di cui parlerò, forse, in un prossimo articolo.

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