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Āyurveda, riflessioni di studio 001. La Realtà è Frattalica

Voglio inserire qui di seguito alcune considerazioni che mi nascono dallo studio che sto facendo di medicina Āyurvedica, nel rileggere gli appunti, ricordare le lezioni, sfogliare disordinatamente qualche libro, e nel ricucire il tutto con la mia banale esperienza. Queste in particolare le ho messe per iscritto il 17.02.2013. Spero di riuscire a scrivere ancora, chissà.

Anni fa sono venuta a conoscenza di questa straordinaria scoperta secondo la quale attraverso un algoritmo si potevano descrivere aspetti della realtà apparentemente irregolari. Su Wikipedia posso trovare qualcosa di abbastanza semplice che mi permette di capire meglio quest’argomento. Soprattutto interessante questo stralcio:

Il termine frattale venne coniato nel 1975 da Benoît Mandelbrot nel libro Les Objects Fractals: Forme, Hazard et Dimension per descrivere alcuni comportamenti matematici che sembravano avere un comportamento “caotico” , e deriva dal latino fractus (rotto, spezzato), così come il termine frazione; infatti le immagini frattali sono considerate dalla matematica oggetti di dimensione frazionaria.

I frattali compaiono spesso nello studio dei sistemi dinamici, nella definizione di curve od insiemi e nella teoria del caos, e sono spesso descritti in modo ricorsivo da algoritmi o equazioni molto semplici, scritte con l’ausilio dei numeri complessi. (corsivo mio)

L’algoritmo in questione consente di descrivere tutto ciò che nella realtà percepita non era possibile ricondurre ad equazioni matematiche. Al di là di aspetti legati ad una materia per me totalmente sconosciuta, mi è rimasta a lungo l’idea del frattale come di un qualcosa che permetteva di creare bellissime immagini.

Diversi anni fa, non ricordo esattamente quando, riflettevo mentre viaggiavo in auto per andare al lavoro. Le mie riflessioni partivano dalla politica e dal rapporto che c’era fra il comportamento dei nostri governanti e ciò che succede negli strati più bassi e semplici della società. Mi rendevo conto infatti che alcuni comportamenti clientelari sono molto capillarmente diffusi, basti anche solo pensare al fatto che bene o male la maggior parte delle persone quando deve effettuare delle visite mediche cerca di saltare la lista d’attesa ricorrendo a conoscenze. A quel punto mi venne fortemente l’idea che la società si sviluppi secondo un sistema di tipo frattalico e che buona parte della situazione italiana (per parlare di qualcosa che conosco meglio) fosse talmente interconnessa tra i vari livelli che sarebbe praticamente impossibile apportare modifiche semplicemente modificando qualcosa ai vertici.

Di fatto l’idea che mi sono fatta è diventata omnicomprensiva: tutta la realtà – io penso – è frattalica e quello che si può vedere di macroscopico riflette una ripetizione di un sistema più o meno complesso che si può riscontrare all’osservazione di piani di realtà sempre più microscopici e, probabilmente, una modifica infima potrebbe avere nel tempo ripercussioni anche enormi in quanto potrebbe alterare il sistema, perturbarlo e portare anche a stravolgere la struttura macroscopica del sistema che osserviamo.

Non ho idea, e penso che in genere l’essere umano non possa avercela, di dove siamo noi umani come piano di realtà, se nel mezzo o in una posizione sbilanciata verso il più piccolo (dubito che siamo in un livello verso il più grande…). Però in un certo senso la stessa osservazione che facciamo di noi stessi potrebbe aiutarci a cogliere qualcosina dell’Universo stesso.

Riflettevo anche del senso di importanza che abbiamo e di come collocarlo nella nostra esistenza. Spesso nei libri di Castaneda lo sciamano don Juan avvisa l’antropologo che l’essere umano vive in una situazione di eccessiva importanza personale e lavora con Castaneda per strappargli via questo senso del sé.

In un certo senso noi siamo importantissimi eppure non lo siamo affatto. Come “persone” non valiamo assolutamente nulla, siamo meno di un granello di sabbia nel deserto, ma come elementi inseriti nel frattale-Universo possiamo avere una grande importanza. Noi non conosciamo l’effetto di perturbazione che la nostra esistenza e il nostro agire determinano in questo sistema. Non lo conosciamo e non lo conosceremo mai, ma questo esiste, c’è, può emergere in ogni momento anche se perlopiù quando emerge chi l’ha generato è morto e dimenticato da un pezzo. È il tempo, il tempo che agisce come sviluppatore che semplicemente prende l’effetto lasciando da una parte la causa e mostra invece non tanto la causa ma l’amplificatore della perturbazione.

Questa riflessione mi è nata grazie a ciò che avevo letto a proposito di “1984” di George Orwell. Esistono (sono andata a cercare proprio ora) due autori che hanno preceduto Orwell e hanno descritto società distopiche: Jerome Klapka Jerome, britannico, con “The new utopia”, e Evgenij Ivanovič Zamjatin, sovietico, con “Noi”. Entrambi gli autori sono quasi sconosciuti ormai, mentre sono conosciutissimi Orwell e, per esempio, Bradbury come importanti autori di racconti distopici.

Nel caso dei primi due scrittori le idee che hanno portato a quel filone letterario sono emerse dopo di loro, con altri autori, e probabilmente non sono comunque iniziate con loro ma chissà da dove, magari da riflessioni amare fatte da operai in un pub davanti ad un fiasco di vino, una pinta di birra o una bottiglia di vodka ben ghiacciata. Chi veramente ha formulato per primo queste idee è senz’altro persona sconosciuta, ma queste idee hanno creato un elemento di distorsione i cui effetti emergenti più visibili sono saltati fuori attraverso le pubblicazioni più conosciute, ma in ambito sociale potrebbero aver dato origine a destini completamente diversi.

Come per esempio il fatto che nella società attuale tutto sembra sforzarsi per farci credere di essere unici e speciali mentre di fatto è forte e travolgente il tentativo di renderci tutti uguali, di instillarci un tipo di pensiero omogeneo, di rendere omogenei i nostri gusti, di renderci anche somiglianti fisicamente laddove le differenze individuali devono restare nell’ambito di dettagli magari vistosi ma solo di natura superficiale. La consapevolezza del tentativo di massificare l’essere umano e la società ha reso più raffinata e subdola la sua messa in atto.

Fatte queste considerazioni torno un attimo a riacchiappare il filo: il ruolo del più piccolo nel determinare modifiche nei livelli sovraordinati della realtà. Nel momento in cui la nostra importanza personale diventa preponderante, dal punto di vista sociale abbiamo sicuramente maggiori possibilità di diventare più visibili, ma credo che perdiamo il potere di trasformazione per renderci invece semplice antenna di cambiamenti generati altrove. Al contrario penso che sia possibile per noi operare delle modifiche nel sistema frattalico proprio nel momento in cui perdiamo il senso del nostro Sé, perdiamo la nostra importanza personale (o quantomeno cerchiamo di ridurla al minimo possibile) e diventiamo esseri impersonali. A quel punto il cambiamento che operiamo in noi ha la possibilità di trasmettersi nel sistema, il quale ne ignorerà completamente la provenienza e lo assumerà in modo spontaneo e naturale. Probabilmente questo succede anche quando i cambiamenti che operiamo o che operano in noi e attraverso di noi sono inconsapevoli, e questo può voler dire che le modifiche al sistema sono incontrollate e incontrollabili.

Ancora a ruota libera, ritorno a prendere quelle considerazioni che facevo a proposito dell’emoglobina mutante nell’anemia a cellule falciformi: una mutazione puntiforme della catena β dell’emoglobina che stravolge le caratteristiche – i Guṇa forse – dell’emoglobina stessa rendendo questa globulina appiccicosa e facendo sì che nella forma ridotta essa tenda a formare catene che conferiscono caratteristiche di rigidità e fragilità al globulo rosso. Ecco qui che un cambiamento minimo ad un livello molto sotto-ordinato determini una patologia grave, e che più in generale cambiamenti minimi abbiano il potere alla fine di creare delle modifiche di qualità della materia – ma anche del pensiero, di qualcosa di più astratto – tali da sovvertire completamente la stessa funzione dell’oggetto o dell’idea.

E qui mi viene in mente a ciò che succede quando un’idea si trasforma in un’ideologia, come vengano lasciati gli elementi salienti dell’idea stessa ma si introducano delle variazioni minime, spesso impercettibili, che trasformano un pensiero filosofico o una spinta spirituale in un totalitarismo o in un fondamentalismo. Piccoli cambiamenti, spesso impercettibili, che come la mutazione genetica per cui un’adenina rimpiazza una timina, ha come effetto emergente quello di trasformare un’idea positiva, solare, fluida e tollerante in un’ideologia cupa, intollerante, rigida.

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