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Āyurveda, riflessioni di studio 002. Canali di relazioni

Una splendida immagine dell'Albero della Vita (Ho utilizzato una splendida immagine dell’Albero della Vita. Tratto dal sito La Cabalà, a cui rimanda il link della foto. Se i proprietari dell’immagine ritengono che io abbia violato un copyright, possono contattarmi e ottenere la rimozione immediata della foto.)

Riflessioni in libertà del 07.04.2013

La primissima esperienza di Āyurveda l’ho fatta a gennaio 2012 quando ho partecipato ad un seminario esperenziale sulle relazioni. Seminario nel quale fra l’altro avevamo verificato come ci siano dei messaggi che “passano” al di là delle comunicazioni verbali – e spesso anche non verbali – fra le persone. Si tratta di un fenomeno che conosco bene perché comunque viene spiegato in molti modi diversi soprattutto in ambito religioso, ma il discorso sugli Śrotas mi colpisce in particolare perché rende totalmente neutra la spiegazione di quei particolari tipi di comunicazioni non spiegabili fisicamente. Per esempio, ricordo come mi aveva colpito molti anni or sono leggere che Wiesenthal, liberato dal campo di concentramento, aveva la percezione molto nitida che anche sua moglie fosse sopravvissuta, cosa che si rivelò esatta.

Gli Śrotas, siano essi fisici, organici, non organici, o sottili, funzionali o immateriali, sono comunque dei canali, e in quanto tali funzionano se sono cavi, vuoti, se sono costituiti di pareti che contengono e direzionano ma che non abbiano nulla al loro interno se non ciò che devono trasportare. Noi stessi siamo dei canali, intanto sul piano fisico in quanto ci attraversano materie di vario genere (acqua, aria, cibi – terra, percezioni), non mi è tanto difficile pensare che siamo dei canali anche su piani diversi: mentale, spirituale in senso più vasto che non come viene inteso dalle religioni. Abbiamo un altissimo livello di complessità al punto che, per nostra natura, in quanto canali abbiamo un’elevatissima funzione di trasformazione per cui ciò che ci attraversa non passa inalterato ma subisce una metamorfosi perlopiù molto complessa. A causa della nostra funzione – chiamiamola così – enzimatica, diventa per noi molto difficile in alcuni contesti far tacere quest’aspetto nel momento in cui tale funzione non serve o potrebbe essere d’intralcio o addirittura dannosa. Mi sembra che in questo senso sia necessario un atto di volontà e di consapevolezza.

Le mie curiosità riguardano proprio questo: gli Śrotas trasportano e basta? Oppure essi stessi in alcuni casi hanno una funzione di trasformazione? O semplicemente son tutte cose che possiamo dividere e classificare solo per poterle imparare meglio? Nei vari tipi di Śrotas, specialmente quelle legate ai Dhātu, sembra (a me sembra) che i due aspetti (trasporto e trasformazione) siano tanto intimamente interconnessi da non essere scindibili. È una mia impressione? Sono aspetti tipici degli Śrotas legati agli organismi biologici? O sono comuni a tutti gli Śrotas? Tutte domande che mi nascono nel momento in cui rifletto sulla necessità di tenere i canali puliti e vuoti. Se gli Śrotas hanno anche una funzione legata ad Agni, trasformatrice, o se comunque ospitano questa funzione, quanto è importante discernere fra funzione trasformatrice e “sporcizia” del canale!

Penso spesso al mio lavoro. Faccio riferimento a questo perché per me è di più immediata verifica rispetto a ciò che passa fra esseri umani. A pelle, la sensazione che ho da diverso tempo è che ci siano aspetti per così dire “strutturali”, come se fossero le pareti dei canali, e aspetti funzionali che implicano proprio l’essere vuoti. Da anni cerco di fare un lavoro su di me (è un modo di esprimersi che detesto, ma non riesco a trovarne uno adeguato che lo sostituisca) in modo da discernere quello che è strutturale da ciò che può costituire un ingombro del lume. In linea di massima ho visto che tutto ciò che ha a che fare con gli aspetti giudicanti, con sentimenti di entrambe le polarità relative a piacevolezza o spiacevolezza, costituisce spesso un ostacolo al flusso.

Mi spiego: ho un’utenza molto numerosa ed è inevitabile che possa provare simpatie e antipatie. A poco a poco ho dovuto imparare ad assottigliare il più possibile l’impatto che questo ha sul lavoro e in linea di massima questo mi è riuscito (quando mi è riuscito) mantenendo un atteggiamento di affettuosa “compassionevolezza” nei confronti di chi in un modo o nell’altro vive una sofferenza che non mi è comunque estranea. Nella maggior parte dei casi questo mi sta riuscendo e mi rende veramente il lavoro molto più fluido e facile. Nel tempo ho imparato a far emergere in superficie i pensieri ingombranti, quelli legati a preconcetti e a sentimenti troppo legati al mio ego, ho imparato a pronunciarli chiari nella mia mente perché senza questo non posso rimuoverli o svuotarli del loro potenziale distruttivo.

Quando c’è qualcuno che trovo antipatico, non cerco di soffocare questo sentimento ma pronuncio chiaramente nella mia testa una frase che esprima al massimo grado il sentimento che provo (che può essere anche piuttosto volgare), lascio che la mia mente lo formuli pienamente e poi a poco a poco opero una discriminazione fra ciò che proviene dal mio ego e ciò che è la realtà della persona che mi sta davanti. Non cancello la mia antipatia ma la depotenzio perché ciò che è impersonale possa avere il sopravvento su quanto c’è di personalistico nella relazione. Ovviamente questo è un lavoro che non mi riesce sempre e comunque e che spesso non è ottimale, ma mi aiuta sempre tanto. A volte capita che il sentimento verso quella persona si affievolisca al punto da non essere più percepibile se non come una tenue velatura di sottofondo, in ogni caso l’opera di rimozione (intesa in senso meccanico e non in senso psicanalitico) del lume del canale avviene per lo più con accettabile successo.

Perché io devo essere la parete del tubo, non il suo contenuto. Il contenuto dev’essere ciò che ha a che fare col paziente. Il mio ego deve rimanere la parete e non essere al centro dello scambio perché se così fosse nella migliore delle ipotesi distorce lo scambio e la relazione, altrimenti li ostruisce proprio.

Un effetto simile avviene quando mettiamo al centro del flusso di scambio la nostra cultura. Questo capita quando la cultura che abbiamo non è completamente digerita, non diventa parte di noi, non è stata metabolizzata e trasformata con relativa espulsione del materiale di scarto. Allora si pone nel lume del canale filtrando lo scambio o ostruendolo del tutto. Questa è una cosa che vedo spesso in ambito psichiatrico e psicoterapico. Non si favorisce lo scambio ma ciò che passa spesso sono i trombi fatti del materiale non digerito della nostra cultura, trombi che hanno la capacità di danneggiare e non di curare.

In entrambi i casi sono aspetti di un ego ingombrante, costruito di parti non digerite della nostra vita, del nostro studio, molto spesso di ciò che pensiamo di noi stessi in modo autoreferenziale senza un confronto umile e sofferto, senza aver digerito il fatto che non siamo dèi ma non siamo neppure delle nullità totali.

Di seguito faccio alcune considerazioni, alcuni pensieri che mi sono venuti e che con tutta probabilità sono sbagliati:

Śrotas come canali, Śrotas come elementi che trasportano e consentono varie trasformazioni, il nostro essere al mondo come canali attivi…?

Ama come parti non digerite che ingombrano gli Śrotas, ne occupano il lume, ne sporcano le pareti restando adesi ad esse?

Buddhi come capacità di discernere e come mezzo per controllare Manas, per direzionarla, per rendere utilizzabile il lavoro che compie?

Manas come elemento di recezione, trasformazione e restituzione. Come elemento di filtro?

Ahamkara, l’ego, colui che ha la funzione di tenere in un sistema coerente e unito ciò che altrimenti sarebbe disunito? Forse è ciò che dovrebbe formare la parete del grande Śrota che è l’essere vivente? L’essere umano in particolare?

Solo pensieri in libertà da chi cerca di affacciarsi in un abisso di proporzioni titaniche e che probabilmente non ha capito una beata fava di nulla.

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C'è 1 commento

  • […] Abbiamo infatti completamente spostato il bersaglio della nostra attività che non è più l’utente-paziente-cliente etc., ma è diventato autoreferenziale. Vorrei riuscire a esprimere meglio questo concetto che, ripeto, non è purtroppo un problema limitato e locale ma è generalizzato e sta diventando sociale. All’inizio dell’articolo ho inserito come immagine un vaso sanguigno che presenta una placca ateromasica e che quindi è destinato alla trombsi. Riprendo quindi le riflessioni che ho abbozzato nell’articolo della scorsa settimana, sui canali di relazioni. […]

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