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Professioni di servizio e invadenza dell’Ego

Aterosclerosi e Trombosi Mi capita di fare alcune considerazioni relative a professioni come la mia, professioni sanitarie o comunque professioni in cui la componente prevalente è quella del servizio al pubblico – siano essi utenti, pazienti o comunque li si voglia chiamare. Le mie riflessioni riguardano una realtà che temo sia prevalentemente italiana (chi lavora all’estero potrà confermare o smentire), ma probabilmente in forma differente è diventata tipica della società occidentale improntata al mercantilismo spinto. Parto dal mio piccolissimo ambito. Io svolgo una professione di aiuto: sono medico, psichiatra, ho a che fare con persone che presentano patologie molto particolari e disagi spesso difficili anche da comunicare.

Nell’ambito dei servizi pubblici già da molto tempo si è fatta strada un’impostazione che ha preso una piega che trovo molto pericolosa e che penso che abbia radici nel passaggio all’aziendalizzazione dei servizi. Ma è un tipo di mentalità che possiamo trovare dovunque e che salta all’occhio soprattutto nelle aree in cui il lavoro dovrebbe essere concepito prevalentemente come servizio. Un problema molto diffuso, al punto che ne siamo talmente immersi da non poter avere neppure una visione sufficientemente limpida di ciò che accade.

Abbiamo infatti completamente spostato il bersaglio della nostra attività che non è più l’utente-paziente-cliente etc., ma è diventato autoreferenziale. Vorrei riuscire a esprimere meglio questo concetto che, ripeto, non è purtroppo un problema limitato e locale ma è generalizzato e sta diventando sociale. All’inizio dell’articolo ho inserito come immagine un vaso sanguigno che presenta una placca ateromasica e che quindi è destinato alla trombsi. Riprendo quindi le riflessioni che ho abbozzato nell’articolo della scorsa settimana, sui canali di relazioni.

L’esempio del vaso sanguigno è molto forte: sulle pareti del vaso si depositano sostanze che non dovrebbero esserci, queste a poco a poco ne occludono il lume con due conseguenze possibili: o la placca si stacca e genera un trombo, che tapperà il flusso sanguigno da un’altra parte (embolia), o sarà quel vaso sanguigno ateromasico che si occluderà del tutto (trombosi). La faccio volutamente semplice. Come ho spiegato nel precedente articolo, noi tutti siamo dei canali, lo stesso sistema sociale è organizzato tramite canali. Quando all’interno di questi canali cresce qualcosa che non dovrebbe esserci, la situazione non è tanto diversa da quello che si verifica nel corpo umano nel caso di ateromatosi, trombosi e embolia.

In questo senso mi riallaccio all’altro articolo, quello sulla realtà frattalica: possiamo ritrovare gli stessi meccanismi funzionanti a vari livelli e su piani diversi, come capita appunto nei frattali. Vediamo un po’ in che modo sta succedendo anche in livelli sovraordinati quello che può capitare in un organismo. Nei precedenti articoli scrivevo che tutti noi siamo canali e che il nostro Ego dovrebbe limitarsi a costituire le pareti di questo canale fisico-psichico-spirituale che è il nostro essere.

Ma la nostra società si è sviluppata lentamente in una direzione molto diversa. Puntando l’accento sulla nostra individualità e sul nostro essere unici, ha esasperato il culto dell’Ego. Questo fa di noi dei perfetti consumatori: solleticandoci nel desiderio di emergere in qualche modo, a poco a poco finiamo per trasportare altrove qualcosa che dovrebbe essere strutturale. Il nostro io non è più infatti una fondamentale componente della struttura del canale, ma si stacca da esso, “entra in circolo”, diventa filtro, protuberanza nelle pareti, elemento che distorce le percezioni, e infine placca ateromasica e trombo.

Mettere il proprio Ego in un luogo diverso da dove dovrebbe stare ci impedisce il regolare fluire di qualunque tipo di comunicazione e nello stesso tempo indebolisce la nostra struttura. Ho visto, negli anni, molte persone cambiare anche profondamente e spesso questo è avvenuto in quanto a poco a poco si è centralizzato l’Ego, spostandolo dalla sua sede naturale. Queste persone diventavano sempre più sensibili alle lusinghe, alle adulazioni, e nello stesso tempo sempre più suscettibili. L’Ego, spostato dalla sua sede, non ha più il ruolo di sostenere il nostro Sé che diviene labile ed esposto, incapace di tollerare frustrazioni e affamato di gratificazioni senza le quali sembra non poter vivere. (Questo non vuol dire che le gratificazioni siano negative, ma che la continua  ricerca di gratificazioni dell’Ego mi sembra un segno di grande debolezza del Sé). A questo punto ogni azione della nostra vita diventa finalizzata alla ricerca di gratificazioni che accrescano ulteriormente il nostro Ego, così come il flusso di sangue sulla placca ateromasica, diventando turbolento, non fa che aggiungere materiale su materiale contribuendo alla chiusura del lume del vaso.

All’atto pratico, in che modo le mie osservazioni hanno a che vedere con le professioni di aiuto? Vediamo di ragionarci sopra. Le professioni di aiuto nascono come un servizio che si offre a chi deve affrontare un qualche tipo di sofferenza. In questo tipo di attività, più che in qualunque altra, è necessario essere limpidi, avere un Sé solido e un Ego che sappia restare al suo posto per poter tenere i canali puliti ed efficienti. Ma i sistemi che si sono via via fatti avanti nelle organizzazioni di questo genere di servizi hanno invece favorito il processo “patologico”, in cui la centralità non è quella della comunicazione con l’utente-paziente, ma l’operatore e ciò che di esso può apparire all’esterno. Per cui la bravura non è un effetto di una buona comunicazione e delle capacità artistiche di modulare il proprio lavoro sulla base delle reali esigenze dell’altro, ma diventa un risultato da ottenere per un puro scopo di autoincensamento, per mostrare se stessi in una platea, per prevalere, per poter fare carriera e in questo modo accrescere ulteriormente il proprio Ego. Questo comporta diverse cose:

  • la bravura come fatto puramente tecnico, del tutto avulsa dal contesto e dalla relazione con l’altro,
  • la colpevolzzazione dell’altro in caso di fallimento,
  • l’allontanamento dal proprio operato di situazioni complesse,
  • l’incapacità di constatare i propri errori e di imparare da essi,
  • la deresponsabilizzazione dalle proprie responsabilità anche istituzionali.

Quando tutto ciò viene operato dalla stessa istituzione, quello che succede è che si cerca a tutti i costi un risultato che non parte più dalle necessità delle persone a cui è rivolto il servizio, ma viene creato a tavolino in modo autoreferenziale, viene perseguito utilizzando gli utenti come mezzi e viene raggiunto a volte anche a costo di generare disagi a valle, con il rallentamento del flusso dei servizi fino ad un vero e proprio blocco – la trombosi perlappunto.

Il sistema è costruito su almeno due livelli che si influenzano vicendevolmente: quello dell’organizzazione, livello quasi astratto direi, e quello delle persone che lo compongono. Personalmente so di non avere alcun potere diretto sull’organizzazione, sugli aspetti astratti, impersonali e burocratici di essa, ma ritengo un dovere per me affrontare quello che è il mio ruolo come persona, come operatore di una professione di servizio. Ripulire i canali lo ritengo un dovere etico fondamentale nella vita, azione da svolgere in ogni momento con consapevolezza.

Io non sono importante in quanto “persona” (è indicativo che la parola “persona” si riferisca al termine latino che indica la maschera di teatro). Sono importante in quanto canale e fino a quando riesco a svolgere il mio compito in modo sufficientemente efficiente. Per cui, il primo e principale modo per tenere pulito questo canale è l’ascolto. Un ascolto recettivo, completamente privo di retropensieri, fatto con la mente vuota che sa rinunciare a costruire risposte, giustificazioni, che evita di collocare nei propri schemi di riferimento quanto giunge alla nostra mente, al nostro cuore, alla nostra anima.

Questo “vuoto del Sé” è lo spazio che consente il fluire della relazione anche quando il nostro interlocutore non dovesse essere a sua volta sgombro da detriti del proprio Ego. L’ascolto recettivo, pulito, di solito va a stimolare risorse di noi stessi che non sarebbero attivabili in altro modo. Così come riceviamo l’altro in modo pulito, possiamo a questo punto rimandare qualcosa a partire da noi stessi, qualcosa che è nostro ma nello stesso tempo non lo è: è di fatto il frutto di un’elaborazione che avviene in modo molto spontaneo attraverso ciò che siamo, la nostra cultura, la nostra sensibilità, la nostra storia di vita, che però non entrano al centro del sistema ma ne costituiscono un catalizzatore enzimatico. E come catalizzatore, avvenuta la reazione il nostro essere si deve allontanare con discrezione, lasciare che il risultato di questa trasformazione possa allontanarsi da noi e raggiungere il destinatario. Noi non c’entriamo più, a questo punto.

Noi siamo un servizio che dev’esserci quando serve e deve saper restare dietro le quinte quando il suo operato si è concluso.

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