Questa intervista è stata pubblicata a Novembre del 2005 nel forum gestito da un amico, il cui nik ha come iniziali P.G. La riporto così come la salvai, tagliando via alcune parti che non desidero inserire nel blog. Inoltre mi sono accorta di aver salvato solo una parte dell’intervista, per cui essa risulterà tronca.

 

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P.G.: Nel corso degli anni riesci a percepire l’evolversi di un’epoca?

R.: La mia esperienza è abbastanza limitata (lavoro nel pubblico da circa 6 anni), a meno che non voglia far rientrare anche il periodo della scuola di specializzazione. Nonostante questo, ho delle impressioni al riguardo. Mi sembra che la vita sia diventata comunque sempre più complessa, al punto che molte fasce di persone che in periodi di minor complessità sarebbero state facilmente integrate e integrabili nel contesto sociale, ora di fatto non lo sono più. Dal punto di vista strettamente “psichiatrico” il modello vincente sta sempre più diventando quello “ipomaniacale”, intendendo con questa parola quel tipo di comportamento “accelerato”, un po’ eccessivo e sopra le righe, poco propenso a stare dietro alle sfumature della vita, poco propenso a ciò che dev’essere fatto con calma e meditazione. Le persone che per temperamento sono crepuscolari rischiano di venir tagliate fuori, e rientrare nel campo delle persone “depresse” pur senza esserlo. Se la società richiede a tutti indistintamente velocità, prontezza di riflessi, efficienza nel produrre risultati rapidi, non può usufruire di chi invece è riflessivo, meditativo, più propenso alla qualità del lavoro, magari anche un po’ perfezionista. I due poli sono entrambi necessari, ma attualmente sembra che solo il polo “accelerato” risulti vincente, facendo passare per patologico ciò che di fatto non lo è.
Infatti si assiste ad un aumento delle diagnosi di patologie di tipo ansioso-depressivo, e anche in parallelo un aumento di consumo di antidepressivi “stimolanti”, che produrrebbero, nelle intenzioni, un aumento dell’efficienza, e che invece rischiano di essere a loro volta causa di altre patologie. E inoltre assistiamo ad un aumento di consumi di droghe psicostimolanti, che producono, esasperandolo, effetti simili.

 

P.G.: Cosa hai acquisito attraverso il tuo lavoro che non hai mai riscontrato durante i tuoi studi o le tue letture?

R.: Molte cose. Intanto quando studi tendi a vedere “le malattie”, e questo è un errore di impostazione molto comune in medicina, ma rischia di diventare catastrofico in psichiatria. All’inizio è difficile applicare ciò che hai studiato alle persone, ti attacchi alla cultura, alle classificazioni (cose che pure serviranno sempre) scordandoti di avere a che fare con persone. Man mano che ho acquisito esperienza, ho cominciato a vedere al di là di qualunque conoscenza, ho imparato a vedere l’altro, e vederlo in modo assolutamente “normale”. Questo non mi impedisce affatto di fare diagnosi (e posso vantarmi di avere capacità diagnostiche molto buone) né di somministrare terapie farmacologiche (verso le quali non nutro alcuna paura). Ma mi permette di inserire il tutto in un contesto che, al di là di queste cose, vede la persona che ho davanti come unica, e il “caso clinico” come se fosse nuovo e originale, sebbene diagnosi e terapia possono non esserlo affatto. Questa impostazione mi ha consentito ANCHE di far accettare alle persone diagnosi terribili, quali quella della schizofrenia, semplicemente perché io stessa non riesco nonostante tutto a considerare “pazze” le persone che ho davanti, e questo i pazienti lo percepiscono tantissimo. E queste son cose che non ho imparato in scuola di specializzazione, e devo dire, non ho mai imparato da nessuno…

 

P.G.: Immagino che nel tuo caso vi sia uno scambio continuo tra medico e paziente; tu cerchi di portare loro sulla via della guarigione… a te cosa rimane?

R.: Molte malattie non sono attualmente guaribili, purtroppo. Le psicosi, a parte quelle temporanee generate da stati di stress, non lo sono. Il mio lavoro in questi casi è quello di cercare di mantenere il paziente in uno stato di compenso che gli renda la vita meno complicata possibile, e che gli eviti di scivolare in uno stato demenziale che alcune malattie, quando lasciate a sé hanno come esito. In questi casi il mio rapporto col paziente è inevitabilmente continuo.
Ma ci sono situazioni in cui non lo è: ho curato molte persone che hanno avuto un episodio depressivo, per esempio, dal quale sono egregiamente guariti, e che ho semplicemente dimesso. La separazione è un evento della vita di tutti, non solo nella mia professione. E’ importantissimo avere un buon rapporto con quest’evento, sennò si rischiano di rendere croniche situazioni che non lo sono. Alcuni psichiatri non curano bene i propri pazienti perché li perderebbero. E spesso questo avviene inconsapevolmente (anche se ho il sospetto che certi psichiatri che lavorano in ambito privato lo facciano proprio apposta). Quando dimetto un paziente, ho un gran senso di soddisfazione, sento molto profondamente la gratitudine che il paziente ha per me, ne godo per un certo tempo, e poi la vita continua. Quella soddisfazione passa, come passano tante cose nella vita. Il paziente non si fa più vedere, e per me questo è un segnale che è guarito davvero. Se poi si fa vedere di nuovo… beh… mi dispiace perché vuol dire che l’evento in questione è più complesso di quello che non sperassi..

 

P.G.: Ci parli della sua infanzia, dei ricordi più remoti che è ancora capace di evocare, di cosa è riuscita a conservare dalla sua fanciullezza, di cosa le piacerebbe rimuovere tra i ricordi di quel periodo, dei suoi rapporti famigliari.

R.: Della mia infanzia ho moltissimi ricordi. Addirittura ho scoperto che il mio primo ricordo in assoluto risale a quando avevo un anno. Io sono nata a XX più che altro per volontà di mamma, visto che i miei abitavano in Piemonte, e molti miei ricordi hanno infatti a che fare con la neve. Una signora che scuoteva un ombrello candido, per poi scoprire che era carico di neve ma di suo era nero, mio padre che, per farmi avere un po’ di neve, me ne tirava una palla centrandomi però in piena faccia…
Ricordo che ero sempre innamorata di qualcuno, fin da piccolissima: un collega di mio padre, un bambino all’incirca mio coetaneo vicino di casa per esempio. Ricordo una bambina, che aveva la mia età, Maria Dolores, che è stata la mia prima amica. Lei abitava a Torino e veniva al paese dove stavo anch’io perché di fronte a casa mia abitavano i suoi nonni. Di loro ho un ricordo molto affettuoso, perché trattavano me come se fossi anch’io loro nipote. E ricordo che facevano la camomilla: d’estate c’erano nel cortile della loro casa queste montagne di margheritine di camomilla messe ad essiccare, profumatissime, che io prendevo a piene mani e annusavo inebriata da quell’aroma così buono.
Poi all’età di 5 anni tornai a XX con la famiglia, mio fratello era nato lì e aveva 3 anni. Abbiamo passato momenti molto difficili, e i miei non si sono mai riabituati a stare in questa nostra regione. E probabilmente ho preso da loro quest’insofferenza per alcuni aspetti del carattere della mia gente.
Io son sempre stata una bambina “strana”. Non giocavo quasi mai, a 3 anni ho imparato a leggere grazie ad una trasmissione televisiva (“Non è mai troppo tardi”) e divenni subito appassionata di lettura. Mi rifugiavo in un mondo di fantasia, di fumetti, di racconti che non capivo. Son stata sempre molto brillante a scuola proprio a causa della mia mania di leggere tutto, ma avevo una maestra a cui questo non piaceva: mi considerava saccente e superba mentre a dire il vero io volevo più che altro sapere, sapere, sapere.
Ho avuto genitori molto rigidi, e purtroppo la mia educazione è stata molto castrante. Per quanto non possa certo dire che non mi abbiano voluto bene (anzi, forse me ne hanno voluto fin troppo), ho sempre avuto la sensazione di essere “sbagliata” ai loro occhi, come se non rispondessi all’idea che si erano fatti di una figlia. Di fatto non c’è mai stata una cosa nella mia vita che sia andata su binari noti… Nel tentativo di avvicinarmi a ciò che loro desideravano, ho esagerato in tutto: son diventata religiosissima, ho appartenuto a movimenti religiosi, mi sono fidanzata e mi sono sposata secondo i canoni. E poi sono scoppiata…

Mah, comunque in qualche modo ho trovato una strada che fosse mia.

 

P.G.: Saprà bene come uno dei concetti fondamentali nella psicoanalisi, tra quelli introdotti dal grande maestro Freud, sia il Transfert: ovvero il trasferimento dei ricordi, delle emozioni, delle sensazioni… legati all’infanzia dal paziente al medico, in una sorta di trasposizione temporale dal passato al presente. A ciò ne consegue un contro-transfert: una reazione emotiva avvertita dal medico in conseguenza a ciò che evoca il paziente. Le è mai capitato di vivere sulla propria pelle quanto descritto da queste teorie durante la sua esperienza lavorativa?

R.: Il transfert è un concetto molto complesso, che è stato preso, ripreso, rigirato, spiegato e smontato (fra l’altro esistono anche dei sistemi per analizzarlo in termini accettabilmente scientifici). Di fatto è un legame che si crea tra il paziente e il medico, in cui il paziente a volte ri-attualizza e riversa in terapia (non necessariamente sull’analista) situazioni conflittuali, di solito risalenti all’infanzia, ma anche successive ad essa. Il contro-transfert è una cosa che non è esattamente speculare al transfert, almeno non tutte le forme.
La forma “sana” di contro-transfert è costituita da emozioni che ci vengono suscitate dal paziente, ma che non appartengono a noi, bensì a qualcosa proprio del paziente. Per esempio, capita che un paziente assolutamente piatto e monotono nel parlare ci susciti reazioni di profonda inquietudine: ascoltare queste sensazioni può portarci ad esplorare delle cose di lui per cui possiamo scoprire che quella persona ha una pericolosa rabbia repressa. Quando il contro-transfert è “speculare” a quello del paziente (ossia la ri-attualizzazione di NOSTRI conflitti e la proiezione di essi sul paziente) alcune scuole tendono ad usare il termine di “transfert inverso”. E’ una cosa assolutamente patologica dell’analista, ed è importantissimo che l’analista impari a diventare molto pulito dentro se stesso, perché è molto facile confondere il transfert inverso (che è potenzialmente molto pericoloso per il paziente) con un contro-transfert vero e proprio, che invece è uno strumento fondamentale di conoscenza del paziente.

 

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