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La mia professione (risposta a Blusfumato) – 20 Agosto 2005

Blusfumato mi ha scritto questo, in un suo commento:

 

Non riuscirò mai a capire in professioni come la tua come si faccia a “staccare” il lavoro quando si arriva nel privato. Ci vuole tanto “allenamento” per non portarsi a casa le storie degli altri o è una dote che si ha dalla nascita?

Un bacio

Marco

Blusfumato

Mi son presa un pò di tempo, perché la risposta non è semplice nè univoca. Devo infatti fare un piccolo passo indietro. La maggior parte di noi (forse proprio tutti, chi lo sa…) accede alle professioni come la mia (psichiatria, psicologia, psicoterapia), così come ad altre professioni di aiuto, perché in qualche modo tende a proiettare all’esterno i propri problemi e nell’aiutare gli altri ha l’illusione di aiutare se stesso. E questo, se così si può dire, è il primo punto.

Il secondo punto è che si accede a molte professioni (non solo le nostre) per assecondare una onnipotenza infantile che nella società così come è organizzata sembra sia molto difficile superare. Chi ha a che fare con la mente spesso si sente “grande”, a volte si sente davvero un dio. “Posso guarire”, nella migliore delle ipotesi. Purtroppo spesso il desiderio più profondo è invece quello di controllare l’altro, gli altri. Se faccio star meglio qualcuno, egli mi sarà grato eternamente. Ovviamente non è il caso che l’altro si renda indipendente da me, perchè sennò scompare dalla mia influenza e io resto privo di quella fonte di gratificazione-adorazione. Beninteso, questo modo di sentire è quasi sempre inconsapevole, ma non per questo meno pericoloso, anzi! Dal momento che viene coperto da comportamenti pseudo-salvifici, a volte anche al limite dell’eroismo, chi vive la nostra professione in questo modo è davvero convinto di fare del bene e non accetterà mai di cambiare atteggiamento, anzi!

Arrivo a poco a poco al punto. La realtà dei fatti è che la mia è una professione, e in quanto tale ha dei limiti umani abbastanza precisi, molto meno sfumati di quanto non si creda. quindi:

 

  • Io non guarisco, curo. Con tutte le mie competenze professionali e umane, ma non sono io che guarisco. Chi guarisce è la natura.

  • Io non sono onnisciente. Per quanto possa essere brava e intuitiva, mi sfuggono miliardi di cose ed è bene che me ne faccia velocemente una ragione o so’ cazzi amari.

  • Io non sono onnipresente. Il mio intervento è limitato ad un tempo che varia da un’ora la settimana (nel caso di psicoterapie) a un quarto d’ora ogni mese o ogni due mesi (nel caso delle terapie farmacologiche), tutto il resto è vita privata del paziente ed io non ci posso entrare manco violentando una divinità.

  • Io non sono perfetta. Mi dimentico nomi, dosaggi di farmaci, dimentico come si compila una ricetta, mi scordo particolari del mio lavoro. Non c’è nulla di male se mi vado a riguardare le cose anche davanti ai pazienti.

  • Io ho una vita privata. I miei familiari ed amici possono gradire se io racconto ogni tanto qualche aneddoto, o anche qualche storia particolare. Ma se parlo di più si rompono malamente i coglioni.

  • Pensare per 24 ore al giorno ai problemi dei miei pazienti non aiuterà loro a risolverli e in compenso farà diventare matta me.

  • I pazienti sono adulti. Per quanto possano essere matti, disturbati o strani, comunque non sono bambini e quasi tutti mantengono dei margini di capacità decisionale propria. Il mio dovere è di incrementargliela, non di castrargliela.

  • (corollario al punto precedente) Ognuno è libero di fare i cazzi che vuole. Molti miei pazienti si rivolgono a guaritori, maghi, esorcisti. Chi sono io per impedire loro di percorrere anche queste strade?

  • (punto fondamentale) IO NON SONO PSICHIATRA, IO FACCIO LA PSICHIATRA. Ciò significa che quello che sono io è ben al di là e ben più complesso del mestiere che faccio. Onde per cui, timbrato il cartellino, se non sono reperibile nessuno ha il diritto di rompermi le gonadi per nessuna ragione al mondo.

Quello che faccio, lo faccio anche con molto amore e con tutta la professionalità che ho. E anche con molta fantasia devo dire, giacché mi capita abbastanza frequentemente di trovare soluzioni originali nel rapporto con i pazienti. Ma non sono dio, e non ci assomiglio neppure un po’. Per cui, una volta svolto con “scienza e coscienza” e, ripeto, con amore, il mio lavoro, ho diritto di tirare fuori quelle innumerevoli parti di me che il lavoro mi costringe a tenere in sottofondo.

Questo per quanto riguarda me.

Noto che ci sono dei colleghi che a questo problema reagiscono in modi diversi.

 

  • Alcuni hanno una veste professionale piuttosto austera. Si attengono a delle regole di comportamento che garantisce loro la necessaria distanza che serve a evitare di venir risucchiati nel mondo problematico delle persone che curiamo.

  • Altri combinano dei casini: inizialmente si rendono disponibili su tutto per ogni cosa e a qualunque ora del giorno e della notte, salvo poi esaurirsi completamente nel giro di un paio d’anni (a volte molto meno) e reagire poi con freddezza e cinismo. I pazienti non gratificano il loro senso d’onnipotenza, e allora i pazienti si meritano di essere malati, meritano le loro sofferenze. E quindi potessero anche andare all’inferno.

  • Altri hanno bisogno di dimostrare di essere “buoni”, per cui gli aspetti ingrati dei propri compiti cercano sempre di appiopparli agli altri (è ovvio che non ci possono riuscire più di tanto, prima o poi i nodi vengono al pettine).

  • Altri hanno bisogno di pubblico. Non curano mai abbastanza i pazienti, accettano stoicamente anche per anni ed anni invadenze nella propria vita privata, purché tu non guarisca mai del tutto. Li devi adorare.

  • Poi ci sono quelli di una esperienza decennale, molto scafati, magari molto bravi, che lavorano un po’ “in automatico”. Ti beccano con un colpo d’occhio e sanno praticamente da subito cosa possono o cosa non possono fare per te. Il distacco gliel’ha imposto la vita, le innumerevoli rogne che questo lavoro ti sbatte davanti quotidianamente, e ormai sanno come schivare i colpi. E di solito lo fanno con l’abilità di un ballerino.

  • Ci sono quelli che imparano a conservarsi le energie. Per alcuni casi lavorano in automatico, per altri, che magari sono particolari, strani, o che rappresentano una sfida interessante, si spendono con entusiasmo ricavandone soddisfazione…

E sicuramente ce ne sono mille altri di modi di affrontare questo strano mestiere…

2 Comments »

Ci sono 2 commenti

  • Giuseppe Tiry scrive:

    Io sono sconvolto… ho letto due volte questo post e…. non saprei, credo dentro ci siano risposte che cercavo da tempo.
    Si.

    Posso dirti grazie?

    Grazie. Mi hai fatto capire cose che dovevo capire prima. Spero di poterti spiegare il perchè.

  • Uyulala scrive:

    Ciao Giuseppe. Mi fa piacere di poter essere stata almeno un po’ utile. E sarò molto felice di conoscere “quel” perché 🙂

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